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 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Massimo Fini ricorda Umberto Bossi

In un articolo sul Giornale del 7 ottobre, Vittorio Feltri, parlando della sua esperienza al Corriere, riporta, giustamente, all’onor del mondo la figura di Umberto Bossi.
Dico giustamente perché Bossi, a partire dagli ultimi anni Ottanta, ha avuto un ruolo importante nella storia italiana, prima che si corrompesse con Matteo Salvini, che con lui non c’entra nulla.
Ho conosciuto bene Umberto Bossi, “l’Umberto” come lo si chiamava in modo familiare, o il “Senatur”. Ne sono stato anzi amico, violando la mia religione che vuole che i giornalisti non debbano essere amici dei politici. Per questo ho in gran sospetto i giornalisti parlamentari.
Ho conosciuto ‘l’Umberto’ grazie a Daniele Vimercati che di Bossi era stato il biografo (e anche lo sfortunato Vimercati meriterebbe un racconto a parte che, Travaglio permettendo, mi riprometto di fare).
Ci incontrammo la prima volta Bossi, Daniele e io, in una pizzeria, va da sé, perché Bossi detestava i locali eleganti e soprattutto quelli che avevano un profumo radical chic. Ci parlò della sua vita, di studente di Medicina fallito, di musicista da piano bar, insomma di tutte quelle esperienze che i giovani, ancora oggi, fanno per sbarcare il lunario. Ci parlò di Salvadori, l’uomo che lo aveva ispirato orientandolo verso l’indipendentismo che poi, più prudentemente, Bossi avrebbe virato in autonomismo e della sua esperienza come militante del Pci (di Salvadori, che può essere considerato il fondatore della Lega, si è persa ogni traccia). Questa militanza di Bossi nel Partito comunista chiarisce anche, almeno in parte, perché la Lega di Bossi non fu mai di destra, a differenza di quella di Salvini, anche se ai suoi esordi fu considerata tale.
Una volta nella solita pizzeria a ora tarda (Bossi era un ‘notturno’ come me) gli chiesi a bruciapelo: “Umberto, sei più di destra o di sinistra?”. “Di sinistra – rispose – ma se lo scrivi ti faccio un culo così”. Si ritrovò poi tutto, non mi ricordo su quale giornale, a conferma che non bisogna mai dire niente a un giornalista. Ci parlò anche del suo progetto: le ‘macroregioni’ che era stato ispirato non da Salvadori, ma da Gianfranco Miglio, grande giurista che della prima Lega fu l’ideologo.
Di tutto ciò che vedeva, ascoltava, leggeva, poco in questo caso, Bossi era capace di fare una sintesi che poi utilizzava ai propri fini. Bossi pensava che in un’Europa politicamente unita i punti di riferimento periferici non sarebbero stati più gli Stati nazionali, ma appunto, le ‘macroregioni’ coese culturalmente, socialmente, economicamente e anche dal punto di vista climatico. Poi un’Europa veramente unita dal punto di vista politico non si è realizzata, lo vediamo, in modo drammatico, ancora oggi dove i 27 Stati che la compongono non riescono a essere mai d’accordo su nulla. Fu forse anche per questo, e non per razzismo, che Bossi rinunciò a qualsiasi penetrazione al Sud, una realtà troppo complessa, dominata dalla mafia che nessuno è mai stato capace di smantellare con l’eccezione di Mussolini, perché un potere forte non accetta che sul suo territorio ci sia un contropotere altrettanto forte, così come Saddam Hussein si oppose alla presenza di Bin Laden in Iraq. L’ambiguo sceicco saudita andrà poi a fare i suoi guasti altrove.
Come tutti i movimenti antipartito la Lega fu fortemente osteggiata dal Sistema. È quello che è accaduto e accade oggi, anche se in modo meno cruento, ai 5Stelle, prima di Grillo, il frontman, e Casaleggio, l’ideologo, e oggi di Giuseppe Conte.
