il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2026
Big Tobacco ha deciso cosa fa “meno male” e fa lobbying
Lo scorso febbraio, in Florida, British American Tobacco (Bat) e Philip Morris (Pmi) hanno spiegato ai loro investitori un concetto semplice: più i clienti mescolano sigarette, svapo, tabacco riscaldato e bustine di nicotina, più loro guadagnano. In pubblico, l’industria presenta i nuovi prodotti come la via d’uscita dal fumo. Agli azionisti, invece, Bat ha detto che chi ne usa diversi insieme genera il doppio dei ricavi e traina l’80% della crescita. Alla stessa conferenza, Pmi ha presentato i “poli-consumatori” come un’occasione di crescita, con i suoi marchi “ben posizionati per il policonsumo”. È uno dei risultati svelati da un’inchiesta internazionale (a cui il Fatto partecipa), basata su oltre 50 documenti di “policy” e “lobbying”. L’inchiesta mostra come la narrazione della “riduzione del danno”, sostenuta da ricerche spesso pagate dall’industria, sia diventata la leva del settore per influenzare le riforme europee e sia arrivata in profondità nelle istituzioni: 23 su 33 eurodeputati che le difendono hanno avuto contatti con l’industria prima di prendere posizione. Quattro sono italiani, tutti di centrodestra.
Il 9 ottobre i ministri delle Finanze Ue avrebbero dovuto votare la riforma della direttiva sulle accise sul tabacco (Ttd), che fissa soglie minime più alte anche per sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e bustine di nicotina, oggi tassate molto meno: chi sta sotto soglia, come l’Italia, dovrà alzarle. Il voto è slittato a novembre, anche per l’ostruzionismo della Svezia, che attribuisce il suo basso tasso di fumatori (5%) anche a questi prodotti e dovrebbe alzare molto l’imposta sulle bustine di nicotina. Sull’altro fronte 8 governi (tra cui Francia, Spagna e Paesi Bassi) il 6 ottobre hanno chiesto alla Commissione di stringere le regole su confezioni e pubblicità nella revisione della direttiva sui prodotti del tabacco (Tpd): vogliono impedire all’industria di lanciare nuovi prodotti sventolando la promessa del “rischio ridotto”. L’Italia non ha firmato: ospita, a Crespellano (Bologna), il più grande stabilimento al mondo di tabacco riscaldato, quello di Philip Morris per Iqos.
Gli studi foraggiati dall’industria rimbalzano in emendamenti e interrogazioni europee. Il 17 giugno la plenaria ha bocciato sia il testo della commissione Problemi economici (Econ) – il relatore ombra è Marco Falcone (FI) – sia quello della Commissione Ue: il Parlamento ora è senza una posizione. Non è vincolante, decide il Consiglio, ma è un segnale politico. Anche il Comitato economico e sociale europeo, organo consultivo dell’Ue, si è espresso sulla revisione della direttiva accisa. Il relatore, Matteo Borsani, ha invocato il “modello svedese” e il principio “meno danno, meno tasse”. Borsani dirige la delegazione di Confindustria in Ue, ruolo in cui rappresenta anche gli interessi di Pmi.
Le cifre spiegano perché. Nel 2025 i prodotti alternativi, trainati da Iqos (in Italia dal 2014), sono valsi il 40% del fatturato di Pmi e la crescita dei ricavi più alta da 14 anni. Bat, il gruppo di Lucky Strike e Pall Mall, ne ricava già il 18,2% e punta al 50% entro il 2035. Secondo Pmi, ogni nuovo prodotto garantisce 2,5 volte i ricavi di una sigaretta. Per Bat, in Europa una scatola di bustine di nicotina genera un profitto lordo triplo rispetto a un pacchetto di sigarette. Per questo i ricavi del settore potrebbero triplicare entro il 2030.
L’industria pubblicizza questi nuovi prodotti come meno dannosi e un aiuto per chi vuole smettere: tenere basse le accise sarebbe quindi una scelta di salute pubblica. I dati, però, raccontano altro, anche quelli dell’Istituto superiore di sanità. Crescono i “poli-consumatori”, che alternano vecchi e nuovi prodotti o diversi di nuova generazione. Pmi stessa dice agli investitori che il 41% dei suoi clienti usa anche le sigarette; negli Usa i “poli-consumatori” sono il 67%. Nell’Ue, tra il 2020 e il 2024, le sue vendite di sigarette sono calate del 2% l’anno, quelle dei prodotti senza fumo sono salite più del 25%.
Agli azionisti, Bat a febbraio ha spiegato che in cinque anni il numero di chi consuma più prodotti di nuova generazione è quintuplicato, e chi usa sia i nuovi sia i vecchi è raddoppiato. Con i nuovi, spiega Bat, “aumenta anche il consumo medio giornaliero”. I prodotti entrano nella routine e vengono scelti “in base gli stati d’animo e ai momenti della giornata”, dal lavoro alle serate con amici o in famiglia. È quindi cruciale una strategia “multi-categoria”.
Non ci sono però ancora certezze scientifiche su cosa succede ai consumatori: gli effetti a lungo termine dell’uso combinato di più prodotti, vecchi e nuovi, sono poco noti. Gli studi non rassicurano. Una ricerca pubblicata a novembre 2025 sulla rivista scientifica Tobacco Prevention and Cessation, su oltre 24mila fumatori in Italia, conclude che: “I consumatori che utilizzano sia sigarette tradizionali, sia elettroniche, e/o prodotti a tabacco riscaldato, manifestano più frequentemente effetti avversi. È plausibile che l’uso combinato di prodotti aumenti l’esposizione a diverse sostanze tossiche, aggravi i processi infiammatori e possa contribuire allo sviluppo di tumori e a danni all’apparato respiratorio”. Le revisioni della letteratura associano la sigaretta elettronica a problemi cardiovascolari, respiratori e polmonari. Secondo la Joint Action Ue sul controllo del tabacco, circa il 60% degli utilizzatori europei di e-cigs fuma anche sigarette tradizionali.
Chi diffonde allora il concetto scientifico del “danno ridotto”?. Dal 2008, Pmi dichiara di aver pubblicato 551 studi sui nuovi prodotti, Bat 276. Il problema, spiega al Fatto Silvano Gallus, responsabile del laboratorio sugli stili di vita dell’Istituto Mario Negri di Milano, è la “zona grigia” degli studi che non dichiarano il conflitto d’interessi e appaiono indipendenti. Secondo Gallus sono molti: “La ricerca pubblica riceve briciole per gli studi indipendenti su questo filone, mentre l’industria investe centinaia di milioni. Il settore è condizionato da conflitti di interesse”.
Pmi lo scrive nei suoi rapporti annuali: la sua attività scientifica mira a dimostrare “che i nostri prodotti senza fumo hanno un impatto positivo sulla salute pubblica”. Sophie Braznell, dell’Università di Bath, ha passato al setaccio gli studi di Pmi sul tabacco riscaldato. “Spesso la loro durata è troppo breve per trarre conclusioni significative sugli effetti sulla salute”, spiega la ricercatrice, secondo la quale le metodologie di ricerca, la durata e le modalità di analisi dei dati sono spesso impostate per far emergere risultati favorevoli E spesso quelli sfavorevoli restano nel cassetto.