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 2026  ottobre 12 Lunedì calendario

Cronache da San Francisco, dove l’AI ha già creato l’efficienza e la disuguaglianza che verranno

Sono appena tornato da un settimana di incontri con aziende, imprenditori e venture capitalist nella Silicon Valley e, vista da lì, un’evidenza salta agli occhi. Le prossime elezioni in Italia, in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti o in Germania si dovrebbero giocare su immagini come questa sotto.
Che c’entra con le scelte politiche delle democrazie occidentali? È presa da un film in fase di realizzazione, programmato per uscire nella prima parte del 2027. Tratto dal romanzo Salambò di Gustave Flaubert, racconta la vicenda di una vestale di Cartagine durante le guerre puniche. Lo sta producendo “Monelli Studio”, una casa cinematografica francese fondata dall’italiano Stefano Landi. In precedenza Landi, che continua a muoversi fra Parigi e San Francisco, è stato un manager di punta di Amazon Web Services a Silicon Valley e ne ha assorbito le lezioni: Salambò è un film interamente prodotto tramite l’intelligenza artificiale. Nessuna delle scene, nessuno degli attori è mai esistito se non in versione algoritmica. La realizzazione potrebbe costare un cinquantesimo o un centesimo delle somme che servirebbero a girare materialmente un film fatto di scene come questa: la flotta dei ventimila mercenari sconfitti da Roma nella prima guerra punica, che rientra verso Cartagine per battere cassa.
La rapidità senza precedenti
L’intelligenza artificiale sta entrando con una rapidità senza precedenti in tutte le attività produttive, dalle arti, al software, ai molti livelli diversi della gestione d’impresa, alla pianificazione della manifattura o dell’agricoltura. Gli angoli rimasti al riparo sono pochissimi, e saranno sempre meno. Resta dunque da capire che impatto possa avere questa trasformazione sulla società, sul rapporto di potere fra le generazioni e su quello fra diversi tipi di lavoratori.
La ricetta cinese per noi
A Landi, che ho conosciuto in California, preme sottolineare che l’avvento dell’intelligenza artificiale nella cinematografia non mortifichi necessariamente la creatività. È il contrario, dice: «Il talento delle singole persone non solo resta necessario nel generare l’opera usando i nuovi strumenti, ma è sempre di più esaltato dal venir meno dei vincoli fisici a ciò che si può mettere in scena». Il solo limite riguarda la disponibilità di modelli dal mondo reale o dalle produzioni audiovisive preesistenti, indispensabili per allenare gli algoritmi a produrre nuove immagini. Senza quei dati alla base, i software non hanno né la fantasia né i riferimenti dai quali creare il mondo immaginario dei loro personaggi e delle loro scenografie. Del resto è già molto probabile che con questa tecnica molta fiction audiovisiva in apparenza «reale» di questi anni sia in realtà una fabbricazione ibrida integrata, senza dirlo allo spettatore, con l’AI.
Gli attori al servizio dell’AI
Per questo oggi alcuni celebri attori di Hollywood offrono già i propri servizi ai produttori di film dell’intelligenza artificiale: in certi casi hanno chiesto quattro milioni di dollari semplicemente per prestare le immagini del proprio volto e delle proprie movenze a una banca dati, sulla quale poi si addestrerà l’algoritmo che deve generare l’alter ego virtuale dell’attore stesso in un nuovo film. 
Anche qui vince dunque chi ha i dati. E chi ha i dati, anche qui, è la Cina. Poiché non è una democrazia e non tutela la proprietà intellettuale o la privacy, la Repubblica popolare ha aziende che si addestrano digitalmente, indisturbate, su milioni di ore di pellicole e su uno sterminato numero di volti reali catturati dall’obiettivo chissà come. È lì che si sono formate le più grandi aziende al mondo di fornitura delle matrici per i film di intelligenza artificiale. Un colosso come Byte Dance, la casa madre di TikTok, ha una costola chiamata Sea Dance che genera matrici e film puramente digitali anche per i produttori occidentali.
Le micro serie tv
In Cina è in corso un boom così violento che sta finendo per innervosire il governo. Nei primi otto mesi dell’anno sono già state prodotte algoritmicamente 430 mila “duanju” – micro-serie tv di pochissimi minuti da distribuire sui social media – con un aumento di tredici volte rispetto all’anno scorso. Più sono viste, più gli algoritmi sono in grado di identificare quali trame e personaggi tengono agganciati meglio i singoli spettatori, più gli algoritmi stessi possono continuare ad alimentare quelle stesse storie su misura. Stefano Landi di «Monelli Studio» prevede che il prossimo passo, già sperimentato da alcuni studios in California, saranno film dell’intelligenza artificiale dalle trame variabili secondo le preferenze dei singoli spettatori espresse sulle piattaforme durante la visione.
