Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 12 Lunedì calendario

Usa, sfida di midterm Che cosa c’è in gioco

Tutto il mondo guarda al 3 novembre: Donald Trump a giudizio nelle elezioni di midterm. Finalmente, viene da aggiungere, dopo quasi due anni di scelte politiche spericolate, insulti, minacce. Dentro e fuori gli Stati Uniti. Senza contare il conflitto di interesse permanente, le speculazioni personali in Borsa, gli affari mescolati alla politica internazionale. Il risultato di tutto ciò si legge nei sondaggi. Nel novembre 2024 Trump vinse con il 49,8% del voto popolare. Oggi solo il 37,8% degli elettori approva il suo operato (fonte: RealClearPolitics).
Come funzionano le elezioni
Gli americani voteranno per l’elezione completa della Camera dei Rappresentanti, formata da 435 deputati, e per il rinnovo di 35 senatori sui 100 totali. Dalle urne uscirà come sempre un giudizio sui primi due anni di mandato presidenziale. In passato, è stato quasi sempre negativo: nel 1994 il democratico Bill Clinton perse sia Camera che Senato; nel 2006 accadde la stessa cosa al repubblicano George W. Bush; a Barack Obama sfuggì il controllo della Camera nel 2010 e del Senato nel 2014; a Trump quello della Camera nel 2018, come pure a Joe Biden nel 2022.
Oggi alla Camera il partito repubblicano dispone di una striminzita maggioranza: 218 seggi contro i 214 dei democratici. Al Senato la soglia minima per la maggioranza è 51 seggi su 100. Al momento, i repubblicani ne hanno 53, i democratici 47. In caso di parità interviene il vicepresidente, il repubblicano JD Vance, con il voto decisivo. L’esito del midterm può rallentare, e talvolta anche far deragliare, il treno presidenziale. Per questo il presidente che viene sconfitto diventa «un’anatra zoppa».
Dove si decide la partita
Ogni Stato può disegnare i distretti elettorali per la Camera, in modo da concentrare la presenza dei propri elettori e diluire quella degli avversari adottando la tecnica del cosiddetto «gerrymandering» per condizionare il risultato finale. Tra il 2025 e il 2026 questo «taglia e cuci» è stato usato in otto Stati repubblicani (Texas, Florida, North Carolina, Missouri, Ohio, Tennessee, Alabama e Louisiana), e due Stati democratici (California e Utah). Il risultato è che i repubblicani potrebbero guadagnare fino a 16 seggi e i democratici 6. Basterà questo vantaggio per decidere l’esito delle elezioni alla Camera? Stando ai sondaggi, no. Considerando il voto di tutti i 50 Stati, i democratici sono in vantaggio di 8,3 punti percentuali (media calcolata dal sito RealClearPolitics).
Al Senato invece sono cinque i seggi in bilico finora occupati dai repubblicani in Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas. I sondaggi danno per ora in testa i candidati democratici in Ohio e, a sorpresa, in Texas.
I numeri a confronto
Il presidente americano sostiene che il Paese non è mai stato così ricco, così forte, così rispettato. Il quadro reale si ottiene mettendo a confronto i dati di oggi con quelli di novembre 2024, quando Trump vinse le elezioni presidenziali.
L’inflazione è salita dal 2,7% al 3,4% di agosto (fonte: Bureau of labor statistics); il debito pubblico è passato da 35.900 a 40.200 miliardi di dollari (dati del Congresso); la crescita del Pil era del 2,8% e per quest’anno il Fondo Monetario stima il 2,3%. La disoccupazione è rimasta ferma al 4,2%.
Il conto più salato, però, gli americani lo pagano al distributore e al supermercato. Nel novembre 2024 un gallone di benzina (3,7 litri) costava 3,04 dollari, oggi è salito a 4,41 (fonte: Automobile club americano); una libbra di caffè (453 grammi) è balzata da 6,32 dollari a 9,30 dollari; una libbra di carne macinata è passata da 5,35 dollari a 6,92. Decisamente più care anche le bollette elettriche: a fine 2024 gli utenti pagavano 17,6 centesimi per chilowattora, oggi 19,6 (dati del Bureau of labor statistics). Decisamente meglio il prezzo delle uova, su cui Trump aveva fatto leva nella campagna elettorale del 2024. All’epoca una confezione da 12 costava 3,65 dollari; lo scorso agosto, 2,27 dollari.

