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 2026  ottobre 12 Lunedì calendario

L’intesa sul diesel e la situazione militare vista da Mosca

La diplomazia del diesel salverà il mondo dalla carestia. La frase è di Kirill Dimitriev, l’amerikano del Cremlino, il vero uomo di Vladimir Putin alla Casa Bianca, che nell’ultimo mese ha tessuto il filo di quest’ultimo accordo, «significativo e storico», secondo la sua opinione interessata.
Le prove che questa svolta arriva da lontano sono ovunque, anche nelle parole del primo consigliere Yuri Ushakov, il quale ha raccontato che la telefonata nata dagli auguri di Donald Trump al presidente russo per il suo compleanno è servita solo per porvi il sigillo, e forse per questo è stata tenuta lontano da ogni attenzione, non essendo stata inserita nell’elenco dei capi di Stato che hanno reso omaggio a Putin per il suo settantaquattresimo compleanno. «Nessuno dei due voleva chiudere per primo», racconta Ushakov suggerendo la comunione di amorosi intenti tra i due quasi amici. E aggiunge un dettaglio curioso su quella che alcuni osservatori indipendenti come Novaya Gazieta definiscono invece da qualche tempo come «la diplomazia di Melania». La moglie del presidente americano si è detta preoccupata per quel che accade ad Oleshky, una città nella regione di Kherson in mano ai russi, dove da settembre non arrivano cibo e medicine. Secondo lei, d’ora in poi ci sarà un canale fisso tra il suo ufficio e la commissaria russa per i diritti umani, Jana Lantratova.
Cautela e giubilo
L’anziano suggeritore di Putin si fa più cauto al momento di commentare la portata dell’intesa. «I negoziati rimangono al punto di partenza», ha detto, aggiungendo la consueta postilla che addebita la colpa dello stallo a Kiev. La prudenza invece non appartiene ai media russi, che dopo avere sbeffeggiato Trump in ogni modo possibile in questi mesi, all’improvviso grazie a lui hanno rispolverato la grancassa trionfale. L’accanimento riguarda una persona sola, e va ben oltre il valore dell’accordo con gli Usa, che peraltro viene trattato in modo molto asciutto. «Gli ultimi giorni di Zelensky»: è il titolo nazional-popolare, diciamo così, di Argumenty i Fakty, settimanale di approfondimento politico. La voglia di rivincita nei confronti del presidente ucraino si manifesta nel commento molto netto dell’agenzia statale Ria Novosti, che afferma come «tutto ormai è pesato e già deciso», con l’Ucraina e il suo presidente «destinati al crollo». In un certo senso, non ha tutti i torti il blogger di guerra Dmitrij Steššin, quando definisce l’intesa con gli Usa la «trovata dell’anno» perché d’ora in poi ogni drone ucraino su una raffineria diventerà una offesa personale a Trump, e naturalmente condisce il suo ragionamento con epiteti irriferibili su Zelensky.
Rovescio della medaglia
Ma il presunto trionfo di Putin ha un rovescio, e non serve andare lontano per vederlo. La scorsa notte a Kaluga, poco distante dalla capitale, una colonna di fumo nero si è alzata sopra il più importante data center di Yandex, il Google russo, una delle poche grandi aziende del Paese risparmiate dalle sanzioni occidentali. Con questo, fanno due centri su cinque fuori uso. E con loro, per qualche ora, i siti delle Ferrovie russe, della telefonia MegaFon, di diverse testate. Il titolo ha perso il 4,5 per cento in Borsa. La guerra torna a casa, e anche negli aeroporti. Venerdì, tutti e quattro gli scali di Mosca hanno chiuso di nuovo, per droni e misteriosi palloncini sopra i palazzi: oltre duecento voli in ritardo, un centinaio cancellati. Restrizioni anche a Sochi. Il piano «Kovyor», tappeto, che svuota i cieli a ogni allarme, è ormai una voce fissa sui tabelloni.
Poi c’è il fronte, dove narrazione ufficiale e realtà parlano lingue diverse. Secondo l’Institute for the Study of War, la tenaglia che doveva chiudere il Donbass ucraino, da Lyman a nord e da Dobropillia a sud, ha perso un braccio. Lo ha spezzato una controffensiva ucraina «condotta brillantemente», l’Operazione Vivaldi. Centosettantasei chilometri quadrati liberati, Sloviansk che può finalmente respirare, non più minacciata da nord-est. Il think tank americano ha fatto i conti. Dall’ottobre scorso, i russi hanno guadagnato 630 chilometri quadrati, meno di due al giorno, contro gli oltre undici dell’anno prima. A questo ritmo, il resto della regione di Donetsk cadrebbe il 30 novembre 2031. Ma l’Isw non ritiene che Mosca possa riuscirci. La partita sul campo resta aperta. Più ancora delle mappe, il vero problema che forse Putin sta cercando di nascondere, soprattutto al suo alleato americano, è la distanza tra i due diversi racconti.