Corriere della Sera, 14 ottobre 2026
Riad, rappresaglia contro gli Houthi. In Arabia colpita la sede di Aramco
Lo hanno chiamato patto della Mecca perché là è stato firmato lo scorso agosto e perché nel nome porta uno dei suoi obiettivi: proteggere la città più sacra per i musulmani. Così i pachistani in questi giorni ribadiscono di essere pronti a onorare l’intesa e ieri Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco, ha parlato con il principe regnante saudita Mohammed Bin Salman condannando gli attacchi lanciati dagli Houthi: «Vi sosterremo», promette.
Adesso pure gli egiziani— che per ora si erano tenuti fuori dall’accordo di difesa reciproca tra i tre Paesi – «stanno pensando di aderire», spiega Badr Abdelatty, il ministro degli Esteri. La nazione araba più popolosa ha cercato di mantenere un ruolo da mediatore, ma ora a preoccuparla – più che le minacce alla Mecca – sembra l’avanzata degli Houthi e il loro tentativo di prendere il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb. Mette a rischio gli introiti del Cairo derivanti dal passaggio dei mercantili attraverso il canale di Suez che collega il Mar Rosso al Mediterraneo. Lo scontro diretto tra il regno del Golfo e i ribelli sciiti diventa un pezzo del caos che da mesi stravolge la regione. Bin Salman – che da giovane e ambizioso ministro della Difesa aveva spinto per intervenire in Yemen nel 2015 – sta tentando di ottenere il sostegno militare americano.
Ma Donald Trump sembra più preoccupato dai risultati delle elezioni di midterm agli inizi di novembre. Per ora avverte: «Gli Houthi si stanno comportando molto male, potrei chiedere alla Turchia di entrare in azione». Il presidente ha rinviato la decisione sul riaccendere la sua Furia Epica contro l’Iran a dopo il voto. Ha anche ammesso: «Forse abbiamo esagerato con la campagna per eliminare i leader del regime islamico, non sappiamo più con chi parlare».
I sauditi ieri hanno risposto ai raid del fine settimana in cui all’aeroporto di Riad sono state uccise 13 persone. I media controllati dagli Houthi dichiarano che i jet della monarchia hanno bombardato un impianto petrolifero vicino alla capitale. La rappresaglia era annunciata e i video diffusi sui social media mostrano le file lunghissime ai distributori, ancora una volta gli yemeniti temono di non trovare benzina e di restare bloccati sotto le bombe. I paramilitari, finanziati e armati dall’Iran, hanno avvertito la popolazione in Arabia Saudita di «allontanarsi da tutti i siti legati al greggio»». Nella notte è stato colpito il quartier generale della Aramco a Dhahran, in alcuni video si vedono le fiamme alzarsi dai depositi.
È lo stesso confronto attorno al petrolio che va avanti dall’altro lato della Penisola Arabica. I pasdaran tornano a intensificare gli attacchi contro i cargo che navigano nello Stretto di Hormuz e gli esperti temono che il traffico di greggio possa di nuovo scendere ai minimi dopo aver quasi recuperato i livelli precedenti all’operazione lanciata da Stati Uniti e Israele oltre otto mesi fa. Gli iraniani sono convinti che presto saranno riattaccati e stanno fortificando i siti nucleari. I comandanti minacciano – rivela il Wall Street Journal – di essere pronti a ordinare «incursioni via terra nei Paesi confinanti».
Chi sarebbe disposto a fiancheggiare i sauditi nella campagna militare contro gli Houthi, secondo fonti diplomatiche riportate dal quotidiano Haaretz, è Benjamin Netanyahu: avrebbe fatto arrivare l’offerta a Bin Salman, ma sarebbe stata respinta. Il premier israeliano spera di poter mostrare agli elettori, prima del 27 ottobre, che il processo per arrivare alla normalizzazione delle relazioni con Riad è ripartito senza dover cedere alla condizione irrinunciabile posta dal principe regnante: passi reali verso la nascita di uno Stato palestinese.