il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2026
Luigi Caiola ricorda Ennio Morricone
La (sua) prima volta dal vivo è già una sceneggiatura hollywoodiana. “Eravamo a Londra, tutto esaurito. Poco prima dell’inizio sale sul palco Mario Rocchi: doveva sistemare gli spartiti sui leggii e li teneva sotto il braccio. Il pubblico lo vede e parte una standing ovation: erano convinti fosse Morricone. Noi, dietro, a ride’. Ma nessuno dei presenti aveva mai visto Ennio ed Ennio non aveva mai visto loro. Così quella sera, quando lui è salito sul palco, il pubblico lo ha scoperto ed Ennio ha scoperto di avere un pubblico”.
Luigi Caiola era lì, dietro a quelle quinte, ad assorbire le emozioni, gli applausi, il nuovo percorso di un genio arrivato ai settant’anni “e in grado di traghettare il 900 nel millennio”. Era lì per togliere il pudore davanti allo stupore, per permettere alle note di Morricone di acquisire una diversa consapevolezza. “Come manager l’ho seguito per 18 anni: insieme abbiamo vissuto il suo percorso mondiale, quando si è rivelato come una vera rockstar”. Quelle note stanno per tornare con We All Love Ennio Morricone, martedì 1º dicembre 2026 alle ore 21 al Palazzo dello Sport di Roma.
Rockstar vezzosa? Il figlio lo ha descritto come un po’ tirchio.
È una vulgata comune, ma non sono d’accordo: era estremamente generoso. Poi sul lavoro chiedeva dei bei compensi, eppure non sceglieva per i soldi; (ci pensa, bene) in realtà, dei soldi, non sapeva cosa farci.
Cioè?
In quasi vent’anni l’ho visto girare sempre con la stessa macchina, una vecchia Golf, regalata dalla Volkswagen dopo uno spot pubblicitario; non credo abbia mai acquistato un paio di scarpe nuove: una volta siamo andati ospiti in una trasmissione della Bbc, in studio accavallò le gambe e apparve un buco al centro della suola.
Perfetto.
Aveva tre o quattro magliette a righine, sempre quelle.
Nessun orologio.
Il tempo era nella sua testa ed era maniaco della puntualità.
Se uno ritardava?
Diventava per sempre suo nemico.
Esempio di nemico-ritardatario.
Siamo a San Pietroburgo per un concerto e le orchestre russe sono celebri per due motivi: la bravura e l’inaffidabilità. Raggiungo la manager locale e mi raccomando: “Per favore, puntualissimi o si innervosisce”. “No problema”. Arriva il momento delle prove, tutti schierati, meno i contrabbassi.
Ahi.
Corro dalla manager. Protesto, ma niente. Ennio si agita e quando decideva di risultare cattivo, lo era; quindi spiega ai presenti che le prove sarebbero durate ben oltre il tempo concordato: “Tanto non ho niente da fare…”. Dopo un po’, dopo altre urla, si presentano cinque ragazze con il contrabbasso. Si siedono. E non suonano.
Perché?
Erano figuranti mandate dalla manager. Sperava che Ennio non se ne accorgesse.
Alla fine?
Io disperato, mentre Ennio mi fa l’occhiolino e fingiamo di crederci.
Quanti concerti insieme?
Oltre 250.
Ha visto cose che…
In Cile pure gli idranti.
Come mai?
Era un concerto offerto da una banca, gli ingressi andarono a ruba, per questo scoppiarono i tafferugli con tutti i telegiornali che trasmettevano le immagini degli idranti. La banca ci chiese di raddoppiare, ma neanche quello è bastato.
Soluzione?
Costretti alla diretta tv.
Morricone in veste rockstar, com’era?
Improbabile. E magnetico.
Perfetto.
Prima di conoscerci non era mai salito sul palco: “Mica posso perde’ tempo, devo comporre”. Poi ha scoperto il pubblico dal vivo e si è appassionato.
