Corriere della Sera, 12 ottobre 2026
La strategia «iraniana» per isolare i sauditi. Bin Salman spera nei raid Usa
La strategia degli Houthi è la replica di quella di Teheran. E non solo perché li lega un rapporto stretto. È una scelta dettata dalla geografia, dalle opportunità, dall’agenda specifica del movimento sciita yemenita.
Il blocco
L’equazione dei combattenti è semplice: se il nostro spazio è bloccato lo sarà anche quello saudita. Un principio inizialmente adottato al traffico marittimo e ora esteso all’aviazione civile. È la risposta a misure adottate qualche settimana fa da Riad. C’è la volontà di isolare il regno colpendo i principali aeroporti: infatti molte compagnie hanno sospeso i voli dopo gli attacchi che hanno provocato vittime. Tra i 12 morti di sabato solo 4 erano sauditi.
Il ricatto è reso possibile dalle capacità belliche della fazione. La disponibilità di missili balistici, cruise e droni-kamikaze è robusta, consente tattiche flessibili da parte di uomini addestrati, assistiti dai pasdaran iraniani, nel ruolo di consiglieri e coordinatori. Secondo indiscrezioni riceverebbero, sempre attraverso l’Iran, informazioni dai russi.
Gli Ansar Allah – questa la loro vera denominazione – possono essere selettivi nella scelta dei bersagli, questo per ribadire che lo scontro è con la monarchia e non con tutti. Anche se la minaccia sul Mar Rosso ha provocato una riduzione del traffico marittimo globale.
Le infrastrutture
I miliziani sono pronti ad allargare gli strike alle infrastrutture saudite. Di nuovo la copia di quanto fatto dall’Iran contro i suoi vicini del Golfo. Un modo per rendere sempre più costoso il conflitto, incidendo su una «rete» di siti importanti per l’economia. I colpi portati al settore petrolifero lo hanno dimostrato ampiamente. Gli attacchi hanno coinvolto i grandi depositi e la pipeline che sbocca a Yanbu, il terminale alternativo diventato cruciale a causa della crisi di Hormuz.
Sono azioni che hanno un impatto immediato e di lungo termine. Perché possono compromettere i programmi lanciati dal principe Mohammed bin Salman e tenere lontano gli investitori stranieri. Alcuni progetti sono stati già stati ridimensionati per ragioni di budget, la guerra rischia di affossarli. Una perdita concreta, un affronto al prestigio.
Un esperto ha sottolineato in un’intervista alla Bbc che rispetto ai round bellici del passato c’è una differenza importante: l’intensità dei bombardamenti ripetuti nell’arco del tempo, proprio per dare maggiore forza al messaggio. Con un punto centrale chiave: qualsiasi escalation da parte saudita otterrà una reazione ampia. Il meccanismo adottato con grande efficacia dall’Iran.
Le difese
L’Arabia Saudita ha una componente militare di circa 200 mila uomini. Ha speso una fortuna in armamenti diversificando le forniture, firmando contratti con americani, europei, cinesi e molti altri. La sua aviazione dispone di caccia moderni, come i Typhoon e gli F 15 Eagle. Nel paese sono presenti militari Usa – con ruolo di appoggio e intelligence —, reparti antiaerei italiani, britannici, greci e turchi. Partner che hanno schierato batterie per aumentare lo scudo. I pachistani, da anni, hanno inviato truppe. Di recente Riad, Islamabad (potenza nucleare) e Ankara hanno firmato un patto, solo che i due alleati lo interpretano – per ora – solo in chiave difensiva.
L’asse con Washington, rappresentato dalle basi e dagli affari, si è rivelato fragile davanti ai «tiri» dei pasdaran. E solo adesso, dopo infinite suppliche da parte di bin Salman, Donald Trump ha dedicato attenzione a questo fronte lasciando aperta la possibilità ad un intervento.
Per la verità gli Stati Uniti si sono già misurati con gli Houthi, con settimane di bombardamenti, scoprendo quanto sia difficile cambiare il quadro affidandosi ai soli raid. Alla fine, hanno preferito firmare una tregua per dedicarsi ad altro.
C’è chi, in queste ore, rimprovera ai protagonisti un atteggiamento in passato troppo arrendevole nei confronti del movimento yemenita, una linea di contenimento che si è rivelata inutile. Per contro qualche osservatore ribadisce che non esiste una soluzione militare possibile e, comunque, gli Houthi si sono guadagnati una posizione «di rendita» visto che sono in grado di interferire sulla rotta del Mar Rosso anche senza sparare un proiettile.
E questo avviene in parallelo alla manovra iraniana su Hormuz. Teheran invita al dialogo ma intanto lascia fare al suo «fratello» più prezioso ed incassa i risultati.