il Giornale, 12 ottobre 2026
La Via della Seta artica dalla Corea all’Europa in 21 giorni
Il silenzio bianco dell’Artico, fatto di ghiacciai e distese infinite di neve cambia veste. Da frontiera insuperabile, si veste da strada, se non addirittura da scorciatoia per collegare l’Asia al Vecchio Continente. Nei secoli i mercantili hanno attraversato i passi polverosi dell’Asia centrale, dove il profumo pungente di spezie riempiva l’aria, oggi la nuova Via della Seta invece profuma di ghiaccio che si rompe per lasciare spazio ai container.
Ieri PanStar Acro, una nave portacontainer sudcoreana, ha completato il primo viaggio andata e ritorno del Paese verso l’Europa attraversando l’Artico. Il viaggio di andata era iniziato il 22 agosto, con la nave che ha attraversato le acque artiche prima di raggiungere Felixstowe in Gran Bretagna, il suo primo porto europeo, in soli 21 giorni, per poi fare scalo anche a Rotterdam e a Danzica. Da lì poi è partito il viaggio di ritorno verso la Corea del Sud, con una traversata totale di 50 giorni.
A rendere la Via della Seta dei Ghiacci così rivoluzionaria è proprio la tempistica. Solitamente le navi container che salpano da Busan e sono dirette a Rotterdam transitano per il canale di Suez, con un viaggio – di sola andata – che dura fino a 40 giorni. Il passaggio per l’Artico invece permette di ridurre la navigazione di circa il 30%, passando da 20mila chilometri a circa 13mila. Basti pensare che, secondo le analisi dell’Università Nord di Bodø, tra il confine orientale della rotta e Capo elanija, la PanStar Acro ha percorso circa 2.320 miglia nautiche (ovvero quasi 4.300 chilometri) in sei giorni e dieci ore – scesi a soli cinque giorni durante il viaggio di ritorno. Ma il dato più significativo è la velocità di percorrenza: per l’intero tragitto la velocità è stata intorno ai 15 nodi, senza che l’area artica obbligasse ad alcun rallentamento, nonostante l’assenza di navi rompighiaccio.
Il viaggio di PanStar Acro non arriva come una sorpresa. Per il governo guidato da Lee Jae Myung, infatti, la rotta artica è una priorità dichiarata, con l’obiettivo di attivare un servizio regolare tra Corea del Sud ed Europa entro il 2030, trasformando Busan in un hub strategico per i traffici polari. Un obiettivo che, senza dubbio, si trova a fronteggiare diverse sfide. Non solo quelle climatiche, ma anche quelle politiche.
La Northern Sea Route corre interamente nelle acque artiche russe e, il suo utilizzo, richiede autorizzazioni dal Cremlino. La rotta è infatti suddivisa in 28 tratti gestiti direttamente da Rosatom, l’ente statale russo per l’energia atomica che rilascia i permessi e fornisce i necessari servizi rompi ghiaccio, legando a doppio filo la navigazione agli umori di Mosca e, indirettamente, della Cina, che negli anni ha già capitalizzato questa strada. Il rischio di creare attrito con gli alleati occidentali impegnati a mantenere l’isolamento russo dopo l’inizio della guerra in Ucraina è innegabile. Non a caso il governo sudcoreano ha affiancato al test sulla rotta russa, anche un percorso di cooperazione internazionale per sviluppare un passaggio a nord ovest, ovvero attraverso le acque canadesi.
La politica però non è l’unico motivo che ha reso la via dei ghiacci inaccessibile per così tanti anni. L’Artico non è benevolo con i marinai, imponendo di navigare spesso a vista o in totale assenza di segnale Gps, che a quelle latitudini va in tilt. Le navi rischiano di rimanere intrappolate tra i banchi di ghiaccio, con il costante pericolo di avarie – causa di quasi la metà degli oltre 500 incidenti marittimi registrati nell’Artico nell’ultimo decennio.
Tra vecchi rischi e nuove opportunità, però, non ci sono dubbi: nel nord del mondo si è aperta una nuova autostrada, questa volta fatta di ghiaccio e neve.