Com’è nata l’idea di Morricone sul palco?
Una sera, a Berlino, durante un premio: c’erano dei protagonisti assoluti come Banderas e Polanski, ma nessuno ricevette l’ovazione riservata a Ennio; riuscì a sostenere quell’applauso con grande forza, fermo. Lì pensai: “È un perfetto anti-divo, senza fare nulla”.
Carisma in purezza.
Durante i concerti saliva sul palco, teneva le partiture sotto il braccio, si piazzava di spalle e non si muoveva fino all’ultimo.
Autografi?
All’inizio mi guardava stupito: “Perché vogliono la mia firma? Che se ne fanno?”.
Incuteva timore.
Tantissima reverenza.
Anche sui colleghi?
La lista è infinita.
Bruce Springsteen?
Certo. Apriva, e forse ancora apre, i suoi concerti con C’era una volta il West.
È il brano che Springsteen suona nel cd dedicato a Morricone.
Gli chiedemmo di realizzarlo con la sua chitarra e lui ci mandò cinque versioni diverse sopra la base orchestrale inviata da Ennio: “Dite al maestro di scegliere quella che preferisce”. Peccato che a Ennio non piaceva nessuna delle cinque. Allora si chiuse in studio e mischiò le versioni, modificando pure la struttura del pezzo.
Alla fine un successone.
Quel brano ha vinto il Grammy. E il disco è nato per aiutare Ennio a prendere l’Oscar.
Ci è riuscito.
È stato un lavoro di tre anni.
Ha bussato all’Academy.
(Sorride) Arrivo da Latina, che ne sapevo dell’Academy? Non mi sono reso conto.
Si è lanciato.
In carriera ha ottenuto cinque nomination e nessuna vittoria. L’ultima fu per Malena (di Tornatore) e quella volta ero con lui a Los Angeles: avevamo da poco registrato il nostro primo disco, con qualche sofferenza.
Di che genere?
Per realizzarlo io e mia moglie ci siamo venduti la nostra unica casa; (pausa) mi presentai all’Academy con in mano i Cd, come forma di promozione.
Come parla l’inglese?
Un po’ alla Al Capone. Quando Ennio perse l’Oscar per l’ennesima volta era avvelenato e ripeteva “non mi chiamate più”. E mi sono incaponito.
Giusto.
Ho contattato l’Academy, ho preso appuntamento e avviato l’iter per l’Oscar, senza che Ennio lo sapesse: gliel’ho rivelato dopo l’ok, perché c’era bisogno di una lettera di candidatura.
Cioè?
Per l’Oscar alla carriera è necessaria una lettera di un artista che lo ha già conquistato e che propone un nome. Una petizione. Il primo è stato Tornatore poi ho bussato a tutte le porte possibili e nessuno si è rifiutato, da De Niro a Bertolucci e Loren. Tutto è durato tre anni.
Emozionante.
La sera della premiazione il viso di Ennio rivelava il livello di coinvolgimento emotivo: era trasformato; ma anche lì dimostrò il suo essere anti-divo.
Come?
La cerimonia degli Oscar dura quattro o cinque ore, perché dopo la premiazione si va alla festa sul tetto dell’edificio. Lì tutti lo hanno fermato per una stretta di mano o una foto. Lui devastato. Ennio entro le 21:15 andava a letto.
Ecco.
Usciamo da questa festa e gli chiedo l’ultimo favore: “Molti dei nostri collaboratori sono rimasti fuori e vanno premiati: andiamo per pochi minuti al party di Vanity Fair, entri con la statuetta, noi dietro, poi vai via e restiamo”. Accetta. Scendiamo dall’auto. Parte la scenetta stabilita. Solo che appena varchiamo la soglia, ci becca Madonna, quell’anno regina della festa, e prova ad avvicinarsi. Lui non ne poteva più. “Gigi, portami via”. E lei è rimasta ferma come una salsiccia.