Per la verità, quando era al massimo della sua forza parlamentare, la Lega aveva tentato una penetrazione a Sud, mandandovi Roberto Maroni, Bobo per gli amici, ma Bobo agì con scarsa convinzione. Qualcuno ricorderà, forse, l’irruzione della Digos nella sede della Lega, in via Bellerio (che la sede della Lega di Salvini stia ancora, almeno formalmente, in via Bellerio è cosa che mi fa incazzare). Era la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana che la Digos entrava nella sede di un partito rappresentato in Parlamento. Qualcuno ricorderà, forse, la drammatica immagine di Bobo Maroni selvaggiamente picchiato dalla pula cui Bossi tiene la testa. Ci furono poi violenze più subdole. Miglio, nel suo libro Io, Bossi e la Lega, ricorda una telefonata dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, la “lepre marzolina” come lo avevano definito gli inglesi, che Miglio nel suo libro descrive così: “Di’ ai tuoi amici leghisti che sono indignato con loro: devono piantarla. Non mi mancano i mezzi per persuaderli. Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E, quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva, non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire!”. Cossiga non smentì mai queste sue dichiarazioni che, in un Paese democratico, avrebbero meritato l’ergastolo.
C’è una falla nella Lega di Bossi: la legge Bossi-Fini del 2002 contro gli immigrati. Sembra la Lega di Salvini. C’era allora il governo Berlusconi IV. E non si capisce davvero come potevano unirsi due mondi così diversi, quello dei berluscones e quello popolano dei leghisti, così ben fotografato dalla famosa immagine della passeggiata in Sardegna con Berlusconi vestito di tutto punto e Bossi in canotta bianca. In seguito Bossi si pentirà chiamando Berlusconi “Berluschì, Berluscosa, Berluscaso”.
Bossi non era un uomo volgare, lo diventava col suo ‘celodurismo’. Una volta dal palco di Pontida apostrofò Margherita Boniver con queste parole: “Vieni qui bonazza…”. Se Bossi fu razzista lo fu nei confronti delle donne, certamente gli piacevano, ma questo non vuol dir nulla. Mi guardava con un certo sospetto perché intorno a me qualche donna circolava. “Ah, questi intellettuali…”, diceva. E il suo secondo ictus viene attribuito dalla vox populi a una scopata mal riuscita in macchina. Dal primo si riprese rapidamente. Mi ricordo che una volta mi telefonò, voleva darmi la direzione dell’Indipendente: “Vieni qui a casa mia” dissi. E lui venne. Questo quando, se vuoi intervistare un politico anche solo di mezza tacca, devi recarti a Roma e attraversare una trafila pressoché infinita di portaborse che ti chiedono favori fuori ordinanza. Venne quindi a casa mia e, vedendo tanti libri, volle fare il fenomeno. Indicando un libro nello scaffale più alto disse: “È La Ragione aveva torto”. Non era affatto La Ragione, ma per accontentarlo gli dissi: “Sì, Umberto, è proprio La Ragione”. Se ne andò dimenticando il cellulare, gli appunti e tutto ciò che si era portato appresso. E ogni volta il suo autista ritornava per riprendere tutto. Perché l’Umberto era disordinatissimo. In una seconda puntata di questa telenovela mandò in avanscoperta Maroni che mi disse: “Puoi scrivere quello che vuoi, anche contro Bossi”. La cosa sembrava dunque fatta. E qui sperimentai la lascivia dei giornalisti, cominciarono ad arrivarmi telefonate di colleghi con cui da anni avevo rotto i rapporti. Poi la cosa non andò in porto perché a opporsi fu proprio Daniele Vimercati che temeva facessi un’Indipendente migliore di quello che avrebbe fatto lui (in realtà nessuno ha mai diretto l’Indipendente meglio di Vittorio Feltri).
I più ostili a Bossi furono gli intellettuali radical chic, monsignor Ernesto Galli della Loggia per dirne uno fra i tanti, che gli attribuivano una scarsa capacità linguistica e una costruzione illogica delle frasi quando parlava in Parlamento. Ma quando fece cadere il governo Berlusconi il 22 dicembre 1994, il suo discorso fu in un italiano perfetto. Terminava così: “Oggi finisce la Prima Repubblica”. Si illudeva, povero Umberto. E poveri noi.