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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Intervista a Bruno Tabacci

Bruno Tabacci, ottant’anni da poco. Da che famiglia proviene?
«Origini umilissime: mamma, papà e nonna paterna contadini, una sorella maggiore e il sottoscritto, più un asino e tre vacche in due ettari di terreno a San Rocco di Quistello, provincia di Mantova, ottenuti dai trisavoli che erano arrivati dall’Ungheria per la bonifica del Po. Il cognome originale era Tabackj».
Infanzia?
«Felice ma funestata dalla morte di mio padre, che se ne andò giovanissimo con un tumore quando avevo dodici anni. Mamma passava tutto il giorno in campagna e nonna dirigeva la baracca: il latte da conferire al caseificio sociale e le verdure dell’orto da vendere al mercato».
La scintilla con la politica?
«In collegio, a Mantova. Pur essendo molto bravo nelle materie classiche, mia mamma mi disse che c’era bisogno di uno stipendio sicuro e quindi mi iscrisse alla ragioneria».
Addolorato?
«Capivo le sue ragioni. La svolta arrivò grazie al rettore della casa dello studente dove vivevo, monsignor Giglioli. Grazie a lui cominciai a leggere i classici del cattolicesimo sociale, da Maritain a Mounier».
Così è diventato democristiano?
«Sì. Prima tessera credo nel 1964. Tre anni dopo sono nel primo direttivo che si riuniva nello studio dell’arciprete, don Enea».
Il prete partecipava alle riunioni?
«Prima che iniziassimo a discutere, feci una mozione d’ordine perché don Enea se ne andasse. Quella riunione andò a monte ma dalla volta dopo il direttivo iniziò a riunirsi nella sede dei coltivatori diretti».
Che cosa le cambia la vita?
«Ero abbonato a Politica, la rivista diretta da Nicola Pistelli, il papà di Lapo, che poi morì in un incidente mentre tornava da un congresso della Dc. Giovanni Marcora spulciava l’elenco degli abbonati alla ricerca dei futuri dirigenti del partito. Ero uno dei tre o quattro della provincia di Mantova».
Marcora, il leggendario «Albertino», comandante della Resistenza in Val d’Ossola.
«Per me è stato come un padre. Io ero già consigliere comunale e poi vicesindaco a Quistello; lui voleva a tutti i costi portarmi a Roma, visto che nel 1974 era stato nominato ministro dell’Agricoltura. A Mantova, nel frattempo, ero diventato il vicesegretario della Dc e passavo fuori casa almeno 250 sere l’anno: uscivo la mattina e tornavo a notte fonda con la mia Fiat 850. Alle elezioni lombarde macinavo preferenze su preferenze: novemila alla prima candidatura, diciassettemila alla seconda, che mi valse l’elezione in consiglio regionale».
Strategie?
«Molto importante è stato Lino Cavicchini, un non vedente che era stato assunto alla Provincia di Mantova: aveva i numeri dei dirigenti Dc dei diversi comuni, mi aiutava a tenere un contatto telefonico costante con la base. In ogni caso, a un certo punto, andai a Roma a lavorare con Marcora».
È vero che «Albertino» stava per diventare presidente del Consiglio nel 1982?
«Con l’entrata in crisi ad agosto del governo Spadolini, Marcora era l’unico punto di equilibrio tra De Mita e Craxi. A settembre mi convocò e mi disse: “Spadolini non starà a Palazzo Chigi a lungo. In questa busta ci sono scritti i nomi di tre economisti. Chiudetevi dentro casa mia a Milano e buttate giù il programma del nuovo governo”».
Chi erano i tre economisti?
«Mario Monti, Romano Prodi e Mario Baldassarri. Iniziammo a lavorare ma, nel giro di qualche settimana, Marcora iniziò a stare malissimo. Prima era una diverticolite, di cui soffriva; poi si capì che era un tumore all’intestino. A novembre non si reggeva più in piedi. Ai primi del mese lo andai a trovare e buttò tutte le carte in tavola: “Bruno, io non sono in grado di andare al Quirinale a giurare come ministro. Figuriamoci se posso pensare di fare il presidente del Consiglio”. Due mesi dopo il leggendario “Albertino” non c’era più. L’ultima volta che lo vidi telefonò davanti a me a Gianni Goria e a Riccardo Misasi. Al primo chiese di nominarmi capo della sua segreteria tecnica al ministero del Tesoro; al secondo, con un filo di voce, disse: “Riccardo, da oggi in poi quando ti chiama Tabacci è come se ti chiamassi io”».
Al Tesoro con Goria scopriste un certo Mario Draghi. Come andò?
