corriere.it, 13 ottobre 2026
Il brusco risveglio del sindaco Mamdani a New York
Alla veglia per il terzo anniversario del 7 ottobre, il sindaco è rimasto impassibile mentre un gruppo di manifestanti pro-palestinesi lo copriva di fischi. Ventiquattr’ore dopo, mentre riferiva ai giornalisti su una sparatoria avvenuta durante un’operazione dell’Ice, la polizia federale anti-immigrazione, nel nord di Manhattan, altri contestatori scandivano: «Mamdani è complice». Zohran Mamdani, 34 anni, primo sindaco musulmano e primo socialista dichiarato alla guida del governo locale nella storia di New York, ha scoperto in una sola settimana una lezione che i rivoluzionari arrivati al potere imparano sempre in fretta: il fuoco amico brucia più di quello nemico.
Mamdani ha cominciato a perdere la presa sulla sinistra. Un veterano democratico, l’ex senatore statale David Carlucci, riassume: il passaggio da attivista a capo di un esecutivo è una delle prove più dure della politica. Il copresidente della sezione newyorkese dei Democratic Socialists of America, Gustavo Gordillo, ammette una certa «irrequietezza» nella base: i militanti continuano a considerare il sindaco un alleato, ma pretendono politiche concrete per la «liberazione palestinese» e progressi più rapidi sulla riforma della polizia.
Cosa chiede la base? Lo scioglimento dello Strategic Response Group, il reparto della NYPD che gestisce le manifestazioni, promesso in campagna elettorale e non ancora realizzato. E il licenziamento della commissaria di polizia Jessica Tisch, ereditata dall’amministrazione di Eric Adams. Mamdani l’ha confermata, e con lei al comando la criminalità ha continuato a scendere: sparatorie e omicidi sono ai minimi storici. Ecco il paradosso. Le scelte che esasperano i militanti sono proprio quelle che lo hanno reso credibile agli occhi della maggioranza dei newyorchesi.
Il detonatore è arrivato giovedì notte con i video di agenti che spingono a terra manifestanti anti-ICE; tra loro c’era Darializa Avila Chevalier, candidata al Congresso e vicina al sindaco, che ora chiede la testa della Tisch. Il municipio risponde che la commissaria resta al suo posto.
Sull’immigrazione Mamdani è stretto in una morsa. Ha definito l’Ice «marcia fino al midollo» e ne ha chiesto l’abolizione, dopo che gli agenti federali hanno sparato a un ventottenne dominicano con precedenti penali, chiuso in auto con un bambino di cinque anni rimasto illeso. Il ministro della Sicurezza interna, Markwayne Mullin, gli ha replicato che un sindaco del genere antepone i criminali ai cittadini onesti. Solo tre settimane fa Mamdani aveva ricevuto Donald Trump a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del nostro primo cittadino: quel rapporto sorprendentemente cordiale con la Casa Bianca, che aveva rassicurato i moderati, ora scricchiola. Per la sinistra radicale è troppo morbido con le istituzioni; per la destra resta il «piccolo comunista» di cui parlava Trump in campagna elettorale.
Poi c’è il Medio Oriente, il terreno più minato. Il messaggio di Mamdani per l’anniversario del 7 ottobre dedicava un breve paragrafo alla condanna di Hamas e alla solidarietà con le vittime, e un testo molto più lungo alla denuncia del «genocidio in corso» a Gaza, dell’«occupazione e apartheid», della complicità del governo federale che continua a inviare armi a Israele.
Il rabbino Ammiel Hirsch, presidente del New York Board of Rabbis, ha detto che quel testo è offensivo per tanti ebrei. Bret Stephens, editorialista conservatore del New York Times, ha parlato di «oscenità morale» e ha proposto un paragone che a New York pesa: sarebbe come se il mese scorso, per il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre, il sindaco avesse liquidato le vittime con un cenno frettoloso per poi dilungarsi sulle colpe della politica estera americana.
L’accusa è sottilmente ironica: perché è esattamente quel che fece Mamdani l’11 settembre, attirandosi già allora bordate di critiche. Stephens ricorda che molti degli israeliani trucidati nei kibbutz erano pacifisti di sinistra, volontari che accompagnavano i malati palestinesi negli ospedali israeliani. E respinge l’accusa di genocidio: se Israele avesse voluto sterminare i palestinesi in quanto tali, osserva, non avrebbe mobilitato centinaia di migliaia di soldati perdendone centinaia nei combattimenti casa per casa contro i terroristi di Hamas.
