La Stampa, 11 ottobre 2026
Il problema casa è grave per l’82% degli italiani. Uno su due costretto a rinunce per mantenerla
Maricarmen Abascal aveva 87 anni e per settant’anni aveva vissuto nella stessa casa di Madrid, nel quartiere del Retiro. Il 23 settembre è stata portata fuori in barella e ricoverata all’ospedale Gregorio Marañón, dove è morta mercoledì 7 ottobre, dopo due settimane di ricovero, senza essere mai tornata nell’appartamento. Le immagini del suo sfratto hanno fatto il giro del mondo, le piazze si sono riempite e a Puerta del Sol è sorto un accampamento di tende. Il governo spagnolo ha risposto con due decreti sulla casa, ma il 2 ottobre il Congresso li ha bocciati. Pedro Sánchez ha quindi sciolto le Cortes e convocato elezioni anticipate per il 29 novembre, otto mesi prima. Una donna, un’emergenza abitativa, un sistema politico che si riconfigura attorno a quell’emergenza. Da noi uno sfratto del genere avrebbe animato per qualche giorno i talk televisivi, per poi finire nel dimenticatoio dove si seppelliscono tutti i casi scomodi. Eppure i numeri dicono che l’Italia ha più di una ragione per non voltarsi dall’altra parte.
Il tema non riguarda solo la Spagna. Secondo un sondaggio di Only Numbers per l’82% dei cittadini italiani il problema della casa, inteso come difficoltà di trovare o mantenere un’abitazione a prezzi accessibili, è oggi grave. La percentuale sale al 91,8% tra chi vive in affitto e all’89% nei capoluoghi di provincia. Non si tratta di una percezione astratta. Per il 43,3% della popolazione le spese abitative sono la voce più pesante del bilancio familiare, e il dato arriva al 66,3% tra gli inquilini in affitto. Quasi un italiano su due (48,1%) deve rinunciare a qualcos’altro per farvi fronte. Nelle grandi città la quota sale al 57,3%, e a pesare di più è la voce delle spese impreviste, soprattutto per chi è proprietario di casa (51,8%). Il dato più interessante emerge però dal confronto con la fotografia dell’Istat sulla condizione abitativa delle famiglie. Il 73,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà, quasi tre su quattro; il 19,6% è in affitto, il 6,5% abita a titolo gratuito o in usufrutto. L’allarme, dunque, supera di molto il perimetro di chi paga un canone, perché l’82% che parla di situazione grave è oltre quattro volte la quota di famiglie in affitto. Segno che la preoccupazione non riguarda soltanto chi una casa non ce l’ha, ma pensa ai figli che non riescono a uscire di casa o a un mercato che si chiude a chi arriva dopo. Restano comunque gli inquilini di casa in affitto i più inquieti, ed è comprensibile. Sono loro a fare i conti con stipendi che non tengono il passo con il rincaro dei prezzi, uno dei principali ostacoli per trovare e mantenere un’abitazione, soprattutto nelle grandi città.
È lì che l’accesso all’affitto diventa proibitivo: le case disponibili sono poche e molte vengono destinate alle locazioni brevi, più redditizie per i proprietari, ma inconciliabili con chi cerca un tetto stabile. Il quadro è quello di un Paese di proprietari che ha smesso di guardare chi proprietario non è. L’alto tasso di proprietà sembra avere a lungo nascosto il problema, trasformando la casa in un fatto privato anziché in una questione collettiva. Tuttavia, quando il 43,3% delle persone destina all’abitare la fetta più grande delle proprie spese, la casa smette di essere un affare privato. Il sondaggio di Only Numbers indica anche dove si inceppa il sistema. Tra i principali ostacoli a trovare o mantenere un’abitazione ci sono i prezzi di acquisto troppo alti rispetto ai redditi (46,2%), redditi che a loro volta sono troppo bassi e precari (43,6%) per programmare con serenità la vita familiare. Tra gli affittuari, il 58% lamenta canoni troppo alti, e un cittadino su tre segnala la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Pesano poi il costo dei mutui e dei tassi di interesse (22,9%) e la difficoltà di accedervi (13%). Gli affitti brevi e turistici, che complicano ulteriormente il quadro, sono indicati dal 18,8%; poco più alta (19,7%) la quota di chi punta il dito contro la scarsa disponibilità di case popolari, un problema che colpisce soprattutto le fasce più fragili della popolazione.
In questo quadro il vero banco di prova è l’edilizia popolare, la risposta pubblica che per definizione dovrebbe scattare quando il mercato non basta. Secondo l’Osservatorio nazionale Federcasa-Nomisma, in Italia esistono circa 824 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma oltre 61 mila restano vuoti perché servirebbero manutenzioni straordinarie che gli enti gestori faticano a finanziare. Case che esistono, che potrebbero accogliere una famiglia e restano chiuse. Fuori, intanto, le graduatorie si allungano: le stime parlano di centinaia di migliaia di famiglie in attesa, alcune da oltre dieci anni. E quando la chiamata arriva, non di rado la chiave apre su appartamenti con impianti vecchi, infiltrazioni, ascensori guasti e parti comuni abbandonate, in quartieri lasciati senza servizi. Il ritardo emerge anche dai confronti internazionali, infatti secondo l’Ocse, le case popolari italiane sono intorno al 3,8% del totale delle abitazioni, contro il 16,8% della Francia e il 37% dei Paesi Bassi. Aspettare anni per una casa che poi si rivela fatiscente non è assistenza, ma diventa una promessa mancata. La vicenda spagnola ci mostra che la casa può diventare il tema attorno a cui si può decidere un governo. Non perché basti un decreto, ma perché, quando una società riconosce nello sfratto di una persona il sintomo di un sistema che non regge, la politica non può più rimandare.
L’Italia ha già i numeri per arrivarci. Servono edilizia pubblica e sociale, regole chiare sugli affitti brevi, politiche che riavvicinino salari e costo dell’abitare. Riconoscere che il problema è grave, come fa l’82% degli italiani, è il primo passo. Il secondo spetta alla politica, prima che sia una nostra Maricarmen a imporlo.