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 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Il campo largo si compatta, Schlein: “Non si vince con un nome moderato”

L’applausometro premia Elly Schlein, specie quando rivendica che «non si vince al centro», magari con «un candidato moderato, più rassicurante» per «quel pezzo di establishment che non vuole un governo progressista e tifa per le larghe intese». Ma è Giuseppe Conte a dare un’accelerata alla famosa costruzione dell’alternativa, indicando il timing sul programma, sempre evocato e mai però precisato: «È urgente sedersi attorno a un tavolo, con un confronto serio in un paio di settimane si chiude».
Una risposta anche a chi, dentro e fuori il campo largo, sospetta sia proprio l’ex premier giallorosso a frenare per potersi poi sfilare al momento opportuno. «Non succederà», giurano sul palco del Palladium i cinque leader del centrosinistra – Pd, M5S, Avs e +Europa – chiamati dal direttore del Manifesto Andrea Fabozzi a spiegare perché non siano ancora riusciti a darsi una mossa, le ragioni di un ritardo ormai incomprensibile. Riassunte da Nicola Fratoianni in un epigramma: «Mai più l’errore del 2022, non ci divideremo, non regaliamo il Paese alla destra».
Prove generali di unità nel teatro della Garbatella scelto dal quotidiano comunista per celebrare la sua festa. Le tensioni degli ultimi giorni hanno lasciato strascichi, il nodo Kiev è tutt’altro che risolto, ma a prevalere è il desiderio di guardare avanti. Consapevoli che si va incontro a un matrimonio di convenienza, non certo d’amore. A dirlo è il linguaggio del corpo: all’arrivo Conte e Schlein si salutano con un bacio a distanza, «siamo raffreddati», la scusa. Che però crolla davanti agli abbracci affettuosi degli altri: «Io non temo i virus», scherza Fratoianni.
Accorciare le distanze e in tempi rapidi, ripetono quasi in coro. Ma la strada appare in salita, soprattutto sulla madre di tutte le questioni: l’Ucraina. Il leader 5S insiste sulla «svolta negoziale» in grado di interrompere «un’escalation sempre più pericolosa», convinto sia stato uno sbaglio scommettere sulla vittoria militare di Zelensky: va individuata una soluzione «anche con la controparte», ossia Putin, dal momento che in Ucraina «ci sono territori russofoni e russofili». Parole che gelano la platea. E un po’ pure la segretaria dem che tuttavia, con Riccardo Magi, resta ferma sul sostegno a Kiev e si professa ottimista: «Saremo in condizione di trovare un accordo, pur nella differenza delle nostre posizioni», spiega. «Stiamo chiusi in una stanza anche una notte intera, se serve, l’importante è uscirne uniti».
Resta tuttavia la domanda: quando? «Noi lavoriamo perché il programma comune ci sia entro la fine dell’anno», detta la tabella di marcia Schlein. Ma Conte ha fretta, di contarsi ai gazebo soprattutto: «Facendo un confronto serio in un paio di settimane si chiude». La prova che anche sulla data delle primarie si fatica a trovare una quadra.
Avs non le vuole, lo ribadisce Angelo Bonelli: «Sono divisive, amplificano le differenze». E pure Magi, che suscita grasse risate esibendo le istruzioni Ikea per montare il tavolo della coalizione, ne farebbe a meno. Tocca a Schlein ricordare che lei aveva suggerito di affidare la leadership al partito che «prende un voto in più». La reazione di Conte è immediata: «Io ho già fatto il premier due volte, la terza non mi aggiunge nulla», graffia, «ma non si può fare una scelta aprioristica». E poiché lui aveva proposto – invano – di fare entrambi un passo indietro per individuare una figura terza, allora «si faranno le primarie, ma in modo non divisivo, con l’impegno di tutti a lavorare insieme». Il gancio utile alla segretaria dem per dipingersi come bersaglio di trame oscure. «Il Pd è scalabile, tanto è vero che hanno provato a scalarmi dal giorno in cui sono stata eletta segretaria», dice, come già aveva fatto in mattinata alla festa del Foglio, accusando un pezzo dei suoi di volerla «commissariare e fare fuori, ma sono sempre qui». Poi avverte: «Non siamo arrivati fin a questo punto per farci raccontare dai soliti che si vince al centro e forse sarebbe meglio qualche leader più rassicurante per certi interessi o disponibile alle larghe intese. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare». Si chiude con la foto gruppo. Ma il match è appena cominciato.