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 2026  ottobre 13 Martedì calendario

Trentadue anni dopo la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, è venuto il tempo della «straordinaria macchina dei ricorsi»

Trentadue anni dopo la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, è venuto il tempo della «straordinaria macchina dei ricorsi». La definisce così il costituzionalista Roberto Zaccaria nel giorno della presentazione alla Camera dei ricorsi contro lo Stabilicum. E, a vedere i numeri, non sbaglia affatto: novantanove gli avvocati pronti a redigere gli atti e depositarli; circa cinquecento i ricorrenti pronti a sostenere i ricorsi e tra questi 54 nomi illustri. Solo per citarne alcuni: Romano Prodi, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Massimo Cacciari, Gianrico Carofiglio e Marisa Laurito. Una macchina ben oliata anche grazie a quella che Zaccaria ha definito «staffetta» con la società civile, ma anche con le forze di opposizione, tutte rappresentate, eccetto Azione, in conferenza stampa. Un fronte eterogeneo, necessario, a detta dell’ex presidente Rai, per «mobilitare il Paese» e opporsi a una «legge gravemente incostituzionale».
I SEI PUNTI
Le prove a supporto della tesi di Zaccaria le offre il collega Enrico Grosso, inanellando almeno sei ragioni di merito tecnico-giuridico. Primo: il premio di maggioranza, sia in termini di ragionevolezza (oggi scatta al 42%), sia di modalità di assegnazione con numero fisso (70 deputati e 35 senatori). Secondo: l’assegnazione del premio su base nazionale – e non regionale – in Senato. A cui si aggiunge pure l’impossibilità che il premio scatti solo in uno dei due rami. Terzo: gli effetti del voto sugli eletti, perché – a detta di Grosso – la legge non consente di far conoscere agli elettori gli effetti del loro voto su chi verrà eletto. Quarto punto: «La parità di accesso e le misure di riequilibrio di genere», ritenute insufficienti a fronte dell’assenza di alternanza uomo-donna nei capilista bloccati. Quinto: l’obbligo di indicare il premier sul programma, vero dito negli occhi per il campo largo, messo di fronte al sentiero ineludibile delle primarie. Sulla questione Grosso è netto: non solo si negano i diritti di chi vuol candidarsi e deve farlo «senza un obiettivo politico vincolante», ma si ledono «le prerogative del capo dello Stato». Ultimo punto: il numero di firme necessario per presentarsi alle elezioni. Un vincolo, quello delle seimila sottoscrizioni, che violerebbe il principio di ragionevolezza. Oltre i contenuti, la «straordinaria macchina dei ricorsi» ha ben chiari anche i tempi per muoversi: il 26 ottobre, gli avvocati coordinati da Pietro Adami – noto alle cronache per essere tra i 15 giuristi che hanno contrastato, in punta di diritto, la riforma della giustizia – depositerà i ricorsi in tutti i tribunali delle corti d’Appello. Tra le trenta istanze una riguarderà le Regioni a statuto speciale, l’altra la circoscrizione Estero (completamente ridisegnata dallo Stabilicum). Fatto questo passaggio, serviranno «ragionevolmente» almeno 50 giorni prima che venga fissata l’udienza sul ricorso notificato: mettendo in conto il periodo natalizio, la previsione di Adami è che «le udienze arrivino per metà gennaio», sperando che i giudici provvedano subito alla fissazione dell’udienza e all’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale. Il paletto più complicato da fissare riguarda semmai i tempi della Consulta, su cui Adami si tiene largo, guardando alla primavera: «Tra marzo e giugno». Un’ipotesi che diversi ambienti sembrano scartare, anche a fronte della «rapida promulgazione» della legge da parte del Quirinale, sintomo del desiderio di tutte le principali istituzioni di arrivare il prima possibile a un verdetto. Che, in ogni caso, non servirà a ottenere l’abrogazione della legge, ma una sua correzione auto-applicativa. E se verrà cassato il premio? «Si tornerà alla ripartizione proporzionale dei seggi», viene spiegato. Se il motore giuridico della macchina dei ricorsi si è messo in moto, anche quello della mobilitazione civile si è acceso: «Siamo di fronte a una legge elettorale incostituzionale», ha tuonato ieri in conferenza stampa il segretario della Cgil, Maurizio Landini, annunciando il corteo della Via Maestra (rete di 100 associazioni) che si terrà sabato a Roma. Nel fronte politico che fa «la staffetta» sui ricorsi, l’unica faglia aperta, invece, resta quella sul numero delle firme. Pesa il mancato appoggio politico di Italia viva alla battaglia per superare il tetto di 6mila sottoscrizioni,una soglia che penalizza tutte le realtà al centro prive di simbolo proprio, tra cui Progetto civico di Onorato e Più Europa. «Quasi tutte le opposizioni hanno fatto battaglia contro questo in Parlamento», pungola Magi, spalleggiato dal pentastellato Alfonso Colucci («non abbiamo riscontrato l’adesione di Iv»). A Boschi la difesa d’ufficio: «Per noi non è il profilo prioritario. Capiamo la criticità sul numero, ma non è così inedito che ci sia una differenziazione tra chi è già presente in Parlamento e chi no». È il riflesso indiretto di una quadra ancora tutta da trovare al “centro”, dove fatica a decollare l’idea di una lista unitaria, complice il timore dei vari esponenti “centristi” di concedere una golden share al partito dell’ex rottamatore, l’unico a non avere l’onere di dover raccogliere le firme. Ad alimentare le polemiche, i retroscena secondo cui Renzi avrebbe definito le altre forze «dei poveracci che cercano solo il modo per essere rieletti in Parlamento». Parole che Magi, ospite da Tagadà, ha etichettato «da bullo» e «volgari». Dissidi che, tuttavia, non intaccheranno la mobilitazione elettorale: la macchina anti-Stabilicum è partita e non si fermerà.