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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Garante contro De Luca ma sbaglia il nome

«Che me frega: non so’ Antonio io!» Se avesse voglia di riderci sopra il sindaco di Salerno Vincenzo de Luca potrebbe liquidare la pignolissima missiva ricevuta dal Garante della Privacy tirando in ballo la vecchia scenetta di Totò che raccontava ridendo a crepapelle di essere stato schiaffeggiato da un energumeno che gli urlava «Pasquale, figlio di un cane!». Al che l’attore Mario Castellani, che gli faceva da spalla, chiedeva: «Perché ridevi se quello ti dava gli schiaffi?» E lui: «Che me frega: non so’ Pasquale io!»
Capita infatti che quella lettera chieda informazioni ad «Antonio de Luca, attuale sindaco di codesto comune». Una svista spassosa proprio perché la comunicazione dell’Authority («Oggetto: Diffusione di filmati di videosorveglianza su Facebook») è seriosissima e piena di richiami burocratesi a leggi, leggine, commi e citazioni astruse (una per tutte: «ai sensi dell’art. 39, par. 1, lett. a), d) ed e), e par. 2 del Regolamento...») per chieder conto all’ex governatore della Campania di avere, chissà, violato la privacy di un signore ripreso da una telecamera-trappola comunale, petto nudo e panzone di fuori, mentre scaricava in un vicolo della città un frigorifero. E di averlo svillaneggiato postando il video sui social. Dove sottolineava che la sicurezza urbana salernitana aveva deciso di combattere gli sversamenti di rifiuti ingombranti e vietati («C’è sempre qualche delinquente, qualche cafone, qualche imbecille») nonostante esista un servizio comunale che si occupa appunto di questo: «Basta telefonare e il servizio viene a ritirare il rifiuto». Il tutto condito dall’avvertimento agli incorreggibili («Un po’ di pazienza e arriveremo a prenderli tutti») e dalle ironie sull’«imbecille» protagonista del video «con il volto oscurato» ma con un indimenticabile «costume hawaiano».
Il cittadino beccato dalla telecamera, ovvio, ha un nome, un cognome, un indirizzo, una denuncia a suo carico e rischia una multa salatissima. E sacrosanta. Resta una domanda: davvero l’Authority era obbligata a fare la ramanzina al sindaco ricordandogli che doveva «rispettare i principi in materia di protezione dei dati, fra i quali quelli di “liceità, correttezza e trasparenza”, “limitazione della finalità” e “minimizzazione dei dati”, in base ai quali i dati personali devono essere “trattati in modo lecito, corretto e trasparente nei confronti dell’interessato”»? E tutto questo nonostante il viso dell’uomo fosse di fatto oscurato?