Chiunque può produrre un film
Pensateci un attimo, sospendendo il giudizio e l’istintivo conservatorismo di noi italiani. Quali possono essere gli effetti di una cinematografia del genere?
Il primo è di abbattere le barriere. Il talento e il merito possono emergere più facilmente. Non importa dove sei. Oggi con poche migliaia di euro di crediti di un modello di AI e una connessione Internet decente chiunque può produrre un buon film. Non hai bisogno di trovare degli sponsor a Hollywood o altrove. Hai bisogno solo di ispirazione artistica e competenza tecnica, ma proprio l’accesso al digitale la mette a disposizione di tutti ovunque (in teoria). 
All’ultimo «World AI Film Festival» di Cannes, a maggio, ha fatto incetta di premi un giovane e sconosciuto ingegnere giordano, Ibrahim Diab, che da casa sua ha prodotto un piccolo capolavoro sui migranti del Mediterraneo. L’altra conseguenza, tuttavia, è che serviranno molte meno persone: meno attori, meno cameramen, meno fonici, addetti alle luci, al trucco o al vestiario; meno attori, meno doppiatori. Ne servono già molti meno.
Solo nell’ultimo anno il settore «motion picture e registrazione suoni» negli Stati Uniti ha perso il 5,8% degli addetti, un crollo di oltre ventimila occupati (con un calo complessivo del 30% dal debutto dell’intelligenza artificiale generativa nel 2022). 
Poi c’è un altro fattore cinese che complica ulteriormente il quadro.
Per chi funziona il boom
Kimi, per la precisione Kimi K3, è un modello di intelligenza artificiale di frontiera della cinese Moonshot. Viene qui, nel cuore della Silicon Valley, a farsi la propria pubblicità in faccia ai tycoon dell’AI americana e anzi promette che «spendi il 70% in meno» rispetto ai loro prezzi. L’ultima versione di Kimi è stata rilasciata da pochi giorni e sembrerebbe avere prestazioni superiori persino al modello americano attualmente più avanzato, Claude Fable 5.1 di Anthropic. 
Di certo quest’ultima, l’azienda di Dario Amodei, ha subito fatto sapere ai clienti che da ora in poi non potranno più svolgere alcuna azione di AI sui loro computer: dovranno trasferire tutti i dati nei centri di elaborazione di Anthropic stessa. Non è solo il segno che quei dati dei clienti hanno un valore economico, che Amodei ormai vuole catturare fino all’ultima goccia. È un sintomo di profonda insicurezza dei campioni americani, di fronte alla sfida cinese a basso costo e ad efficienza (apparentemente) alta.
Si tratta di un problema di cui ho parlato il mese scorso: i colossi americani dell’AI sono pericolosamente esposti sul piano finanziario e temono che la concorrenza della Repubblica popolare faccia saltare i loro conti. Ma va visto anche l’impatto dei loro investimenti sul mondo del lavoro. Anche se, come vedete sotto, con l’intelligenza artificiale siamo di fronte a un ciclo di investimenti potenzialmente mai visto nella storia delle rivoluzioni tecnologiche.
La critica di Krugman
Qui sono tributario di un’analisi di Paul Krugman, il premio Nobel per l’economia. Krugman osserva che l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è composta di data center i quali, una volta costruiti, danno lavoro a cinquanta o forse cento addetti per ognuno di essi. Si tratta di lunghissime file di server altamente automatizzati. Ma un data center è anche un’immensa struttura dal costo medio di 41 miliardi di dollari e fino al 2032 in America si progetta di costruirne 183, per una spesa di 7.500 miliardi (ai prezzi attuali).
Di solito investimenti così colossali in altri settori – fabbriche, centri commerciali, infrastrutture elettriche o di trasporto – generebbero in modo diretto vari milioni di posti di lavoro. Una decina di milioni, secondo Krugman. Gli investimenti in data center dell’AI genererebbero invece meno di ventimila posti diretti, proprio mentre investimenti diversi non vengono fatti proprio a causa dell’enorme peso finanziario sull’economia americana di quelli per la nuova tecnologia. In sostanza, passata la fase attuale della costruzione dei data center, non ci sarebbe alcuna nuova ondata di creazione di posti per colletti blu o figure meno qualificate. Al contrario.
Non so se quella di Krugman sia una previsione corretta. So quello che ho sentito con le mie orecchie parlando ad alcuni imprenditori e manager a San Francisco. Alcuni preferiscono non essere citati, altri sì. Ho parlato per esempio a Paolo Privitera, veneziano di origine, un diploma post-laurea da manager al Massachusetts Institute of Technology di Boston, investitore e imprenditore seriale con già quattro società lanciate e poi vendute con successo. Oggi Privitera è fondatore e leader di Events.com, una società che segue eventi in presenza in tutto il mondo. Mi ha detto, a proposito di come l’intelligenza artificiale e i suoi agenti digitali personalizzati cambiano il modo di organizzare il lavoro: «Nelle aziende che seguo qui, da founder e da investitore, vedo sempre lo stesso schema: si parte pensando di ridurre l’organico del 30%, e man mano che si riduce le performance salgono e i costi scendono. C’è chi in meno di un anno ha più che dimezzato il team».
