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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Paolo Giordano spiega come scrive i libri senza IA

Un autore haitiano-canadese è stato accusato di aver scritto la totalità del suo ultimo romanzo, molto elogiato dalla critica francese, ricorrendo all’intelligenza artificiale generativa. Di non averlo scritto veramente, insomma. È stata un’intelligenza artificiale diversa, chiamata Pangram, a smascherarlo. Quando ho letto la notizia ho pensato: ecco, ci siamo. Un altro spartiacque. Dopo lo sconcerto iniziale il romanzo è stato escluso dai finalisti del premio Goncourt. L’accademia ha così dichiarato una guerra santa – che perderà, che perderemo – in difesa dell’intelligenza naturale.
Si è scatenata una polemica più ampia sull’uso ammissibile o meno dell’AI generativa nell’arte, sul fatto che l’AI generativa potrà, presto o tardi, sostituire anche gli scrittori e le scrittrici. Tutto molto rilevante. Ma non è ciò di cui voglio parlare qui. La trappola, quando c’è di mezzo la tecnologia, è di dibattere in continuazione quello che sarà e non quello che è già. A me preme quello che è già.
Proprio come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, non si scrivono due romanzi nella stessa epoca. Il tempo lungo fra un libro e l’altro permette di misurare il cambiamento intercorso. E questa volta fra due libri successivi, per me, c’è l’intelligenza artificiale. Mentre scrivevo il precedente la s’intravedeva soltanto, all’orizzonte. Invece era vicinissima. Forse non spazzerà via i romanzieri alla fine, almeno non a breve, ma ha già cambiato qualcosa del nostro mestiere.
Per esempio, ho sempre numerato in ordine crescente le versioni del testo a cui stavo lavorando. Per evitare la proliferazione eccessiva di file, tuttavia, cambiavo numero d’ordine solo quando le modifiche erano sostanziali o se non ne ero del tutto convinto. Se, al contrario, le cose procedevano lisce potevo intervenire sullo stesso file per settimane. Adesso no. Dopo il caso dello scrittore haitiano-canadese salvo il libro con un numero diverso ogni giorno, prima d’iniziare. Voglio lasciare una traccia evidente, qualora si rivelasse necessaria, del processo di correzione progressiva, e anche del mio disorientamento. E se a un certo punto non basterà, se sarà necessario tornare a scrivere le prime stesure a mano, per mostrare la propria calligrafia e le cancellazioni e i segni vivi sul testo, lo farò.
C’è dell’altro. Quello che dirò potrebbe farmi passare per paranoico, me ne rendo conto. Non credo di esserlo, mi sento in effetti molto lucido (ma i veri paranoici si sentono sempre molto lucidi). Nel progresso digitale le verità si conoscono quando è troppo tardi e i danni si sono già prodotti. È un corollario ovvio del motto famigerato attribuito a Mark Zuckerberg, «Move fast and break things», prima spacca tutto poi magari pensaci. Ed è una conseguenza delle politiche di segretezza delle compagnie tech, quelle sì, davvero paranoiche. Abbiamo saputo che i dati sul nostro comportamento online, implicito ed esplicito, venivano venduti un tanto al chilo ai privati quando la pratica era ormai consolidata. Abbiamo saputo dell’intrusione delle piattaforme social nelle elezioni di svariati Paesi, compreso il nostro, a elezioni avvenute. Abbiamo saputo dell’impatto di Instagram e TikTok sulla salute mentale degli adolescenti quando una generazione era già stata compromessa (nonostante le evidenze, il nostro governo continua a traccheggiare su un disegno di legge che pure sarebbe stato approvato in maniera bipartisan, ma questa è materia di un altro articolo). Abbiamo saputo che l’addestramento delle intelligenze artificiali è avvenuto violando ogni forma violabile di copyright solo ad addestramento concluso. Potrei andare avanti, ma il concetto è chiaro.
Dunque per quale ragione dovrei credere, adesso, che il contenuto integrale della mia posta elettronica, di tutto il mio cloud, non venga scansionato quotidianamente da agenti artificiali e gettato in pasto a non so quale database? Comprese le mie conversazioni più private, il diario che tengo da anni, le fotografie in cui sono con le persone che amo, le versioni intermedie del romanzo che sto scrivendo. C’è una copia carbone della mia vita intera in quella nuvola. Ora che gli agenti artificiali razzolano liberi nella rete, posso davvero essere sicuro che nessuno la stia guardando, leggendo, profilando, che nessuno se ne stia impossessando? No, non posso. Anzi, considerata la bramosia con cui negli anni le compagnie tech si sono nutrite dei nostri dati, mi sembra evidente che non li lasceranno stare proprio adesso che hanno a disposizione una schiera di segugi silenziosi – le intelligenze artificiali – capaci di scansionarli, riassumerli, farne sostanzialmente quello che gli pare.
Perciò ho disconnesso da internet il computer su cui scrivo. Credo ne comprerò uno solo per quello. Basterebbe un 486 se esistessero ancora. Non salvo più le versioni giornaliere sul cloud, né le invio a me stesso per mail. Sono tornato all’hardware. Ho dovuto rovistare nei cassetti per trovare una chiavetta usb funzionante. Conteneva un backup del 2010. L’ho ripulita e adesso è la mia memoria di riserva. Per la prima volta nella mia carriera, la mia agente, al momento opportuno, non riceverà un messaggio con un allegato. Le porterò la chiavetta oppure dei fogli stampati, brevi manu, o glieli spedirò con un corriere espresso. Lo stesso farà lei con la casa editrice. Nulla del nuovo libro passerà per la rete fintanto che sarà possibile. Perché la rete non è più sicura. La rete è compromessa, o almeno è compromessa la mia fiducia in lei. Corro il rischio antico di perdere tutto come un tempo accadeva per i manoscritti di cui esisteva un’unica copia, ne sono cosciente. Ma per difendersi, a volte, bisogna semplicemente arretrare.
La settimana scorsa ho anche cambiato le impostazioni dell’account di posta elettronica. Ho disattivato le funzioni legate all’intelligenza artificiale, quindi tutti i correttori automatici, i traduttori in altre lingue, i riassunti in testa, la catalogazione. Non si tratta di una modifica a costo zero. La mia abitudine, invero un po’ ossessiva, era di mantenere il numero di messaggi in attesa di risposta inferiore a cento. Era possibile anche grazie al filtro AI che smistava automaticamente i messaggi personali dalle notifiche dei giornali, dalla pubblicità eccetera. Appena disattivati i filtri, infatti, tutti i messaggi si sono riversati nell’inbox come un’onda di piena. Ora sono più di ventimila e io mi sento un po’ perso. Ci vorranno tempo e sforzo per tornare al mio standard. Ma sono pronto. Sono disposto.
Lo ripeto: per difendersi, a volte, è necessario tornare indietro. Adesso è uno di quei momenti. Il mio è solo becero luddismo? Può darsi. Ma non sto proponendo di bruciare le macchine (per il momento). Sto solo proponendo di usarle il meno possibile. D’impedire loro l’accesso a ciò a cui teniamo di più. La interpreto semmai come una diserzione.
So bene che non posso rinunciare alle app di messaggistica, alle chat, alle ricerche online. Se rimpinzano la macchina – e la rimpinzano di certo – non posso farci niente. Ma almeno qualche territorio voglio salvarlo. Il romanzo a cui lavoro, un briciolo d’intimità. Perché credo che non si possa esistere in pace, con il pensiero che un’entità ti sorvegli in tutto, costantemente. A meno che quell’entità non si faccia chiamare Dio.