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 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Intervista a Fabio De Luigi

Biol era il soprannome di Fabio De Luigi da ragazzo. «I miei amici di allora mi chiamano anche adesso così, non è passato in prescrizione», spiega lui che oggi compie 59 anni. Dopo qualche annetto – «una rincorsa lunga un quarto di secolo» —, si è finalmente convinto a tornare a teatro con uno spettacolo sold out in poche ore, il Biol in carne e ossa tour. Dopo le prime date, sarà a Milano il 14, 15 e 16 ottobre e per ambientarsi al capoluogo lombardo, al suo primo pranzo milanese ha optato per una dietetica trippa: «Ahhh il teatro, noi attori di teatro lavoriamo di diaframma appoggiandoci sulla trippa», scherza.
Cosa l’ha spinta a tornare con questo one man show?
«Da un po’ di anni mi girava in testa questa idea, ho dovuto superare un po’ di pudore e qualche timore... il teatro è una cosa così bella e così difficile, impegnativa. Non ho maschere, non c’è filtro: è un momento di scambio con chi viene a vedermi. La mia domanda iniziale era cosa la gente si aspettasse da me, ma a un certo punto mi sono detto: facciamo al contrario, penso a quello che io voglio fare vedere alla gente».
Dati tutti i sold out, a tanti è bastata la fiducia.
«Mi ha reso felicissimo e anche orgoglioso aver raccolto subito tutto questo consenso. Poi, un secondo dopo la felicità, è arrivata l’ansia da prestazione. Penso sia per il profondo rispetto che ho da sempre per il pubblico».
Che dire di quegli attimi di tensione vissuti da solo, in silenzio, prima dell’apertura del sipario... paura eh?
«Terrore. Non si può usare un altro termine se non terrore. Che però serve per fare bene. Ma negli attimi prima del debutto vivi il desiderio di essere a Kuala Lumpur o in un qualsiasi posto lontano, meglio se dall’altra parte del globo. Poi accumulo energia, funziono come una dinamo».
Cosa racconta nello show?
«Ho pensato di fare una cosa che mi rappresenti abbastanza fedelmente, il che non vuole dire mettere in scena la mia vita, che sarebbe piuttosto noiosa. Ma voglio smitizzare certi ricordi, partendo da episodi un po’ scioccanti, di carattere famigliare. Il filtro della commedia può essere applicato a tutto, oltre ad essere una potentissima arma di difesa: io ce l’ho e la uso».
È l’ultimo figlio della sua famiglia, arrivato dopo nove anni. È un elemento?
«Il colpo di tacco che non ti aspetti... È stato un grande vantaggio essere “coso” nella mia famiglia: chiamatemi “coso”... ero io. Ti dà molta libertà. Ero un bambino silente ma irrequieto, un finto calmo, un percepito calmo».
Andava bene a scuola?
«Non in matematica, per me era una materia sconosciuta. Ma me la sono sempre cavata con un sei che il prof mi dava a patto gli facessi l’imitazione della prof di italiano. Lo divertiva molto. Voglio fare outing e dirlo, penso non ci siano più i tempi per una querela. Era una sorta di primo voto di scambio».
Non ha avuto la tentazione di far tornare a teatro anche i suoi personaggi?
«Non è uno spettacolo fatto con i personaggi ma essendo molto personale, giocherò anche su quello. Non si scappa. Sono nell’immaginario di molti e me ne sono accorto: l’affetto del pubblico mi dà serenità per fare quello so fare meglio, cioè il cretino».
L’ingegner Cane e il suo progetto del ponte sullo Stretto è ancora d’attualità. L’avrebbe detto?
«Non ero io avanti, è l’attualità che è rimasta ferma. L’ingegner Cane è sempre lì, con squadre e righello, convinto che ormai quest’opera sia pressoché finita... e non è l’unico a pensarlo».
A Milano avrà tanti amici illustri nel pubblico. Anche la Gialappa’s?
«Ecco, colgo l’occasione per lanciare un appello: io non invito nessuno eh, se qualcuno vuole venire mi scriva. Gherarducci, ad esempio, mi ha detto che se non lo invitavo mi faceva trovare la testa del Pagliaccio Baraldi nel letto, ma a tutti gli altri dico di farmi sapere perché io non invito. Che poi succede come ai matrimoni e ti senti in obbligo».