Corriere della Sera, 14 ottobre 2026
Diesel, 12 senatori Usa contro l’intesa di Trump
Dodici senatori, tra cui sei repubblicani, hanno scritto ieri una lettera chiedendo al presidente Trump di strappare l’accordo sul diesel con Putin, perché altrimenti aiuterà Mosca a continuare a finanziare la sua guerra. I senatori osservano inoltre che il patto in sé non è di reale beneficio per gli americani, perché le quantità di diesel sono troppo ridotte per avere un impatto sui prezzi.
Il diesel «non viene dato a noi, ma viene rilasciato per il mondo e sul mercato globale che è in difficoltà per i prezzi alti – ha detto Trump ieri ai giornalisti – e quando (gli ucraini, ndr) distruggono le raffinerie di diesel, questa non è una cosa buona». Nella lettera i senatori insistono: «Questo accordo è un regalo ai nostri avversari e un tradimento dei nostri alleati». Ma è significativo che quattro dei sei firmatari repubblicani siano senatori che non si ricandideranno alle elezioni: Mitch McConnell del Kentucky, Thom Tillis della North Carolina, Alan Armstrong dell’Oklahoma, John Cornyn del Texas (che ha perso le primarie). Le altre due sono Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska, repubblicane moderate che spesso votano con il loro partito ma a volte hanno preso le distanze su grossi temi (e Collins sta cercando di sottolineare quest’ultimo punto nelle elezioni di midterm del 3 novembre che la vedono in bilico).
Trump insiste che sia Putin che Zelensky vogliono un accordo, «ma non sanno come» arrivarci. Però nel frattempo si accumulano le vittorie per Vladimir Putin: l’allentamento delle sanzioni per il diesel, le pressioni su Kiev perché smetta di colpire le raffinerie russe e perché si trovi un nuovo leader. In cambio Putin non ha mai promesso la fine della guerra. Dopo l’accordo sul diesel, il Cremlino ha replicato che non intende negoziare con l’Ucraina al momento e il giorno dopo ha lanciato un attacco che ha ucciso 22 persone tra cui quattro bambini a Zaporizhzhia.
Di fatto la ragione di questo accordo è che Trump punta a ridurre il prezzo del diesel per ragioni interne elettorali (o comunque a mostrare che sta facendo qualcosa): è una priorità degli elettori americani che voteranno per il Congresso il 3 novembre. A questo si accompagna la tendenza del presidente a spingere gli ucraini al compromesso più di quanto non abbia mai fatto con Putin e anche quando le condizioni poste dai russi sono per Kiev inaccettabili. L’Ucraina ha detto che sospenderebbe gli attacchi contro le raffinerie se la Russia ponesse fine a quelli contro le strutture energetiche ucraine, ma il cessate il fuoco annunciato nei giorni scorsi da Trump si limiterebbe agli attacchi reciproci sulle raffinerie: gli ucraini ne hanno una sola, resa in gran parte non operativa dagli attacchi russi nel 2022.
Putin ha incassato altre vittorie: Trump ha accolto i ministri russi al G20 in North Carolina e in Wisconsin e il leader russo in persona è atteso a Miami al summit finale dei leader. Intanto l’amministrazione Trump sta negoziando accordi d’affari con il Cremlino, presentati come un modo per indurre la Russia ad un accordo di pace. Alcuni esperti interpellati dal New York Times sostengono tuttavia che, nonostante Putin sogni – sin dal primo scontro di Trump con Zelensky nello Studio Ovale – che il presidente americano costringa Kiev alla resa, difficilmente Trump arriverà a questo, per ragioni ancora una volta interne: gli creerebbe una ostilità maggiore al Congresso, dove già rischiano di cambiare gli equilibri dopo il voto di midterm. Nel frattempo Putin continuerà la sua escalation, convinto che non solo Trump ma anche gli altri alleati di Kiev prima o poi molleranno.