Specchio, 11 ottobre 2026
Intervista a Isabella Ragonese
Su e giù per l’Italia in 2CV. La memoria di Isabella Ragonese va gli esordi teatrali fatti di piccoli spettacoli avventurosi e festival off, alla ricerca di un palcoscenico dove esibirsi e pure di qualche riscontro economico. «Salivo al Nord perché in Sicilia non c’erano».
«La 2Cv – spiega -era un catorcio pieno d’acciacchi che mi lasciava spesso a piedi, ma l’avevo potuta comperare proprio con i soldi di un bando teatrale. Scrivevo, mi dirigevo, interpretavo e montavo la scena. Una gavetta durata fino al 2005 quando il cinema mi ha rapita». Ricorda quei giorni oggi che si esibisce al Piccolo Teatro Grassi, una tra le maggiori istituzioni della scena italiana, co-protagonista de Il coro degli amanti (fino al 18 ottobre), spettacolo che apre la stagione 2026-27 dello Stabile milanese. E a dirigerla è uno dei nomi più importanti in Europa, Tiago Rodrigues, regista, drammaturgo e attuale direttore del Festival d’Avignone. Insomma, teatro ma agli antipodi da quanto faceva in quegli anni. Eppure proprio ciò che sta interpretando la riporta al passato: si muove sempre in un ambito sperimentale. «Tutto questo progetto lo è».
In che senso?
«Un regista di fama internazionale che conoscevo per fama e che mi incuriosiva, viene per la prima volta nel nostro paese con uno spettacolo in italiano e lavora con un’attrice che non conosce. In scena ci siamo solo io e Francesco Alberici, impegnati in una performance che ci costringe a essere in connessione con il respiro l’uno dell’altro, in simbiosi quasi. Parliamo in simultanea usando quasi le stesse parole così da diventare un’unica voce: un coro, appunto. Abbiamo provato all’infinito per essere certi che la memoria del testo diventasse automatismo. Un po’ come atleti il cui risultato è frutto di infiniti allenamenti e di grande dedizione».
La memoria è importante per la performance ma è anche il tema della pièce, giusto?
«La storia di una coppia in quattro momenti è una riflessione sul tempo che riguarda tutti. Parte da un momento drammatico – lei pare in punto di morte e questo li fa riflettere sulla loro vita insieme – per arrivare all’ultimo atto, in cui si scopre che è proprio il ricordo a tenerlo vivo chi non c’è più: la vita va oltre la vita stessa».
Capacità mnemoniche indispensabili a ogni attore a parte, per lei memoria cos’è?
«È una scatola piena di fotografie che condividi con gli altri. È qualcosa che cerco di tenermi ben stretta perché i ricordi ti definiscono. I momenti più belli (facile) ma anche quelli difficili, che hai vissuto e superato e ti hanno dato forza».
Lei viene percepita più come attrice cinematografica. Un pregiudizio?
«La mia formazione è teatrale. Il cinema è stata una svolta imprevista. A Palermo sembrava lontano e inaccessibile».
Eppure è arrivato: come?
«Emanuele Crialese è sceso a cercare attori per Nuovomondo. Per un po’ l’ho vissuto come un episodio. E infatti è stato solo dopo Tutta la vita davanti che mi sono trasferita a Roma: tre film in un anno, fare la pendolare non era più possibile».
In famiglia come l’han presa?
«Avevo più di 25 anni... E loro, con cui per parecchio sono stata un po’ subdola, avevano ormai accettato che facessi l’attrice».
Come subdola?
«All’inizio mi nascondevo dietro allo studio – prima il liceo poi l’università – e recitare lo spacciavo per un hobby. Poi ho iniziato a viaggiare (difficile nascondersi a quel punto...) e ho dimostrato che potevo viverci (sono iscritta all’Enpals, l’ente previdenziale dello spettacolo, dal 2000): a quel punto, fine dei sotterfugi. Diceva Sciascia: “noi siciliani siamo professionisti dell’esilio”. Tradotto: chi ti vuole bene è contento se riesci a fare della tua passione un lavoro».
Il teatro cos’è per lei?
«Un luogo protetto. Un acquario dove sono al sicuro. È la gioia di trasmettere le tue emozioni al pubblico, evitando di pensare a quel confronto come a un esame. Anche l’inevitabile ansia che ti assale prima della prima è eccitante: se non vuoi correre il rischio, stattene a casa. C’è un’immagine di un film che ho visto di recente che mi ha molto colpita».
Quale?
«In Hamnet c’è una scena che ho molto amato, con un attore che entra ed esce da un bosco nero, che è poi la quinta: è come se lui nascesse e morisse e la vita fosse quella parentesi sotto i riflettori. Ecco è così che ci sentiamo noi attori: vivi come entriamo nella luce del palcoscenico».
E il cinema?
«Se in questo momento ho bisogno di sentire il pubblico, non significa che non consideri il cinema meraviglioso e non continui a essere parte importante del mio percorso».
La doppia “militanza” la fa essere un buon giudice: si parla di crisi del cinema e pure il teatro, direbbe Allen, non sta tanto bene. Cosa ne pensa?
«È da quando sono nata che se ne parla. Se i problemi ci sono perché non affrontarli in modo concreto invece di fare i lamentosi? A me la peggior crisi del cinema pare arrivare da come siamo arrivati a fruirlo: sul telefonino. E per il teatro sono più positiva: essere a pochi passi dall’attore è realtà che neppure l’I.A. può cambiare».
Ha firmato anche la regia di un film. Una parentesi o è la crisi di cui sopra che le ha impedito di tornare a farlo?
«Non lo considero un’opera cinematografica in senso stretto: è un doc omaggio alla cantante folk Rosa Balestrieri fatto con quattro amici. 5 giorni di scarpinate per la Sicilia in piena pandemia per raccogliere testimonianze. Mi ha riportato ai miei 18 anni in 2Cv».
Dal suo passato, apparentemente fuori dal seminato, citiamo: “La tv delle ragazze” e “Il cosmo sul comò”.
«Dandini era un mito della mia generazione. Per lei fui Elisabetta Ragonelli, sessuologa dell’ovvio. Con Aldo Giovanni e Giacomo fu un cameo di due giorni. Ma qui (confesso) il mito era il regista, Marcello Cesena, ovvero “Sensualità a corte”. Quanto a stranezza, comunque, avere scritto un episodio di Topolino le batte tutte: ho riportato in vita Paperetta YeYè, precaria di un call center».
Fino al 18 è al Piccolo con “Il coro degli amanti”. E poi?
«Città del Messico, un recital dagli Amori difficili di Calvino. Poi magari mi fermo per un po’ ad ascoltare la vita. Sa, è da quando ho iniziato questo lavoro che penso (anzi sono convinta) che le cose arrivano. Animata dal fatalismo tipico degli isolani, faccio mia la loro filosofia: se il mare non vuole non parti. La vita insomma non dipende da te. Si tratti di un viaggio, di uno spettacolo, un regista o un film. Trovo sia una bella posizione, ti fa vivere meglio e senza stress».