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 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Intervista a Ilaria Borletti Buitoni

Abita nel cuore delle 5 Vie, l’area più antica di Milano. Crocevia di commerci già in età romana e medievale, oggi un dedalo di antiquari, negozi di design e studi d’artista. Il quartiere dei “radical chic”. Diretta com’è con le sue battute tranchant, era rischioso stuzzicarla chiedendole se si sente tale. E invece, ridendo, risponde: «Spero di essere chic! Ma non sono radicale. Sono una liberale pragmatica, molto milanese». Ovvero il ritratto più vero di Ilaria Borletti Buitoni, “guerriera” di 71 anni dai cognomi altisonanti. Quello di nascita è della stirpe che fondò La Rinascente e il marchio di macchine per cucire; quello acquisito in matrimonio è del casato della longeva linea di prodotti alimentari.
La incontriamo alla vigilia dell’inaugurazione della stagione della Società del Quartetto. Lei ne è l’attuale presidente – «prima donna a esserlo», puntualizza fiera – ruolo che le si attaglia data l’indole da condottiera, ma non l’unico. Ilaria Borletti Buitoni è una filantropa, una mecenate, un’imprenditrice, una scrittrice e un’ex politica.
In quale di questi volti si riconosce di più?
«In quello che opera per la collettività. Anche la mia vita politica è stata ispirata da tale idea. Sono nata in una famiglia in cui mi è stato spiegato, fin da giovanissima, che avevamo molti privilegi, e che era doveroso restituirli. Perciò, da una certa età in poi, ho ritenuto importante dare la mia esperienza manageriale a organizzazioni del terzo settore».
In cosa si ritiene maggiormente milanese?
«In alcuni “credo”. La grande forza di Milano è quella di essere figlia di due tradizioni straordinarie, illuminismo e cattolicesimo lombardo e, nel mio piccolo di persona, penso di avere il senso di entrambe. Credo nella forza dell’innovazione, nei diritti, nel fare avanzare una società. E credo anche che Milano è quello che è perché c’è una rete sociale che tiene. Appartenere a questa rete fa parte della mia storia famigliare».
C’è un’immagine della sua infanzia che l’è rimasta nel cuore?
«Sì, mio padre che dal suo ufficio della Rinascente vede il Duomo. Un’immagine affettiva. Ma penso spieghi la differenza fra chi oggi ha i mezzi illimitati che la finanza consente e la grande borghesia del dopoguerra. Quella era legata al territorio: dagli uffici vedeva la città, la sentiva parte di sé».
Suo nonno, all’indomani dell’incendio che distrusse la Rinascente nel 1918, annunciando il disastro alla famiglia disse: “domani ricominciamo”.
«Il carattere forte è di famiglia. Quando i magazzini erano un mucchio di macerie, il nonno suggerì alla nonna di indossare tutti i gioielli, andare alla Scala e far vedere che possedevano ancora qualcosa. I banchieri dettero credito, i grandi magazzini furono ricostruiti e D’Annunzio coniò il nome La Rinascente.
Credo che il fato conti moltissimo nella vita, ma è anche vero che l’atteggiamento riempie quello che il destino non colma».
Lei è stata sottosegretaria del Ministero della Cultura per tre mandati (Letta, Renzi, Gentiloni) poi si dimise. Perché non ha perseverato?
«Lo spirito civico che accompagna le persone che vengono dalla società civile è uno spirito che la politica non sposa una volta che sei dentro la macchina pubblica. Una macchina elefantiaca! Qualunque azione fai, ci incappi dentro. Capirne l’immobilità è stato utile, ma credo che se tutto ciò non verrà riformato la democrazia sarà travolta».
Come s’è trovata coi suoi colleghi?
«Penso che Franceschini sia stato un ottimo ministro. Ma quando cominciai a vedere i miei colleghi che guardavano affannosamente quanti like arrivavano sui loro account social, ho capito che la mia visione era incompatibile con la loro: la politica è un servizio che deve avere la possibilità di una visione a medio-lungo termine. Oggi vuoi le risposte il giorno dopo. Così ho lasciato. Sarei stata più utile tornando fuori dalla politica».
Lei è co-fondatrice di Amref Italia, l’organizzazione a sostegno di programmi sanitari e scolastici in Africa. Con suo marito ha istituito il Trust Borletti-Buitoni per promuovere giovani musicisti e favorire progetti per rafforzare la coesione sociale. È stata presidente del Fai dal 2010 al 2013 e attualmente ne è vicepresidente. Cosa lega questa triade?
«Il dare un mezzo, una possibilità, un’alternativa a coloro che vogliono uscire da una condizione, migliorarla o realizzare un’attitudine tramite conoscenza e istruzione. L’Africa è stata una passione enorme, per trent’anni ho fatto volontariato in Kenya. Il BB Trust aiuta persone con talento a intraprendere una carriera vincente, tant’è che molti degli artisti che si esibiscono nelle grandi società di concerti sono stati nostri premiati. Quanto ai progetti sociali, beh, la musica è il miglior collante che esista. È una possibilità di riscatto, come lo è Amref».
E il Fai? Qual è l’input?
«La necessità di spiegare che il patrimonio culturale, paesaggistico e artistico va conservato non solo per essere tramandato, ma come senso delle nostre radici per guardare al futuro. Siamo in un’epoca globale, se perdiamo il rapporto con la nostra identità sarà difficile vincere le sfide che ci aspettano».
E in tutto questo, la musica. Da chi ha ereditato la passione?
«Da mamma che suonava a quattro mani con Arturo Benedetti Michelangeli. Il nonno era presidente della Scala negli anni Venti e Toscanini un amico di famiglia. Il suo busto in marmo, oggi esposto alla Scala nel foyer del primo piano, in origine era nella nostra casa di via Rovani (oggi di Luigi Berlusconi). La mia famiglia lo regalò al teatro».
Quale genere predilige?
«Da buona milanese, l’opera. Ho imparato ad amare la musica da camera grazie a mio marito Franco che suonava bene il pianoforte».
E lei? Qualche strumento?
«Macché, negata! I miei ci hanno provato col piano ma la maestra (una severissima russa che mi metteva una moneta sulle mani per non far muovere il polso) disse che non avevo talento. Idem con la chitarra. Ho provato col flauto dolce, e lì tutta la famiglia si è presentata per dirmi che non volevano più sentirlo. Decisi allora che era meglio che sostenessi la musica anziché suonarla».
Il Quartetto, al via martedì con un recital della pianista Beatrice Rana, per tradizione ultracentenaria ha concerti di gran livello.
«Questa stagione in particolare con il bicentenario beethoveniano: è un mix di musica solistica, concertistica e cameristica pari ai maggiori teatri europei. Vogliamo essere all’altezza della nostra storia. Non flettiamo sulla qualità malgrado dipendiamo come l’ossigeno da contributi pubblici che purtroppo, nel nostro caso, sono inspiegabilmente esigui».
Il suo libro “Cammino controcorrente”, del 2014, dà lo spunto per chiederle se si sente ancora controvento o se, a un certo punto della propria vita, si scende a patti con la realtà?
«Quello che del mondo oggi mi turba e mi disturba è la banalità del pensiero. E purtroppo il web, per mille aspetti una rivoluzione straordinaria, in questo non aiuta. Fa impressione che non esista più la riflessione, l’analisi, l’approfondimento, l’originalità individuale. Di fronte a questo mi ribello e, sì, cammino ancora controcorrente».