Non è una polemica accademica. New York ha circa un milione di ebrei nei cinque distretti, e quasi il doppio se si considera l’area metropolitana: secondo le stime, la comunità ebraica della Grande Mela supera quella di Gerusalemme e Tel Aviv messe insieme. Molti hanno parenti stretti in Israele. Già durante la campagna elettorale tre quarti degli elettori ebrei avevano un giudizio negativo di Mamdani, e la sua storia personale non aiuta: da studente, alla guida di Students for Justice in Palestine, ruppe con J Street, un’associazione ebraica di sinistra favorevole allo Stato palestinese, perché riconosceva anche il diritto di Israele a esistere. Il 7 ottobre il sindaco ha tentato l’equidistanza, partecipando a una veglia per i morti israeliani e palestinesi organizzata da un gruppo pacifista. Risultato: fischi da una parte, indignazione dall’altra. Il rabbino Hirsch ha commentato che sorprende come il sindaco pensasse di poter camminare tra le gocce di pioggia schivandole.
Attenzione però a non scambiare il rumore delle piazze per un crollo dei consensi. I numeri, almeno fino a fine settembre, raccontano un’altra storia. Nei primi cento giorni Mamdani partiva debole: il sondaggio Marist di marzo gli dava il 48 per cento di approvazione, contro il 61 di Adams nello stesso momento del mandato. Poi è cresciuto. Ad agosto il Siena College lo collocava a 58 per cento di giudizi favorevoli contro 26 in città; a metà settembre il Quinnipiac a 60 contro 29 tra gli elettori probabili newyorchesi.
La crepa, per ora, non è nei sondaggi ma nella sua coalizione: l’ala militante che lo ha portato al municipio e che ha mobilitato i giovani nelle primarie comincia a sentirsi tradita. È una crepa che può allargarsi, perché le promesse più costose del programma restano sulla carta.
Mamdani ha vinto con un messaggio semplice: rendere New York abbordabile, cioè vivibile anche per chi ha redditi medio-bassi. Il risultato più visibile è il congelamento degli affitti per circa un milione di alloggi a canone regolato, votato a giugno dal Rent Guidelines Board, dove il sindaco aveva nominato sei membri su nove, e in vigore dal primo ottobre. Ma la stessa commissione aveva documentato un aumento del 5,3 per cento dei costi di gestione per i proprietari, con le assicurazioni salite del 10,5.
Una rappresentante dei proprietari si è dimessa denunciando un verdetto scritto in anticipo, e un ricorso legale è atteso. Il blocco, inoltre, non tocca il mercato libero, dove i canoni continuano a correre. Gli economisti conoscono la storia del controllo degli affitti: alla lunga si paga in manutenzione rinviata e in palazzi che invecchiano, si degradano.
Il resto dell’agenda procede a passo lento. Anche perché viviamo in un federalismo bicefalo. I poteri degli amministratori locali qui in America sono molto estesi, la qualità della vita dei cittadini dipende molto più dalle scelte di sindaci e governatori, che dalla Casa Bianca. Però su certi temi vige un condominio della politica locale: per esempio in materia fiscale, il sindaco deve agire di concerto con il governatore dello Stato di New York. Che nel nostro caso è una governatrice, e appartiene al centro moderato del partito democratico. Questo incide sul bilancio delle promesse elettorali mantenute.
Gli autobus gratuiti sono rinviati per mancanza di fondi: la governatrice Kathy Hochul, in corsa per la rielezione il 3 novembre, ha escluso la tassa sui milionari, e senza il permesso di Albany (capitale dello Stato, dove ha sede la governatrice) il municipio non può alzare le imposte locali da solo. Sugli asili gratuiti, la Hochul ha finanziato 2.000 posti per i bambini di due anni quest’anno e 12.000 l’anno prossimo, su una platea di circa centomila.
Il primo supermercato comunale (promesso per calmierare i prezzi) aprirà, se tutto va bene, alla fine del 2027 nel sito della Marqueta a East Harlem. E comunque ha già scatenato le proteste degli esercenti di supermercati popolari, privati ma low-cost, spesso gestiti da esponenti delle minoranze etniche. Sulla casa c’è un piano ambizioso, «Block by Block», con 200.000 nuovi alloggi a prezzi accessibili in dieci anni e 22 miliardi di investimenti in cinque; nei primi sei mesi il municipio ne ha finanziati poco più di dodicimila tra nuove costruzioni e ristrutturazioni.
Il primo bilancio comunale è stato chiuso grazie ai sussidi dello Stato e a qualche artificio contabile, sacrificando le voci più onerose. Dei circa dieci miliardi annui di nuove entrate promessi in campagna, finora se ne vede circa uno.
Il verdetto provvisorio è questo: Mamdani governa un po’ meglio di quanto temessero i suoi avversari, e molto peggio di quanto sognassero i suoi militanti. Ha tenuto una commissaria di polizia rispettata, ha trattato con Trump, ha visto calare la criminalità. È la condanna di ogni sinistra radicale quando arriva al potere: la realtà è riformista, e chi governa deve scegliere tra il consenso della piazza e quello della città. A destra Mamdani non ha nulla da perdere; il suo vero pubblico è quel centro di newyorchesi pragmatici che lo giudica sui fatti. Interpellato sui fischi dei «suoi» ProPal, lui ha risposto che il suo mestiere è fare il sindaco di New York. Ha ragione. Ma la prossima prova si gioca sul carovita, non su Gaza.