I dazi e le guerre
La bandiera della politica economica trumpiana sono stati i dazi. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non poteva imporli usando la legge sulle emergenze economiche. Pertanto, devono essere restituiti i circa 166 miliardi versati dagli importatori. Finora sono stati rimborsati più o meno 100 miliardi; sul resto pendono ancora i ricorsi giudiziari.
Sull’immigrazione, invece, Trump può esibire risultati concreti: gli irregolari presenti nel Paese sarebbero scesi da 15,8 milioni nel gennaio 2025 a 13,5 milioni nel luglio scorso (fonte: Center for immigration studies).
Quanto alle otto guerre di cui il presidente si vanta di aver terminato: alcune erano dispute diplomatiche, come quella tra Egitto ed Etiopia per la costruzione di una diga. Altre inesistenti, come quella tra Serbia e Kosovo. Il breve incidente armato tra India e Pakistan si è risolto rapidamente, senza una vera mediazione americana. L’Azerbaigian ha cacciato gli armeni dalla regione contesa del Nagorno-Karabakh. Che cosa resta? Il conflitto tra Cambogia e Thailandia. Le guerre aperte, invece, sono ancora tutte lì. Lo scontro tra Rwanda e Repubblica democratica del Congo continua, nonostante l’accordo mediato da Washington. A Gaza gli attacchi israeliani non si sono mai fermati. L’ottava guerra, «conclusa» secondo il conteggio di Trump, è quella tra Israele e Iran. Come sappiamo gli Stati Uniti sono intervenuti per espanderla, con gravissimi effetti per l’economia mondiale e il ritorno del terrorismo. La guerra in Ucraina invece è in piena escalation, nonostante Trump, prima ancora del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, avesse assicurato di poter convincere Zelensky e Putin a trovare un accordo in 24 ore.
I limiti di una maggioranza risicata
Per Donald Trump, dunque, si prospetta una sconfitta molto probabile alla Camera e possibile al Senato. Anche con una maggioranza risicata alla Camera, i democratici possono bloccare le spese o i tagli delle tasse proposti dalla Casa Bianca. Spetta al Parlamento, tra l’altro, dichiarare lo stato di guerra. Se conquistassero anche per un solo seggio il Senato, il partito democratico avrebbe in mano le conferme di giudici federali, ministri e ambasciatori. Nello stesso tempo, però, va ricordato che il presidente ha il diritto di veto sulle leggi approvate dal Congresso. Per superare il veto presidenziale, occorre una delibera votata dai due terzi dei parlamentari sia alla Camera che al Senato. Però nessun sondaggio vede i democratici vicini a questa soglia nei due rami del Congresso. Infine, i democratici potranno mettere sotto accusa il presidente alla Camera (impeachment), ma poi non avranno i voti necessari per condannarlo al Senato o per imporgli una svolta politica.
Che cosa può fare un’anatra zoppa
Trump ha già dimostrato nel primo mandato di poter aggirare il Congresso con un imponente ricorso agli ordini esecutivi. Sono provvedimenti che toccano le materie più varie e restano in vigore finché non vengono sostituiti da una legge, annullati dai tribunali federali oppure revocati dal presidente successivo. Questo significa che, in caso di sconfitta nel midterm, Trump potrebbe usare in maniera ancora più massiccia gli ordini esecutivi, e il Congresso non avrebbe la possibilità di arginare la valanga. Certo, se i democratici controlleranno Camera e Senato potranno varare leggi per cancellarli, che però Trump potrà bloccare con il veto. Il rischio, allora, è quello di uno scontro politico permanente tra il Congresso e la Casa Bianca. In ogni caso il presidente avrà mani meno libere, perché sarà costretto a negoziare con gli avversari i provvedimenti indispensabili per il funzionamento dello Stato, a cominciare dalla madre di tutte le leggi, quella sul bilancio. E senza accordi, gli Stati Uniti rischiano uno stallo politico che può durare fino all’elezione del prossimo presidente.