Corriere della Sera, 13 ottobre 2026
Intervista a Rocco Tanica (Sergio Conforti)
Dadaisti del rock, futuristi della canzone, surrealisti delle note, situazionisti da palco. Elio e le Storie Tese hanno portato una sana dose di divertimento in un mondo, quello della musica, che si prende sempre troppo sul serio. Prima di prendere appuntamento Rocco Tanica, anima e tastierista del gruppo, mette le cose in chiaro: «La mia mattinata non inizia mai prima delle 14.30».
In che senso?
«La mia attività cerebrale, eventualmente creativa, si sblocca dopo le 9 di sera, in genere lavoro di notte. Il segnale per andare a dormire è la campana del vetro intorno alle 5 del mattino».
Vero nome Sergio Conforti. Tanica a causa dell’alcol?
«Ci piace pensare che fosse perché magari bevevo due birre in più, in realtà ci piaceva il suono».
Rocco?
«Rifacevamo brani famosi con un testo in italiano che avesse assonanze con l’originale. La parodia di We Will Rock You era diventata Vivi Rocco. Il nome nacque dalla necessità di dare un volto al personaggio della canzone».
Tanti alias perché lei è uno, nessuno e centomila?
«Sono uno, nessuno e sette o otto, mettiamola così. Molti nomi nascevano dagli equivoci dei giornali del periodo in cui eravamo un po’ meno esposti. Rocco Tanica era diventato Renato Tinca, e ricordo un Rocco Natica. Per un periodo sono stato Nuovo Boosta, perché c’era Boosta e io ero la sua alternativa cazzara. Una volta a una giornalista, che si occupava di nera e non sapeva niente di noi, mi presentai come Luigi Calimero. Riportò tutto fedelmente sulla Nazione».
Il primo incontro con Elio?
«A casa mia, 1979. Elio era compagno di scuola di mio fratello. Studiavamo entrambi musica classica, lui flautista alla Civica, io pianista al Conservatorio. Il primo pezzo suonato insieme si chiamava Quando la mazurka si ballava sull’aia, da una pigna di spartiti che mi aveva regalato la vedova di un orchestrale di liscio».
In questo momento mi sento un cronista di nera, ma faccio finta di crederci. Che musica ascoltava?
«Ero un gucciniano, alle medie i compagni mi guardavano male e sbadigliavano. Nutrivo anche un amore particolare per Vecchioni».
Con cui fece una tournée a 17 anni.
«Mi presentai al suo liceo perché sapevo che avrebbe fatto un concerto da solo, senza il suo chitarrista d’appoggio. Gli chiesi se avesse bisogno di sostegno, lui si mise a ridere e da buon professore mi interrogò sui suoi pezzi. Suonai con lui quella sera e poi mi chiamò per il tour».
La sintonia con Elio?
«L’utilizzo caotico ma allo stesso tempo ponderato delle idee. Tutto quello che ci suscitava entusiasmo o riso non veniva mai cestinato perché poteva tornare utile: come dice il vegano, del tofu non si butta via niente».
La diversità?
«Lui è più prudente di me. Io sono quello che dice una parola in più e spesso se ne pente. Lui una parola di meno, però ha una visione globale che gli invidio».
Sanremo 1996, arrivate secondi con «La terra dei cachi»: la prima cosa che le viene in mente?
«I nostri colleghi cantanti che si prendono straordinariamente sul serio mentre noi fondamentalmente, cito Elio, ce ne fottiamo. Loro in limousine con il guardaspalle, noi truccati da Rockets che attraversiamo Sanremo in Vespa per un ingresso memorabile al Teatro Ariston, accolti da una security che definirei attonita».
Alla fine ve l’hanno fregata la vittoria?
«Mi piace pensare di no. Nel caso siamo stati ripagati con la premiazione che si chiude con noi, Giorgia, Ron, Tosca e Pippo Baudo che facciamo il trenino di Capodanno sul palco. Sono soddisfazioni. Vale più di una vittoria».
L’Italia è ancora «La terra dei cachi»?
«È stata interpretata da tutti come la canzone che mette in burla l’Italietta, un po’ arraffona, un po’ albertosordiana. In realtà voleva essere una presa in giro delle canzoni invettiva, era una meta-canzone che parlava di quelli che fanno canzoni su quei temi. Quindi siamo stati fraintesi, artefici del nostro stesso fallimento».
