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 2026  ottobre 13 Martedì calendario

Zelensky: «Voglio la tregua». Gelo russo. Nuove sanzioni Ue

Volodymyr Zelensky non sapeva nulla della «tregua energetica» annunciata ieri, sulla piattaforma «Truth» da Donald Trump. «Lo abbiamo appreso dai media», ha ammesso candidamente il leader ucraino in video collegamento con il «Forum sulla sicurezza» in corso a Varsavia. È la seconda volta, nel giro di pochi giorni, che la Casa Bianca ignora Kiev. Sabato scorso, i delegati ucraini sono stati trattati come «stupidi» (parole di Zelensky), perché mentre trattavano con Steve Witkoff e Jared Kushner, Trump stringeva il «patto del diesel» con Vladimir Putin.
Tuttavia, Zelensky prova a rispondere a tono: «Il post del presidente Trump ha suscitato in noi un interesse reale e la speranza che sia davvero possibile arrivare a una tregua sull’energia. Siamo favorevoli. È un’idea che abbiamo avanzato anche noi un mese fa, il team di negoziatori americani lo sa bene. Se la Russia vuole che fermiamo i nostri attacchi a lungo raggio contro le loro raffinerie, devono fare la stessa con il nostro sistema energetico e devono smettere di uccidere la nostra popolazione». Subito dopo, però, lo scetticismo esonda dal suo discorso e confluisce nell’umore cupo di questo convegno, pieno zeppo di ministri, generali, specialisti nella difesa in arrivo dalla Norvegia, co organizzatrice dell’evento, dall’Ucraina, dalla Svezia, dalla Finlandia, dai Paesi Baltici. «La notte scorsa – dice il presidente ucraino – i jet russi hanno colpito un nostro impianto di produzione del gas e continuato i raid su Kiev. Questa è la risposta di Putin alla proposta di Trump». In quelle stesse ore, il sindaco di Kiev, Vitalij Klitschko, comunicava il bilancio dell’ultimo attacco russo sulla città: una vittima e undici feriti.
Zelensky replica anche a una domanda sulle elezioni: «Sono pronto a convocarle. Il nostro Parlamento sta lavorando per modificare le norme che lo impediscono. Ma in queste condizioni è impossibile. Occorre una vera tregua di almeno 60 giorni. E allora se il presidente degli Stati Uniti desidera così tanto le elezioni in Ucraina, potrebbe usare la sua influenza per convincere il leader del Cremlino a concordare un vero cessate il fuoco». Quasi in tempo reale, la reazione del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov: Zelensky «non si è meritato la tregua. Non ci lasceremo di nuovo ingannare da rassicurazioni e promesse. Continueremo a perseguire gli obiettivi dell’operazione speciale».
Il «forum sulla sicurezza» è in realtà un’occasione per mostrare quanto sia diventato compatto e risoluto il blocco del Nord Est, che dalla Norvegia arriva fino alla Romania. Zelensky lo riconosce apertamente: questi sono i suoi migliori alleati. Ma per fare che cosa? Non ci sono molte idee nuove. L’elenco è sempre lo stesso: sanzioni, missili per la difesa aerea, più produzione comune di armi, finanziamenti per far funzionare lo Stato. E proprio ieri i ministri degli esteri Ue hanno approvato un altro pacchetto di sanzioni individuali a carico di 1.600 russi attivi nell’industria militare. Penalizzate anche 77 persone che hanno organizzato le elezioni parlamentari nei territori ucraini occupati dai russi.
I governanti del fianco Est sostengono questa scelta, come ripetono, avvicendandosi nelle diverse sessioni, il premier polacco Donald Tusk, che apre i lavori, poi quello norvegese, Jonas Gahr Støre e infine quello lituano, Mindaugas Sinkevicius. Ma ha ancora senso insistere su questa strada, dopo che Trump ha stretto il «patto del diesel» con Putin? Zelensky minimizza l’impatto di quell’intesa sui prezzi del gasolio: «La quota di mercato controllata dai russi è pari solo al 2-3%. La crisi energetica nasce nello Stretto di Hormuz». Giriamo allora la domanda al ministro delle finanze polacco, Andrzej Domanski che non ha esitazioni: «Le sanzioni stanno funzionando, l’economia russa è sempre più debole; non solo non possiamo mollare la presa adesso, ma dobbiamo fare uno sforzo europeo per eliminare le scappatoie, i trucchi usati da diversi Stati per aggirarli». In realtà, nelle conversazioni informali emerge il vero problema del giorno: l’accordo Trump-Putin può diventare un «liberi tutti» per lo schieramento trasversale di partiti, governi e imprese che spinge per tornare ad acquistare gli idrocarburi da Mosca.