Corriere della Sera, 12 ottobre 2026
Biografia di Giuliano Vassalli
Ci sono uomini che attraversano la storia. E uomini attraverso i quali la storia passa, lasciando ferite che diventano idee e istituzioni. Giuliano Vassalli appartiene a questa seconda categoria. La sua vita pubblica comincia nella cella numero 2 di via Tasso e finisce idealmente nello stesso luogo, dove nel 2009 respinge per l’ultima volta l’equiparazione tra partigiani e combattenti di Salò.
Il merito del nuovo libro di Mario Avagliano – Giuliano Vassalli, legge e libertà. Da via Tasso ai casi Moro e Tortora, la storia di un socialista «autonomo», in uscita venerdì 16 per Marlin – è di raccontare per la prima volta nella sua interezza il nesso che tiene insieme le molte vite di quest’uomo: partigiano, socialista, professore, avvocato, ministro della Giustizia, presidente della Corte costituzionale. Quel nesso è la convinzione che ogni potere debba incontrare un limite: la persona umana.
Vassalli ha 29 anni quando le SS lo arrestano, il 3 aprile 1944, a pochi passi dal Parlamento. In automobile tenta due volte di gettarsi fuori: «Avevo capito che non c’era più niente da fare. Meglio uccidersi, che finire là». Là è via Tasso, dove resta 22 giorni con le mani bloccate dietro la schiena. Viene torturato fino a perdere i sensi e ogni giorno gli ripetono che sarà fucilato. Eppure non rivela i nomi dei compagni, non scopre Sandro Pertini, non consegna ai nazisti la rete clandestina socialista.
Avagliano ricostruisce questa storia con documenti, memoriali e testimonianze inedite, senza lasciare che il peso della ricerca rallenti il racconto. La costruzione è circolare: il libro si apre e si chiude nella cella di via Tasso, mentre tra quei due estremi scorre quasi un secolo di storia italiana. Le carte diventano scene, le testimonianze si rispondono, la voce di Vassalli accompagna il lettore. La scrittura è limpida, il ritmo sostenuto e il diritto è spiegato senza tecnicismi. Ne nasce una biografia rigorosa e narrativa, che restituisce la persona dietro il giurista.
Vassalli non nasce antifascista tutto d’un pezzo. Cresciuto sotto il regime, ne conosce la seduzione; se ne distacca davanti alla guerra di Spagna, al nazismo e alla morte dello zio Mario Angeloni, caduto contro i franchisti. Approda al socialismo, cui resterà fedele senza rinunciare alla propria autonomia.
Durante l’occupazione di Roma non osserva; agisce. Organizza uomini, rifugi, documenti falsi, informazioni destinate agli Alleati. Della Resistenza dirà che la sua parte più importante fu «la difesa e la protezione dei ricercati e dei perseguitati»: una definizione che restituisce la lotta clandestina alla sua dimensione quotidiana e popolare.
È anche tra i cervelli della beffa di Regina Coeli: la liberazione, con falsi ordini di scarcerazione, di Pertini e di Giuseppe Saragat. Marcella Ficca lo ricorderà come «il vero cervello dell’operazione». Vassalli e Massimo Severo Giannini scelgono «uno stratagemma di carattere giuridico»: moduli, timbri e firme riprodotti alla perfezione. Pertini pone una condizione: «O tutti e sei o nulla». Escono tutti i prigionieri dell’allora Psiup; due diventeranno presidenti della Repubblica.
La rete socialista collabora con l’agente dell’Oss americano Peter Tompkins e individua la direttrice del contrattacco tedesco contro Anzio. «Senza l’apporto del nostro servizio informazioni – ricorderà Vassalli – non avrebbero mai potuto salvare la testa di ponte». È uno dei passaggi più sorprendenti del libro.
Da via Tasso, Vassalli esce vivo, alla vigilia dell’arrivo degli Alleati. Ma da quella cella, in realtà, non uscirà mai. Avagliano fissa la tesi del libro in una formula: «Il suo garantismo non è ideologico; è esperienziale». Vassalli sa che cosa accade quando chi accusa coincide con chi giudica e una persona diventa soltanto un nemico. Da qui nasce l’umanesimo giuridico che lo accompagnerà dall’università alla Consulta.
Lo si vede durante il sequestro di Aldo Moro. Vassalli ritiene autentiche le lettere del prigioniero: «Non ho mai pensato un sol minuto che le cose che l’onorevole Moro scriveva non fossero frutto del suo cervello, della sua sincerità e dei suoi sentimenti». Sostiene la linea umanitaria; Claudio Martelli gli riconoscerà un ruolo «fondamentale per individuare un percorso giuridico legalitario». Non cede ai terroristi: rifiuta che la ragion di Stato rinunci in partenza a salvare una vita.
Lo si vede nel caso di Enzo Tortora. Il bersaglio non è la magistratura, di cui difende l’indipendenza, ma gli abusi della carcerazione preventiva, gli «apriorismi», i «sospetti a senso unico». Rino Formica ricorda che vigilava affinché la giustizia non diventasse strumento di lotta politica. Giacomo Mancini lo ritrae in una battuta: «Sembra docile, ma può diventare una tigre».
La tigre mite arriva al ministero della Giustizia nel 1987. Il nuovo codice di procedura penale sostituisce il codice Rocco e pone al centro contraddittorio, terzietà del giudice e presunzione di non colpevolezza. Vassalli lo chiamerà «il compimento più bello dell’attività di un giurista», attribuendone però la paternità sostanziale a Giandomenico Pisapia. Quando Bettino Craxi gli suggerisce di rinviarne l’entrata in vigore, dice di no. Gennaro Acquaviva lo ricorda «rispettato, attento, prudente, saggio».
Alla Corte costituzionale porta la stessa idea: anche nell’emergenza lo Stato di diritto non può smarrirsi. «Non esistono nel nostro diritto positivo delinquenti “incorreggibili”». Giorgio Napolitano ha scritto che la Repubblica gli deve riconoscenza come «strenuo combattente per la libertà» e «sapiente servitore dello Stato democratico».
Avagliano non nasconde l’amicizia e il rispetto verso Craxi, che resiste dopo Tangentopoli, e gli scontri con la magistratura. Proprio per questo il ritratto convince: Vassalli non è un santo laico, ma un uomo capace di coniugare mitezza e fermezza, appartenenza e libertà di giudizio. Un socialista autonomo perché non delega al partito la propria coscienza.
Morirà nel 2009, chiedendo esequie private. Giovanni Maria Flick dirà: «Ha voluto andarsene in silenzio». Sul muro di via Tasso Vassalli aveva inciso con le unghie il proprio nome, «perché null’altro avevo». La cattedra, il ministero, la Corte verranno dopo. Ma in quel gesto è già racchiusa la sua vita: affermare la dignità dell’uomo nel luogo costruito per cancellarla.
Giuliano Vassalli trasformò la memoria dell’arbitrio in una legge di libertà. Avagliano racconta questa metamorfosi con il rigore della storia e il passo del grande racconto civile. Per questo il libro non appartiene soltanto al Novecento: riguarda l’Italia di oggi, ogni volta che la giustizia deve scegliere se essere forza o garanzia.