Corriere della Sera, 12 ottobre 2026
Quando la setta sciita entrò alla Mecca e rubò la Pietra Nera
Nell’anno 930 i Qarmati, una setta sciita radicale, entrano alla Mecca durante il pellegrinaggio, fanno strage di fedeli e si portano via la Pietra Nera. Undici secoli dopo, il quotidiano saudita Okaz rispolvera quel nome per gli Houthi. Faranno la stessa fine, scrive. Pochi giorni prima il Gran Mufti del regno, Saleh al-Fawzan, chiama la milizia yemenita un «gruppo del male» e dice ai soldati al fronte che «difendono i luoghi sacri dei musulmani», sulle orme dei Compagni del Profeta.
Ci si aspetta che il Mufti parli di fede. Ma alla fede, qui, si intrecciano gli interessi della regione: il petrolio e il primato sul Golfo. Dietro, si intravede anche lo scontro che da quasi mezzo secolo si combatte per interposta milizia, quello tra Arabia Saudita e Iran, le potenze che si contendono la guida dei due rami dell’Islam.
Sunniti e sciiti si dividono dal VII secolo, sulla successione al Profeta. Ma nel 1979 cambia tutto. La Rivoluzione di Khomeini porta i turbanti al potere sull’altra sponda del Golfo, e da quel momento ciascun ramo dell’Islam ha uno Stato che pretende di guidarlo. La monarchia saudita custodisce la Mecca e Medina e finanzia moschee in mezzo mondo. La teocrazia sciita si propone come avanguardia degli oppressi e promette di esportare la Rivoluzione.
In Medio Oriente gli sciiti sono più di un terzo dei musulmani. È una minoranza robusta, che è maggioranza in Iran, Iraq e Bahrein, e che Teheran negli anni trasforma in una rete di alleati armati. Gli Houthi in Yemen, il più autonomo. Riad risponde con il denaro, con le alleanze e, quando serve, con i carri armati. Per decenni le due capitali si combattono senza mai affrontarsi direttamente.
Lo Yemen è il fronte dove questa guerra per procura brucia di più. Il Paese è un mosaico. Una maggioranza sunnita e, al Nord, un terzo abbondante della popolazione di fede zaydita, una corrente sciita. Dopo anni di guerra civile, con 377 mila morti (dati Onu), nel 2022 arriva la tregua. Ma la guerra di Gaza e quella di Stati Uniti e Israele contro l’Iran cancellano la pausa. Quest’anno, per colpire le basi americane e il petrolio del Golfo, i missili iraniani cadono anche sull’Arabia Saudita. E gli Houthi, rotta la tregua, si prendono Mocha e l’isola di Perim, all’imbocco di Bab el-Mandeb, poi bombardano Riad.
Oggi la guerra si combatte su due piani. Il primo è quello yemenita. Gli Houthi governano Sana’a, si considerano il vero governo del Paese – riconosciuto solo dagli ayatollah – e rivendicano ogni colpo come una risposta ai raid sauditi su ospedali, porti e mercati dello Yemen. Riad punta a riprendere Sana’a. Il secondo è quello regionale. Una vittoria saudita toglierebbe all’Iran l’alleato che tiene sotto tiro il Mar Rosso e il fianco meridionale del regno. Una sconfitta, al contrario, rafforzerebbe la rete di milizie di Teheran. Per ora, osserva l’analista israeliano Danny Citrinowicz, a guadagnarci è l’Iran: la guerra tiene alto il prezzo del petrolio e svuota le casse saudite. Questo allontana gli investitori da bin Salman che sogna di far diventare il Paese una potenza economica globale.
La teologia spiega solo una parte della storia. Sotto le bandiere della fede si muovono interessi molto terreni: il controllo del Golfo e dei suoi Stretti – da Hormuz a Bab el-Mandeb – da cui passa il petrolio del mondo, e il primato sulla regione. Ma anche la sopravvivenza di due regimi.