Il mercato estromette chi non usa l’AI
Creano la selezione proprio i crediti da utilizzare per far funzionare agenti da modelli di Claude di Anthropic o di ChatGPT di OpenAI. Mi ha detto Privitera: «Gli strumenti AI vengono dati a tutti i dipendenti, di fatto senza limiti di budget. E ci sono aziende che fissano, ruolo per ruolo, una quota minima di utilizzo: chi non usa l’AI almeno per quel minimo esce dall’azienda. Non è una punizione: chi non la usa non va alla velocità di chi la usa. Sembra brutale, ma è la realtà in cui viviamo». E ancora: «Si lavora con decine di agenti di intelligenza artificiale, divisi per per settore come se fossero dipendenti. E il dipartimento risorse umane diventa il ponte tra le persone e gli agenti: è quel dipartimento che scrive le regole su cosa un agente può fare». Privitera applica questa disciplina a se stesso anche nella vita privata. «Io stesso avevo tre assistenti: ne ho tenuta una part-time – spiega -. Oggi ho una ventina di agenti AI che lavorano per me, con ruoli diversi sia in azienda sia in famiglia. È pazzesco quanto rendo di più, quanto tempo mi fanno risparmiare e quanto stress mi tolgono».
Il rapporto fatturato per addetto
Nella Silicon Valley si stanno formando aziende con decine o centinaia di agenti di intelligenza artificiale e un pugno di dipendenti. Screenpipe.com, che aiuta ad automatizzare le funzioni dei computer, in poco tempo è salita da 60 mila dollari a 1,5 milioni di dollari di ricavi con due soli addetti; e non ha affatto piani per assumerne di più. Il miraggio di San Francisco nel 2026 è un’azienda da milioni di dollari con un solo addetto. E si sta avvicinando. Un’impresa media negli Stati Uniti o in Italia ha circa 250 mila euro o dollari di fatturato per dipendente; Anthropic invece ha nove milioni di dollari per addetto e OpenAI ne ha 5,6 milioni: non perché siano finanziariamente floride – OpenAI rischia di bruciare tutta la sua cassa entro nove mesi – ma perché sono entrambe strutturate attorno ai loro dirigenti apicali, con pochissimi sottoposti. Forse sono semplicemente sistemi disegnati per aspirare denaro verso l’alto, verso l’apice della piramide. Intanto fanno quasi tutto gli agenti di AI.
L’impatto sulle posizioni junior
Si capisce così il grafico sopra, prodotto dall’economista dell’innovazione di Stanford Erik Brynjolfsson con due colleghi. Soprattutto fra i più giovani, soprattutto nelle professioni più esposte all’intelligenza artificiale, l’occupazione in America sta già crollando. Nella fascia tra i 22 e il 25 anni e nei mestieri più facili da automatizzare i posti di lavoro attivi sono già del 19% sotto a dove sarebbero se avessero seguito le medie del mondo del lavoro. Questa è la parte dell’impatto che può arrivare direttamente e prima anche in Italia: non si licenzia, ma si smette di assumere e si affida il lavoro a una AI. In questo nuovo sistema vincono i motivati, gli altamente educati, quelli disposti ad aggiornarsi di nuovo ogni mese e a lavorare lunghe ore al massimo della concentrazione. Mi ha detto il ricercatore Luca Vendraminelli, che lavora a Stanford con Brynjolfsson: «L’intelligenza artificiale richiede gente più istruita, non di meno».
Un deserto chiamato produttività
Ma nessuno sembra porsi la domanda più semplice, perché non tutti i lavoratori sono così. Molti (legittimamente) non vedono nel lavoro una realizzazione o il centro della loro vita. Non sono disposti a dedicarvi una quantità smodata di energie. E rischiano di essere i prossimi spiazzati. Oggi a San Francisco tutti pensano freneticamente a come ottimizzare le proprie funzioni, come tagliare i costi, come inserire più agenti AI ed espellere più dipendenti in carne ed ossa. Tutti sono in cerca della massima efficienza individuale, in vista della prossima quotazione a Wall Street. Ma alzassero la testa e cercassero di dare un’occhiata al panorama dalla sommità di uno dei grattacieli sulla baia, potrebbero porsi la prossima domanda: chi comprerà i loro prodotti, chi manterrà l’equilibrio sociale, chi li proteggerà dalla prossima insurrezione populista, se intorno a sé avranno fatto un deserto e l’avranno chiamato «produttività»?