Conosceva Madonna?
Ennio, intorno alla fine degli anni 70, smise di ascoltare la musica degli altri, e questo obbligo lo estese pure alla famiglia.
Isolato…
Temeva contaminazioni: per lui la musica necessaria era già entrata nella sua testa.
I panni della rockstar poi ha imparato a vestirli?
Non tanto, poi detestava quando nelle interviste gli domandavano le solite cose: “Qual è stato il suo rapporto con Leone? Qual è la sua colonna sonora preferita?”.
Nessuno gli chiedeva della passione per la Roma?
Viene a casa sua un giornalista del Guardian. Entra. Trova un enorme schermo in salotto e si esalta: “Maestro, è qui che vede i film per comporre le sue musiche?”. “È per la Roma e sbrighiamoci perché tra poco inizia la partita”.
Chiaro.
La ragazza che chiamavamo per tradurre aveva imparato ad addomesticare le risposte imbarazzanti (cambia tono) Ennio era anche un uomo capace di commuoversi.
Su cosa?
Con Mission sentiva un rapporto speciale e come molti altri grandi creativi, aveva dentro un po’ la convinzione che certe ispirazioni arrivassero da altro, come se non componesse ma scoprisse dei suoni.
Le sue manie?
La ginnastica: ogni mattina si svegliava alle quattro e iniziava, poi dalle sei alle dieci componeva; era talmente metodico che una volta ha svolto i suoi esercizi dentro l’aeroporto di Seul. Poi era fissato con il cibo: vietatissimi il burro e le uova, nessuno poteva toccarli.
Lei ha allungato la vita a Morricone.
Questa frase me l’ha ripetuta la moglie di Ennio. Però Ennio mi ha regalato la mia di vita.
Poco fa ha raccontato che si è venduto casa per il disco.
Mesi prima di me, un pezzo grosso della discografia internazionale va da Ennio per proporgli di realizzare un disco, il suo primo. Ed Ennio: “Va bene, ma oltre alle musiche dei film, ci devono essere altre mie composizioni contemporanee”. Lui rifiuta. Quando tocca a me non sapevo nulla di questa vicenda e mi ribadì la richiesta. E io: “Ma certo!”, da totale incosciente.
A quel punto…
Ennio va nella stanza segreta.
Cos’è?
In casa c’era una stanza proibita a tutti, neanche la donna delle pulizie poteva entrare e le chiavi le portava con sé, attaccate ai pantaloni: lì scriveva. Comunque, dopo poco torna con in mano un contratto scritto a penna: temeva ci ripensassi. Ero incredulo. Ma da un disco ne sono nati quattro e per i costi ho venduto casa.
Un vezzo da star?
La Roma: ovunque dovevo organizzargli la visione e veniva aggiornato sul palco.
Fissato.
Sempre in Cile c’era il derby la sera del concerto. Non sapeva dove vederla. Fino a quando Franco Ferranti, clarinettista dell’orchestra e tifoso della Lazio, gli propone di andare a casa di Marcelo Salas (ex attaccante biancoceleste). Peccato che all’ultimo secondo segna la Lazio. Ennio incazzato, si alza, se ne va e lascia a piedi Franco, già in smoking. Franco ha raggiunto a piedi il palazzetto e la sicurezza non l’ha riconosciuto. Siamo dovuti intervenire.
Perché nel 2015 avete rotto?
Risposta complicata.
E…?
Chi svolge il mio mestiere sa che nelle relazioni c’è una parabola e la nostra era arrivata alla fine: la mia funzione si era esaurita; (pausa) poi ci sono state delle discussioni, ma accessorie, non sostanziali.
Chi è lui?
Riguardo a me rappresenta l’esperienza più straordinaria della mia vita. Come artista incarna il passaggio totale tra il 900 e il nuovo millennio. E ancora non siamo in grado di valutare la sua influenza.