Corriere della Sera, 12 ottobre 2026
L’italia delle leggi elettorali
Mentre viene varata una nuova legge elettorale è lecito chiedersi: per quali ragioni, dopo la fine del vecchio sistema dei partiti nei primi anni Novanta, l’Italia si è trovata a cambiare così di frequente le proprie regole elettorali? Perché ciò accade qui da noi e non nelle altre democrazie europee? Dopo l’abbandono della proporzionale pura (primi anni Novanta per l’appunto) l’Italia ha adottato in successione cinque sistemi elettorali diversi (quello varato dal governo Meloni è il quinto della serie). Se evitiamo di piegarci al deplorevole costume che impone di usare il latinorum (Porcellum, eccetera) per designare i suddetti sistemi elettorali, possiamo ricordare quanto segue. Il primo – un sistema prevalentemente maggioritario che tuttavia conservava una quota di seggi assegnati con il metodo proporzionale – venne adottato nel 1993 nel corso di un processo di parziale ristrutturazione del sistema politico, dovuto agli effetti (deflagranti) che ebbe sulla politica italiana la fine della Guerra fredda. Il secondo sistema elettorale, volto a diluire e a ridimensionare, almeno in parte, il ruolo dei collegi uninominali e dei loro effetti (legge Calderoli) venne adottato nel 2005 all’epoca del governo Berlusconi. Al tempo del governo Renzi seguirono altre due leggi elettorali: la prima nel 2015 e la seconda (in vigore fino ad oggi) nel 2017. Adesso è arrivata la riforma Meloni.
C’ è da scommetterci: alla fine della prossima legislatura – soprattutto se nessuna delle due coalizioni supererà la soglia necessaria per far scattare il premio di maggioranza – è probabile che il Parlamento venga di nuovo chiamato a cambiare il sistema elettorale.
Per tutto il tempo che durò il vecchio sistema dei partiti il sistema elettorale (proporzionale) rimase stabile. Serviva alla bisogna dei principali partiti (la Dc e il Pci). Era l’epoca in cui la forza dei partiti era tale – si parlava, allora, di «partitocrazia» – da compensare le debolezze del nostro sistema parlamentare (il bicameralismo paritetico, la debolezza istituzionale del governo). Vero è che le compensava solo in parte: l’instabilità governativa fu sempre elevatissima. Per tutta l’epoca che è stata definita della Prima repubblica, benché non venisse mai meno la posizione dominante della Democrazia cristiana, i governi avevano per lo più una vita breve e stentata. Il crollo di quel sistema dei partiti lasciò improvvisamente senza contrappesi e senza compensazioni quel fragile sistema parlamentare con tutte le sue antiche, storiche disfunzioni. Da allora la democrazia italiana non ha più goduto di reti di protezione. I partiti, anche gli eredi della Dc e del Pci, erano ormai l’ombra di ciò che erano stati un tempo. Veniva meno l’antico, forte insediamento sociale. Contemporaneamente, coalizioni di governo eterogenee si trovavano a fare i conti con un sistema istituzionale che, a differenza, ad esempio, del sistema di cancellierato vigente in Germania, non era in grado di proteggere gli esecutivi dagli effetti destabilizzanti dei conflitti interni alle coalizioni di governo, di garantire le condizioni che servono per dare all’azione governativa quel tanto di efficacia che da essa ci si aspetta.
Le ragioni contingenti per cui si sono così frequentemente cambiate le leggi elettorali hanno a che fare con le varie situazioni e condizioni in cui si è trovata di volta in volta la politica italiana. Ovviamente, le riforme del 2005, del 2015, del 2017 furono il frutto di calcoli (che si rivelarono regolarmente sbagliati) da parte di chi di volta in volta controllava il governo sulle regole di voto ritenute per sé più convenienti al fine di affrontare il confronto elettorale. Ciò vale anche per la riforma varata dal governo Meloni.
È dubbio che in tutti questi anni l’esigenza di cambiare le regole elettorali sarebbe stata sempre così pressante se il sistema istituzionale fosse stato in grado di offrire solide protezioni all’azione dei governi. Però – si dice – c’è, a smentire quanto fin qui affermato, la stabilità del governo Meloni, il fatto che questa volta l’Italia ha conosciuto un governo che, salvo incidenti dell’ultima ora, risulterà essere lo stesso dall’inizio alla fine della legislatura. Si può replicare che ciò è accaduto per un insieme di condizioni fortuite. È poco probabile che si ripetano. Il che spiega perché il governo Meloni, come quelli precedenti, abbia scelto di mettere mano alla legge elettorale. Peraltro, va ricordato che la stabilità del governo Meloni non si è accompagnata a quell’incisiva opera riformatrice da tanti sempre invocata. Data la fragilità del nostro sistema di governo e l’eterogeneità delle coalizioni, è difficile che possano esserci, da questo punto di vista, cambiamenti di rilievo nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni (ammesso che un vincitore ci sia).
Vigeva ancora il vecchio sistema di partiti (anche se ormai scricchiolava vistosamente) quando, negli anni Ottanta dello scorso secolo, si tentò per la prima volta, con la Commissione Bozzi per le riforme istituzionali, di razionalizzare il nostro sistema parlamentare. Quel tentativo fallì. Come sono falliti tutti i tentativi successivi. Ormai è chiaro che la nostra forma di governo è irriformabile.
Oggi quasi tutte le democrazie europee sono in gravi difficoltà. A quelle difficoltà comuni, si aggiungono, nel nostro caso, le tradizionali magagne del particolare sistema parlamentare vigente. In una situazione in cui anche i partiti sono diventati istituzioni fragili. I continui cambiamenti del sistema elettorale sono la spia della debolezza della politica italiana.
Nonostante tutto ciò, fino ad oggi, la nostra democrazia è riuscita a cavarsela. Si spera che ciò valga anche per il futuro.