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 2026  ottobre 12 Lunedì calendario

Filippo Andreatta ricorda il padre Beniamino

Filippo Andreatta, qual è il primo ricordo di suo padre Beniamino?
«Da piccolo avevo i capillari fragili, perdevo sangue dal naso, e lui andava in farmacia nel cuore della notte a prendere il cotone emostatico. Ho il ricordo di un papà che si prende cura del figlio».
Che papà era?
«Lavorava tanto, quindi lo vedevo poco. Poi era un po’ impacciato con i bambini. I suoi libri non erano i nostri. Mamma ci prendeva Topolino; lui era più legato a Salgari. È molto migliorato con il tempo. Con l’adolescenza e soprattutto l’università si è incuriosito e passava molto più tempo con noi».
Sua madre Giana era un’allieva di suo padre.
«Papà era assistente alla Cattolica, mamma frequentava scienze politiche. Fu un corteggiamento d’altri tempi. Si sono dati del lei per due anni. Prima vacanza a Trafoi, ma in alberghi separati».

Nello splendido libro «È stata tutta luce», sua madre racconta che il primo bacio fu sulla guancia, e lo diede lei a lui.
«Era un’Italia presecolarizzata. Ma se è per questo, anche con il suo allievo Romano Prodi si davano del lei. E hanno continuato per tutta la vita».

Suo padre ha avuto una vita avventurosa. Durante la Resistenza a sedici anni era già in montagna.
«Mio nonno, Beniamino anche lui, era in campo di concentramento in Germania, con i tedeschi che aizzavano i cani lupo contro i militari italiani. Mio padre voleva sfuggire alla leva di Hitler: Trento era stata de facto annessa al Reich. E poi idealmente voleva prendere in battaglia il posto del padre prigioniero. Diceva: manca un italiano; lo sostituirò io».
Dopo il matrimonio andò in India, a fare il consigliere economico di Nehru.
«Sì, su richiesta del Mit di Boston. Prima era stato a Cambridge, dove ebbe un’impostazione keynesiana e divenne amico di Amartya Sen».

Quando studiava alla Cattolica divideva l’appartamento con Giovanni Bazoli, e perdeva spesso le chiavi.
«Era celebre la sua distrazione sulle cose materiali. Dimenticava di spegnere la pipa, se la metteva in tasca accesa, e si bruciava i pantaloni. Ma sulle cose importanti aveva una capacità di concentrazione impressionante».

