Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Carolina Crescentini parla di sé e della sua carriera

«Vorrei che tu controbilanciassi le loro idee. Ho paura che in mano a loro, la storia perda un po’ di genuinità. Io qui ho bisogno di un maschio vero» dice Carolina Crescentini, la super capa del broadcaster «che si vede in 190 paesi» a Massimo (Matteo Martari), chiamato a lavorare con un gruppo di autrici. Ironica e sicura di sé, l’attrice è la new entry nella seconda stagione della serie Maschi veri di Matteo Oleotto e Milena Cocozza (protagonisti con Martari, Piero Sermonti, Maurizio Lastrico, Francesco Montanari) disponibile su Netflix. Le sceneggiatrici si guardano: «Non sarà che il “maschio vero” è l’amante della boss?». Vent’anni di carriera alle spalle, tanti ruoli di donne diversissime, Crescentini si è divertita a interpretare una cinica dirigente televisiva che pensa «a acchiappare un altro target, perché bisogna guardare al pubblico largo».
Chi sono i maschi veri?
«Come si fa a capire? Non c’è una risposta. Per me sarebbero le persone perbene, i protagonisti hanno fatto un corso per liberarsi della mascolinità tossica. La serie – scritta da Furio Andreotti, Giulia Calenda e Ugo Ripamonti – gioca con la commedia. Il mio personaggio, Simona, è una donna che abusa della sua posizione di potere e, in una forma vaga, molesta indipendenti. A noi donne è successo duecento miliardi volte, ora il disagio lo vive un uomo».
Tra chi lavora con lei, il sospetto è che lei ricatti l’uomo.
«Perché è lo specchio di qualcosa che abbiamo visto, a parti invertite. In questo caso, finale a sorpresa, Simona si supera».
Dice una battuta rivelatrice: “Lavoro sedici ore al giorno, come lo trovo un uomo?”. Nella sua vita le è capitato di pensarlo o siamo noi a stabilire quale spazio dare ai sentimenti, al di là degli impegni?
«Parto dal presupposto che siamo noi a decidere. Ci deve essere una tolleranza verso il mio lavoro, ma non è detto che tutti ce l’abbiano».
Una donna indipendente spaventa?
«Fa paura a chi non ha gli strumenti per capire che una donna vuole sentirsi realizzata. Io lavoro e sono una pallina d’amore».

Ha girato decine di film e serie, le sceneggiature cosa dicono della società che cambia? Sono aderenti?
«Ci si può lavorare ancora, alcuni dettagli andrebbero rivisti».
Cosa manca?
«Varie cose, secondo me. I dialoghi, per esempio, andrebbero fatti al bar, con gli sconosciuti. Basterebbe ascoltare come parla la gente».
Anche rendere le donne più vere non sarebbe male: si sveglia con la messa in piega a onde?
«Certo che no, andrebbe tolto anche il gloss. Queste sono richieste che, spesso, partono da noi attrici al trucco: “Fai meno”. C’è una vecchia visione della perfezione, invece bisogna raccontare il lato sfatto. Io dico sempre: “Non mi ritoccare, se il personaggio piange perché togliere la sbavatura del mascara?”».
Ripeteva di non volersi sposare, ha sposato il cantautore Francesco Motta e è diventata fan del matrimonio. Cos’ha scoperto?
«Che è bellissimo condividere. Il tifo tra noi è totale, e c’è sempre stato anche prima del matrimonio. Dire sì è uno step ulteriore, ma non è necessario. Io l’ho fatto per puro romanticismo, il nostro è un matrimonio d’amore. Ci siamo sposati a New York, poi in Italia. Siamo pieni di anniversari. A questo punto puntiamo alle terze nozze».

Ha interpretato personaggi bellissimi: cosa la guida nella scelta?
«Un ruolo mi deve emozionare, dalla lacrima alla risata. O deve farmi scattare un pensiero, una riflessione che non avevo fatto prima. Non sa, dopo aver interpretato la madre ansiosa nel film Le cose non dette di Muccino, quante donne mi fermano: “Io sono così”, e gli uomini: “Mia moglie è così”. Mi è uscito: “In bocca al lupo”. Ti chiedi che effetti avranno sui figli due genitori disfunzionali. Vivere il disamore è terribile».
E la cagna di “Boris”?
«Il ruolo del cuore. Ho partecipato al cortometraggio Guilty, baby di Federica Corti, per l’iniziativa di Netflix e David di Donatello, Becoming Maestre, sarà presentato il 21 ottobre al Mia. Sono una donna che una notte ritrova tutte le fidanzate in salotto, in una specie di tribunale di inquisizione dei sentimenti. Lo presiede una bassotta nelle vesti di magistrata: è la sua Cagna Interiore, una sorta di super io che la giudica, capirà che è una narcisista. Applicano la mia mimica facciale a un cane».
Sembra entusiasta.
«Certo, Amo tutti i cani, sono canara, Lo so, diventerò come Brigitte Bardot».
Cosa pensa dell’uso dell’intelligenza artificiale?
«Mi fa un po’ paura. Parlando con amici doppiatori, ho capito che tanti broadcasting stanno sostituendo le loro voci e tra cinque anni non li sentiremo più. Per me è furto di proprietà intellettuale. L’IA va bene se cerca la marca del mio forno quando perdo le istruzioni, sul resto no. Bisogna stare attenti».
Pensa di passare alla regia?
«Sì, ci penso, ma lo farò con calma. Ho tante idee in testa, ci vuole una storia giusta; oggi mettere in piedi un film è tosto».
Ha mai avuto paura di sentirsi inadeguata?
«Diciamo che hanno provato a farmi sentire così, ma solo nell’ottica del contenimento della mia personalità. Sotto sotto non sono inadeguata (ride), accetto di sbagliare e di capire».
Primo film con Alex Infascelli, “H2 Odio”, era il 2006. Vent’anni di carriera. Si guarda mai indietro?
«Oddio, per il momento no. Non so se a un certo punto succederà. Ho tanti ricordi che mi accompagnano, ma non ho ancora la crisi della quarantenne. Ho compiuto 40 anni durante la pandemia. Un giorno, senza alcun motivo, farò la festa».