Una volta ha scambiato Mastella per cameriere.
«Eravamo a Ceppaloni con i Righeira, Mastella all’epoca era sindaco. Ci ritroviamo in questa bella villa con tavoli imbanditi e io ho dato per scontato che fosse un ristorante. Quando Mastella venne a complimentarsi per il concerto, io gli chiesi se “cortesemente ci porta uno spizzico per cominciare, qualche antipasto e poi il primo più veloce, perché abbiamo fretta, grazie, gentilissimo”».
«Rapput» oggi verrebbe bollata come canzone sessista.
«Siamo in un neo-medioevo, senza sprecare neologismi come politically correct o woke. Si può dire cacchio? Un periodo del cacchio. Se parliamo di Rapput, allora metà della produzione degli Elii non potrebbe essere proponibile. Io, e forse anche Claudio Bisio, ci pentimmo subito della frase finale: se ti lascio in faccia i segni del saldatore, so che capirai, io non ti porterò rancore. Un verso sicuramente non all’altezza del resto del brano».
A un certo punto l’ansia del palco è diventata per lei insopportabile.
«Sì, ha cominciato a diventare insostenibile, in particolare nel 2013, l’anno in cui portammo La canzone mononota a Sanremo. La preparazione dell’arrangiamento orchestrale mi asciugò completamente le energie. Arrivò un esaurimento che aveva visto i suoi prodromi dopo la morte di Feiez: ero a fine corsa».
Feiez, vostro compagno nel gruppo, fu stroncato da un aneurisma nel ‘98, aveva solo 36 anni. Eravate legatissimi.
«Un musicista impareggiabile. L’amico con il quale non c’è nulla di non detto, nessuna ombra. La sua morte è stata un enorme choc. Per me l’elaborazione del lutto è durata molto più di un tempo canonico, ma è arrivato un momento in cui ho detto: “Io non riesco più”».
Come stava?
«Vedevo cose che non c’erano, muri che pulsano, sentivo gente che parlava, roba del genere. Sono rimasto mesi a letto, nella mia cameretta da bambino a casa dei miei genitori. Fra i pochi suoni che emettevo c’era questa specie di ruggito-lamento continuato, una schifezza da sentire, che ha portato all’abrasione delle corde vocali e mi ha lasciato senza voce per un periodo».
Come ne è uscito?
«Grazie a una brava psichiatra. E a Georges Clemenceau che diceva che “i cimiteri sono pieni di gente indispensabile”. Io che ho sempre sofferto della sindrome di Atlante, pensavo di avere il mondo tutto sulle mie spalle, convinto che senza di me la saga degli EelST sarebbe finita in tragedia. E invece mi sono accorto con piacevole sorpresa che tutto funzionava anche senza di me».
C’è futuro per il gruppo?
«In musica il talento è eterno, l’ispirazione no. Secondo me Elio e le Storie Tese hanno esaurito la fase creativa della pura composizione. Siamo riusciti a dire tutto quello che volevamo dire nel momento in cui ci andava di dirlo. Oggi i colleghi si confermano straordinarie locomotive da palcoscenico».
Suonerà ancora con loro?
«L’ultima volta è stato nel 2023, per beneficenza, ma succederà ancora. Spero».
Oggi di cosa si occupa?
«Intelligenza artificiale generativa. Faccio didattica, ma prediligo la parte creativa: testo, immagini, musica e video».
A ottobre ci sarà un’esposizione alla galleria Gli Eroici Furori di Milano.
«Una mostra di presunti archivi fotografici perduti e ritrovati, di fatto mai esistiti. E il 28 ottobre partirà da Mantova un ciclo di conferenze-spettacolo con Claudio Paolucci, professore di semiotica e filosofia del linguaggio all’Università di Bologna, titolo Com’è umano, l’AI. A lui la parte seria, a me il divertissement».
Per il suo epitaffio va sempre bene: «Tanica: non benzina, coccole!»?
«Più che mai. Mi paparazzarono con Paola Cortellesi e romanzarono su un bacio di saluto. Okay l’epitaffio, ma a patto che ci sia anche la pagina di Novella 2000 a fianco, a imperitura memoria».
In alternativa?
«Potrebbe essere la frase con cui Elio mi introdusse sul palco dopo il periodaccio della depressione: “Ecco a voi il Syd Barrett vivo di Elio e le Storie Tese”».