Domenicale, 11 ottobre 2026
E i libri di Eco presero il largo
Ci sono biblioteche che conservano libri. Altre che prendono il mare e mettono la prua verso isole misteriose, raggiungibili solo a bordo dei romanzi. È quello che accade a settanta capolavori della Bibliotheca semiologica curiosa lunatica magica et pneumatica di Umberto Eco in mostra fino al 10 gennaio 2027 alla Biblioteca nazionale Braidense di Milano. Quella stanza delle meraviglie, 1.328 volumi fra cui trentasei incunaboli, occupava nella casa milanese uno studiolo conosciuto come Stanza degli antichi. Era un riparo dal rumore del mondo, attenuato dal fruscio delle carte, fra libri rari, flauti, foto di Joyce e altri mirabilia: una vera Wunderkammer. Eco vi raccoglieva lingue immaginarie, cosmologie sconfitte, scienze curiose e tentativi falliti di mettere ordine nel mondo. «Ho Tolomeo, che si sbagliava, ma non ho Galileo, che aveva ragione». Anche se Galileo, naturalmente, c’era.
Acquistata dallo Stato nel 2020, la collezione è arrivata in Braidense nell’agosto 2021 ed è oggi conservata con cura nello Studiolo Umberto Eco, a disposizione degli studiosi su richiesta, in felice e nobile accostamento con la Sala Manzoniana. Lo spazio richiama quello originario: un falso popolato di capolavori veri, cosa che a Eco sarebbe piaciuta assai. Da qui prende avvio la mostra Umberto Eco. L’isola del giorno prima. Libri, mari e macchine del sapere: libri di Eco e della Braidense approdano in Sala Maria Teresa con carte preparatorie dell’autore, strumenti, oggetti, suoni e dispositivi.
Nel romanzo i libri non stanno sullo sfondo: entrano in scena. Alcuni conservano il titolo, altri vengono deformati e fatti migrare. Un’opera reale attraversa la soglia della finzione e acquista una vita supplementare. La biblioteca della narrazione è fittizia ma costruita con libri veri; la Daphne, la nave deserta sulla quale Roberto de la Grive naufraga, diventa una sala di lettura galleggiante e, insieme, un serraglio delle meraviglie del creato.
La mostra fa il movimento inverso: apre la macchina del romanzo e ne mostra gli ingranaggi. Il bibliofilo può fermarsi sulla Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, Aldo Manuzio, 1499, vertice della tipografia rinascimentale. E c’è davvero il Tolomeo della battuta di Eco: l’Almagestum, Venezia, Lucantonio Giunta, 1528, prima edizione a stampa della traduzione latina condotta sull’originale greco da Giorgio di Trebisonda, rivista da Luca Gaurico, con frontespizio in rosso e nero e diagrammi xilografici. Poco più in là, l’Amphitheatrum sapientiae aeternae di Heinrich Khunrath, Hanau, Guilielmus Antonius, 1609, edizione postuma e molto ampliata rispetto alla rarissima impressione amburghese del 1595: un libro inseguito quasi come un talismano dai collezionisti e divenuto per Eco quasi una detective story ne, Lo strano caso della Hanau 1609 (1989).
Una storia dentro la storia è anche il Museum Wormianum di Ole Worm, Leida, Johannes Elzevier, 1655, in-folio: catalogo illustrato di una camera delle meraviglie dove naturalia e artificialia convivono. Corni d’«unicorno» ricondotti al narvalo, animali, minerali e manufatti: il libro registra una collezione e finisce tre secoli dopo dentro un’altra. La mostra riprende il gioco mettendo conchiglie vere accanto a quelle artificiosamente riprodotte nei volumi di Ulisse Aldrovandi. Immagini che imitano la natura, oggetti naturali che sembrano già immagini.
Da questo scambio prende forma anche la Colomba Color Arancio, titolo pensato da Eco prima di L’isola del giorno prima. Nasce dall’incrocio fra il bestiario di Philippe de Thaon, testi sacri, l’Anacreontea ripresa nell’Ornithologiae di Aldrovandi, appunti e disegni delle specie osservate alle Fiji, finché la scelta cade sulla Colomba, Ptilinopus victor. Ed è così che, presi sul serio i giochi di parole, il romanzo costruisce il possibile.
Lo stesso accade con le macchine. Nella Technica curiosa di Gaspar Schott, Würzburg, Endter, 1687, riappare la Specula Melitensis encyclica attribuita ad Athanasius Kircher: una macchina enciclopedica dentro un libro di macchine. Cannocchiali di Galileo, artefatti, musiche, orologi cattolici, polveri di simpatia e congegni vari promettono fasi lunari e maree, punti fissi e longitudini; ma possono anche portarci fuori rotta, farci credere al falso, produrre metafore. Perdersi. Qui sta il bello. Alcuni dispositivi digitali sembrano intelligenze poi artificiali sotto controllo: divertendosi, il lettore coopera alla mostra e la interpreta, combinando parole e immagini entro repertori, liste e regole.
La musica appartiene allo stesso meccanismo. La Daphne è un fluyt, tipico veliero mercantile olandese; Doen Daphne d’over schoone Maeght è invece uno dei temi variati da Jacob van Eyck nel Der Fluyten Lust-hof, il suo «giardino delle delizie del flauto». Sull’Espresso del 7 ottobre 1994 Luciano Berio, in un testo che entra nel percorso, scrisse del romanzo: «Leggetelo, anzi ascoltatelo: è musica».
Morale? Entrare nella macchina dei romanzi non è un privilegio da specialisti. Significa promuovere la lettura come scoperta: da qui i laboratori per guardare tra i caleidoscopi, sentire gli odori dell’isola, vedere i colori sul collo della colomba. Il collezionista può fermarsi sulla carta antica e sulla provenienza; il visitatore curioso lasciarsi trascinare dagli oceani proiettati sugli scaffali, dai suoni, giocare con le macchine per metafore. E mentre leggete l’incipit manoscritto fate attenzione alle murate della vostra nave immaginaria: perché fra teche, conchiglie e cannocchiali può anche capitarvi di incontrare un marinaio maltese, uscito dalla penna di Hugo Pratt e alla deriva tra le Molucche e le Salomone.