Sia Bazoli sia Giuliano Amato hanno detto che Beniamino Andreatta era l’uomo più intelligente che abbiano mai conosciuto.
«Era una persona molto curiosa. Si metteva alla pari degli interlocutori, e anche senza sapere nulla di un argomento faceva domande pertinenti finché non riusciva a capirne gli aspetti».
Ad esempio?
«Non sapeva cucinare, ma se incontrava uno chef in poche domande riusciva a capire come cucinasse; se incontrava un benzinaio voleva capire perché da lui la benzina costasse cento lire in più o in meno. Era una specie di ChatGpt».
Con Moro che rapporto aveva?
«Moro non lo conosceva. Rimase folgorato ascoltando una sua relazione sullo sviluppo al convegno di San Pellegrino. Era un’Italia diversa. Lei immagina Meloni o Schlein che stanno ad ascoltare per un’ora un professore che non conoscono? Così Moro lo volle consigliere economico del suo primo governo».
Moro fu rapito il 16 marzo 1978.
«Avevo dieci anni, mi venne a prendere a scuola mia sorella Tinny...».
Tinny Andreatta, responsabile Netflix per l’Italia.
«Ricordo Cossiga entrare a casa nostra armato e appoggiare la pistola all’ingresso. Si faceva serata a cercare di aiutare le indagini: papà invitava ingegneri che usavano spettrometri sulle Polaroid per capire in quale zona del Lazio erano state scattate».
Moro dal carcere aveva parlato di lui come di una promessa.
«Da quel momento si sentì addosso un’eredità pesante. E anche qualche problema. I brigatisti elaborarono un piano per rapirlo che lo costrinse a trasferirsi in una caserma. Era preoccupato del terrorismo sin dalla fondazione di Sociologia a Trento negli anni ’60».
Non è stata la sua unica intuizione.
«Cinquant’anni fa operava per l’esercito europeo. E aveva anticipato la necessità di una Bce dieci anni prima di Maastricht».
Da ministro sullo Ior chiamò in causa Wojtyla.
«Si era informato sulle norme del Vaticano, aveva visto che la responsabilità era del Papa, e quindi lo chiamò in causa in Parlamento perché c’era questo monsignore americano, Marcinkus, implicato con Calvi nel crac dell’Ambrosiano. Lui, democristiano, contro quelli che definì atei devoti».
E affidò l’Ambrosiano a Bazoli, che partendo da lì ha costruito la più grande banca italiana.
«Lo conosceva in quanto uomo integerrimo e ottimo professore di diritto, che non si era mai occupato di finanza».
Come nacque l’Ulivo?
«Posso dirle anche dove. Una delle riunioni decisive si tenne su questo divano della casa dei miei. Mi ricordo Romano Prodi in tuta – era appena stato a correre – e Arturo Parisi, che chiamavano Hailé Selassié per la sua somiglianza, in effetti impressionante, con l’imperatore etiope».
C’era stata la grande vittoria di Berlusconi.
«Da tradizione andavamo a seguire le elezioni in tv da Romano. Nel 1994 tirava una brutta aria: papà decise di guardarle qui in casa, e io rimasi con lui. Quando vide che Forza Italia era il primo partito mi disse: “Figliolo, il prossimo presidente del Consiglio dopo Berlusconi sarà Pippo Baudo; e sarà il nostro candidato”».
Pippo avrebbe vinto a mani basse. Invece suo padre indicò Prodi, che vinse pure lui, anche se durò poco.
«E Prodi riconobbe: è difficile essere superati da un allievo, però Andreatta, quando lui era ministro e io capo del governo, non me l’ha mai fatto pesare».
Sì, ma perché Prodi?
«Era un economista e bisognava portare l’Italia nell’euro. Papà poi ricordava che era stato giovane ministro del governo di solidarietà nazionale; e poi, in quanto reggiano, era bravo a parlare con i comunisti».
Però quando Prodi fondò i Democratici non lo seguì.
«Disse che si era già candidato con due partiti, la Dc e il Ppi, ed erano già troppi; non avrebbe partecipato a un’altra scissione. Ma previde che Prodi e i cattolici democratici si sarebbero ritrovati in un nuovo partito, che si sarebbe chiamato Margherita».
Sarebbe riuscito a convincere Bazoli a guidare l’Ulivo nel 2001?
«Non lo so. Bazoli rifiutò. Ma a me disse: “A una chiamata di tuo padre non so cosa avrei risposto”».
Suo padre non poteva chiamare Bazoli, perché si era sentito male alla Camera il 15 dicembre 1999 ed era entrato in coma. Vi è rimasto sino alla morte, il 26 marzo 2007.
«Qualche giorno prima era accaduto un episodio strano. Papà scivolò e si fece male a una gamba. C’era in casa uno humor nero di tipo britannico. Io sorrisi: “Bisognerà abbatterti come un cavallo azzoppato”. Ma lui in un contesto comico disse una cosa seria: “In questa casa non si toglie la vita a nessuno”. Alla luce di quello che stava per accadere, era una chiara indicazione».
Come sapeste del malore?
«Telefonò Castagnetti alla mamma. Andammo a Roma, dove rimase qualche settimana. Poi lo portammo a Bologna».
Sette anni di sonno.
«Quando è stato male, i consigli dei medici erano ambivalenti: andare avanti il più possibile; o aiutare una dipartita più veloce. Ciascuno in famiglia aveva le sue opinioni; ma avevamo la fortuna di avere la sua. Così tutti abbiamo concordato: si doveva proteggere la sua vita finché possibile».
E non l’avete mai lasciato solo.
«Siamo andati a trovarlo due volte al giorno tutti i giorni, mattina e sera, per più di sette anni. E abbiamo acconsentito alle tre A: alimentazione, accudienza, analgesia. Non doveva provare dolore».
Soprattutto, l’avete amato. Scrive sua madre: «Dopo averti baciato, carezzato, massaggiato, toccato e spupazzato mi resta addosso il tuo odore, che non è di malato, ma quello tuo di sempre, l’unico profumo che mi interessi, e per qualche ora me lo porto dietro e mi parla di te. Amo farti la barba, passarti la salvietta umida sugli occhi, pettinarti, idratarti, piegarti le dita per evitare che si irrigidiscano...».
«Non entro nei dettagli medici, ma lui c’era. Mio padre c’era. Quando entrava in stanza mia madre gli usciva una lacrima; quando entravo io, no. Bazoli e Prodi venivano a parlargli, a chiedergli consigli».
Poi, nel 2007, la fine.
«Quando morì, io non ero pronto. Non sei mai pronto a perdere il padre. Certo, il malore era stato un trauma, ma la vera botta arrivò allora».
Ancora oggi si discute del suo pensiero.
«In questi tempi turbolenti a molti manca la sua visione».
Com’era il rapporto con la moglie?
«Molto dolce. Quando tornava da Roma per il weekend arrivava con i fiori».

Le vacanze?
«A lui e a me piaceva la montagna. Mare con mamma e i fratelli, ma solo il minimo sindacale; poi Dolomiti, passeggiate, golf e letture».
Golf?
«Aveva imparato a Cambridge. Non era uno sportivo, ma come tutti i trentini sapeva sciare. Però amava soprattutto mangiare. Molto velocemente, forse per avere più tempo per parlare».
Al funerale c’era mezzo governo.
«Erano i suoi amici. Ma alla commemorazione in Parlamento ricordo Mirko Tremaglia, con cui erano in confidenza. Rimase in piedi per tutta la cerimonia, temevo che a un certo punto gridasse “presente!”. Era grato a papà per averlo portato all’Asmara, a festeggiare l’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia».
Cosa le manca di più di lui?
«La conversazione».
Cosa gli direbbe?
«Di tutto. Magari il giorno dopo si votava la finanziaria, ma lui parlava fino alle ore piccole con i figli. Con Tomaso di finanza, con Erika di architettura, con Tinny di cinema e con me di politica internazionale. La curiosità era il suo tratto dominante, una specie di ginnastica continua».
Com’è vivere senza di lui?
«Non è facile, con un padre così. Uno si sente a volte con un gigante sulle spalle, invece che sulle spalle di un gigante. Ho fatto con scrupolo il mio lavoro, ho contribuito a fondare un dipartimento nel 2012, quando avevo 44 anni. Ma lui alla stessa età aveva già fondato due università e una Facoltà: oltre a Trento, Arcavacata in Calabria e Scienze politiche a Bologna. Era un’Italia diversa, che valorizzava i talenti».
Lei ha chiamato il suo primogenito Beniamino.
«Il primo nipote maschio. Una tradizione di famiglia».
Pensa di rivederlo?
«Non lo so. Ma già in questa vita riesco a interloquire con lui, lo sogno spesso e immagino che consigli mi darebbe. In qualche modo, papà è ancora con noi».