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 2026  ottobre 13 Martedì calendario

I dirigenti di Big Oil disertano Riad. Lo scalo saudita chiuso per 5 giorni

L’obiettivo proclamato dagli Houthi è danneggiare le «infrastrutture energetiche» dell’Arabia Saudita: frenarne il flusso di greggio in uscita e di petrodollari in entrata. Di sicuro sono riusciti a impedire la partecipazione dei manager di cinque società internazionali come Shell o ExxonMobil al 25° Congresso mondiale sul petrolio. I portavoce di BP hanno tentato di giustificarsi: «Avremmo voluto esserci, non ci è stato possibile a causa delle interruzioni al traffico aereo».
Si riferiscono ai due attacchi tra sabato e domenica lanciati dai ribelli sciiti contro lo scalo di Riad – dovrebbe restare chiuso altri cinque giorni – eppure sembra improbabile che gli amministratori delegati abbiano utilizzato le tratte di linea e non i jet privati. Quindi hanno vinto le preoccupazioni per la sicurezza e per ora ha vinto l’organizzazione che controlla il Nord-Ovest dello Yemen e la sua capitale Sana’a.
L’intelligence del regno sta cercando di decifrare come i missili siano riusciti a eludere i sistemi per intercettarli, nei raid sono state uccise 13 persone e ferite oltre 300: le prime indagini hanno ricostruito che gli Houthi hanno prima inviato uno sciame di droni per disorientare le batterie di difesa, seguiti da cruise e testate balistiche. Soprattutto gli investigatori devono capire perché gli allarmi non siano suonati in tempo, molto prima che gli ordigni – hanno percorso un migliaio di chilometri – centrassero i terminal per i passeggeri all’aeroporto King Khalid. È intitolato allo zio del principe regnante Mohammed bin Salman, che nel 2015 da ministro della Difesa aveva spinto per intervenire nella guerra civile in Yemen e sostenere le forze governative. Ci è rimasto impantanato.
I timori di Bin Salman
Mbs – com’è identificato nel mondo – sa di dover proteggere da qui alla fine del mese un altro dei suoi progetti ambiziosi, quella «Future Investment Initiative» che il principe considera la «Davos nel deserto» e per lui ha valore economico quanto geopolitico. Proprio quando la monarchia del Golfo è preoccupata perché sta svuotando le scorte di intercettori: in particolare mancano per schermarsi dagli attacchi i Patriot di produzione americana. Bin Salman – oltre ad accelerare le forniture di missili – vorrebbe però che la Casa Bianca decidesse di partecipare direttamente allo scontro. Il presidente Donald Trump sembra per ora preferire rinviare le operazioni belliche a dopo le elezioni di midterm previste agli inizi di novembre.
Il ruolo americano
Gli Houthi si preparano, almeno nella retorica della propaganda. «Se gli Stati Uniti entreranno nel conflitto, subiranno una risposta rapida e dolorosa. Bersaglieremo tutti i loro interessi nella regione». I paramilitari sanno di essere sopravvissuti a tre mesi di bombardamenti ordinati da Trump per degradarne le capacità offensive tra marzo e aprile dell’anno scorso. L’Iran – che finanzia e sostiene militarmente il gruppo sciita – si offre come mediatore con l’Arabia Saudita, perché questo confronto è per il regime islamico un’altra occasione di accusare gli americani e gli israeliani «di portare il caos» in Medio Oriente.
Gli europei stanno discutendo di come rafforzare la missione Aspides nel Mar Rosso: «Servono almeno dieci navi per garantire la sicurezza della navigazione. Ancora non ci siamo», avverte Kaja Kallas, a capo della diplomazia per l’Unione.