«I due consiglieri che Goria aveva ereditato da Andreatta, Fabrizio Galimberti e Vincenzo Visco, stavano per lasciare. C’era da sostituirli; il ministro chiamò Innocenzo Cipolletta perché era un suo amico e mi chiese di cercare il secondo nome. Da due chiacchierate con Prodi e Alberto Quadrio Curzio venne fuori il nome di questo giovane economista allievo di Franco Modigliani, appena tornato dagli Usa: Mario Draghi. Lo prendemmo. E per una serie fortuita di circostanze da lì a poco si ritrovò indicato dal governo italiano numero due della Banca Mondiale».
Lei e Goria, nel 1987, vi ritrovaste a fare il presidente della Lombardia e il presidente del Consiglio.
«Facemmo una festa assieme, a Mantova. Fedele Confalonieri per l’occasione ci mandò Ezio Greggio e tutti i grandi personaggi di Drive In. Fino al 1992, anno della mia elezione in Parlamento, apparivo come uno dei predestinati ai vertici della Dc. L’avviso di garanzia di Tangentopoli cambiò tutto. Il Corriere della Sera diede in prima pagina la notizia dell’indagine a carico del sottoscritto e di Silvio Lega. Titolo: “Colpita al cuore la Dc”. Nelle settimane successive incontrai alla Camera il mio amico socialista Sergio Moroni, indagato anche lui. Lo vidi stravolto: due giorni dopo si sparò in bocca».
Come andò a finire l’indagine?
«Quando mi convocò Di Pietro, il mio avvocato, Giandomenico Pisapia, papà di Giuliano, mi implorò di avvalermi della facoltà di non rispondere. Io, che non avevo nulla da nascondere, parlai rendicontando anche le spese elettorali della campagna elettorale di Mantova. E visto che non avevano un bel nulla, usarono quelle dichiarazioni per estendere l’inchiesta. Finì tutto in niente, anche se troppo tardi per ripresentarmi alle elezioni. Rimasto fuori dalla politica, aprii una società di consulenza con Gianni Goria, la Economica srl: a gennaio del 1994 inauguriamo, a maggio Gianni muore».
In politica ci sarebbe tornato: da Cossiga a Follini, sempre al centro. Ma com’è finito poi con la sinistra di Pisapia a Milano?
«Prima del ballottaggio con Letizia Moratti, dichiarai il sostegno a Giuliano anche perché era subentrato al padre come mio avvocato e c’era quindi un antico legame. E poi perché la considerai un’ottima occasione per costruire qualcosa di nuovo. Pisapia mi disse: “Se accetti di fare il mio assessore al Bilancio, il resto della giunta lo costruisco attorno a te”. Accettai. Un anno dopo mi candidai alle primarie per la guida del centrosinistra vinte poi da Bersani su Renzi. Alcuni ragazzi sardi avevano fondato su Facebook il gruppo dei “Marxisti per Tabacci”: fui una delle prime star politiche sui social, un seguito di sessanta-settantamila persone, in aeroporto o alla stazione avevo la fila di ragazzi che volevano fare un selfie».
Ha mai pensato di mollare la politica?
«Prima delle elezioni del 2018, insieme a Pisapia, eravamo andati a trovare Emma Bonino con l’obiettivo di rilanciare con lei un Campo progressista. Emma ci rispose che sarebbe rimasta a fare una sua lista radicale, Giuliano si sfilò e io a quel punto chiamai il mio vecchio amico Giuseppe Guzzetti, che mi propose di entrare nel cda di una banca. Poi, la vigilia di Natale, Bonino mi richiamò disperata perché non riusciva a raccogliere le firme e io a mia volta richiamai Guzzetti per dirgli che rimanevo a fare politica. Qualche giorno dopo, visto che grazie al mio simbolo di Centro Democratico non c’era più l’ansia di raccogliere le firme, io ed Emma Bonino ci presentammo davanti al notaio per far nascere “Più Europa”. Doveva essere una cosa paritaria; lei invece si presentò con Benedetto Della Vedova e mi fregarono, mettendomi in minoranza sin da subito».
A ottant’anni pensa al «dopo»?
«Vuole sapere il mio dopo? Io non solo esco ancora in bicicletta. Ma a casa, con una bici e un sistema che grazie all’intelligenza artificiale mi riproduce fedelmente le pendenze delle salite più importanti del mondo, scalo ancora il Gavia e il Galibier (prende lo smartphone, apre l’applicazione per cicloamatori, ndr). Guardi quella classifica mondiale degli over 75: vede questo “Bruno bike” che sta spesso nei primi posti? Sono io! A riposo ho 41 battiti cardiaci al minuto, Fausto Coppi ne aveva mediamente 38: avrei potuto fare il ciclista professionista senza grandi problemi».