Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 13 Martedì calendario

Droni sui data center russi, sul web si inceppa la propaganda filorussa

La prova del fuoco diventa la prova del nove. La distruzione di tre dei data center di Yandex, “la Google russa”, sembra mettere a nudo la grande macchinazione informatica che attraverso una falange di bot automatici inonda l’Occidente di contenuti favorevoli al Cremlino. In tutto il mondo infatti, dopo il raid dei droni ucraini che hanno incendiato i server, si assiste a un calo della propaganda digitale che spinge politici, imprenditori e narrative in sintonia con Vladimir Putin, spesso accompagnati da notizie distorte ed esaltazioni della protesta più violenta contro le istituzioni democratiche europee. Dal sostegno alle idee dell’Afd in Germania a quelle di Marine Le Pen in Francia fino ai candidati Maga nel voto americano di Midterm, viene registrato un crollo dei post social che esaltano chi ha posizioni degli esponenti vicini al Cremlino.
Una concatenazione presentata – con una sintesi tecnica forse sommaria – come la prova dell’origine del supporto web assicurato da Yandex a chi si schiera con la Russia, mettendo al lavoro una catena di montaggio di troll: ossia sistemi robottizzati che sfornano notizie tarate per plasmare l’opinione pubblica verso i partiti amici o, con maggiore frequenza nell’ultimo periodo, per sgretolare la fiducia nelle istituzioni democratiche cavalcando temi come l’immigrazione e la crisi economica.
Il punto di partenza di queste analisi è il rilevamento di Cloudflare: dopo il primo assalto ucraino il traffico gestito da Yandex è diminuito del 35 per cento; l’incendio del terzo data center nella notte tra sabato e domenica lo ha fatto precipitare del 99 per cento: lo ha raso al suolo, paralizzando una parte consistente della vita digitale nella Russia centrale e spazzando via i servizi offerti da una trentina di app, dai taxi ai pagamenti online, dalle consegne di cibo allo shopping sul web.
Quantificare l’impatto sulla moltitudine di bot che presentano identità fittizie per inondare i social di testi plasmati dai persuasori automatizzati di Putin è più complesso. Nel 2022 si stimava che su 350 mila messaggi filorussi sull’invasione dell’Ucraina, un quinto fosse composto dai bot. Nel 2026 la percentuale sarebbe triplicata grazie all’intelligenza artificiale addestrata dalla stessa Yandex per propalare disinformatia: i tre supercomputer che fanno funzionare questa IA sono stati tutti danneggiati dai droni di Kiev.
È certo che i bombardamenti hanno causato un esaurimento dei flussi comunicativi manipolati. Ad esempio, quelli seminati sulle chat da Storm1516 – account che opera dalle infrastrutture di Yandex – per influenzare la campagna elettorale francese, venerdì si sono ridotti a poche decine di migliaia di commenti: lo stesso monitoraggio il 24 settembre ne aveva censiti milioni. L’europarlamentare ceco Tomas Zdechovsky ha realizzato un grafico che in concomitanza con gli attacchi evidenzia una picchiata dei post social in sostegno all’Afd tedesca tra il 30 e il 56 per cento.
«Molte persone se ne sono accorte. C’è stato meno odio, meno divisioni e meno provocazioni perché ci sono stati meno bot», ha scritto il presidente Zelensky rivendicando di avere amputato la “bestia” automatizzata con cui Mosca semina zizzania per aprire crepe nella società europea e statunitense. Quella che il “Mago del Cremlino” – il romanzo di Giuliano Da Empoli basato sulla vera biografia del capo della comunicazione putiniana – descriveva come l’opera di «torcere il filo di ferro, piegandolo poco alla volta finché si spezza».
In realtà, molti esperti spiegano che le incursioni contro Yandex non hanno eliminato i bot e che le statistiche vanno interpretate in modo diverso: si tratta di un effetto del crollo completo dei server, non di una sconfitta delle macchine spara-menzogne. Lo evidenzia “antibot4navalny,” un osservatorio delle fabbriche di troll e delle campagne social gestite dall’intelligence russa, che riconduce il calo della propaganda al blocco delle attività di profilazione dei contenuti realizzate da Yandex: nel blackout generale sono spariti pure gli araldi delle fake news.
La paralisi potrebbe essere solo temporanea. Ci sono già segnali di ripresa del traffico, che quindi tornerà lentamente a far risorgere pure gli spot per Afd, Le Pen, Maga e magari pure per candidati di casa nostra. La vicenda di Yandex però ha un altro effetto, forse più dirompente: ha messo tutto il mondo davanti alla vulnerabilità dei data center da cui dipende la vita digitale. Se si bloccano loro, sono a rischio altre infrastrutture critiche come le reti ferroviarie o quelle di distribuzione dell’energia elettrica. E oggi, in Occidente come in Russia, non esistono scudi in grado di proteggerle contro missili e droni.