Corriere della Sera, 11 ottobre 2026
Intervista a Elisabetta Dami
L’appuntamento è in un elegante appartamento nel centro di Milano. La targa di ottone sulla porta, però, recita «L’Eco del Roditore» e forse non è un’esagerazione: se non fosse per la figura alta e sottile, per la raffinatezza dei lineamenti e dei modi, ci si potrebbe davvero convincere di parlare con Geronimo Stilton. E non con Elisabetta Dami, la donna che ventisei anni fa lo ha «messo al mondo». Nemmeno questa in fondo è un’esagerazione: Dami si definisce la «madre di Geronimo» e come lui alterna ironia e garbo, riflessioni più serie e giochi di parole, racconta storie divertenti. E allora, se milioni di bambini nel mondo credono che lei sia davvero la madre di Stilton, chi siamo noi per dubitarne?
Ventisei anni di successi in Italia e all’estero. Ma mai nessun bambino le ha mai chiesto come sia possibile partorire un topo?
«No, ma soprattutto nessuno di loro mi ha mai chiesto chi sia il padre».
Quasi duecento milioni di copie vendute.
«La Mondadori ha calcolato che se ne vende una copia al minuto».
Partiamo dall’inizio. Lei nasce a Milano nel 1958.
«Tre figli in famiglia, un padre che ha sempre lavorato con i libri, una madre ancora in vita: ha 95 anni e io la assisto personalmente».
Primo libro letto?
«Ricordo il più amato: il Libro della Giungla di Kipling e sa perché? Perché lì parlano gli animali, hanno una lingua propria».
Come Geronimo.
«Sì, ho sempre ammirato Tolkien perché ne Il signore degli anelli ha investito anni della sua vita per creare un linguaggio autonomo».
Liceo?
«Sì ma papà ad un certo punto trasferì la famiglia a Sanremo. Erano gli Anni Settanta, oggi quasi nessuno lo ricorda ma Milano all’epoca non era una città molto sicura. Ho così conosciuto una dimensione differente, più umana».
E negli Anni Settanta suo padre, che era il rappresentante di numerosi autori di fumetti, fonda la casa editrice Dami.
«Voleva fare libri per ragazzi e trovò subito una lavoratrice perfetta, io».
Che cosa le faceva fare?
«Prima di tutto mi insegnò il lavoro difficile del correttore di bozze. Imparai a notare ogni refuso, cosa utile ancora oggi. Poi si stampava a piombo, quindi seguivo i vari processi. Trattavo con i lavoratori, dai linotipisti ai distributori».
Un ricordo.
«Hugo Pratt frequentava casa nostra. Una sera andammo a cena, io ero una ragazzina e rimasi incantata da quello sguardo magnetico, simile a quello di tanti protagonisti dei suoi fumetti. Mi chiese a bruciapelo: “Secondo te, qual è la cosa più importante per fare una bella illustrazione o scrivere un bel libro?”. Io ci pensai poi risposi d’istinto: “Deve essere scritto con il cuore”».
E lui?
«Rimase colpito da quella risposta, poi affermò: “Lo penso anche io”. Credo che almeno come idea e come principio Geronimo sia un poco nato quella sera».
Il topo giornalista venne al mondo più tardi.
«Germogliò negli Anni Ottanta, quando scoprii che non potevo avere figli».
Un trauma?
«Diciamo che quel verdetto mi spinse a pensare a una forma di genitorialità diversa. Cominciai a frequentare gli ospedali, scoprii il mondo di Patch Adams il medico inventore della clownterapia. Imparai che qualche volta basta un lieto fine per dare sollievo a un bambino che soffre».
Lei ha più volte raccontato che Stilton è un omaggio al formaggio inglese, ma Geronimo da dove viene?
«È il grido dei paracadutisti americani quando si lanciano. Perché nel frattempo io avevo lasciato la casa editrice di famiglia, avevo fatto il corso da paracadutista e avevo preso il brevetto di volo, pilota d’aereo».
Le manca solo di scalare il Kilimangiaro!
«L’ho fatto».
No…
«Fino a 5.895 metri, la Cima d’Oro».
Ora si capiscono meglio le avventure di Geronimo.
«Il debutto per me avvenne con la pubblicazione per Piemme, nel Duemila. Ricordo anche quando: Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Qualche libraio nei giorni precedenti aveva azzardato: “Mi pare un po’ buonista, non può avere successo”. Non aveva tutti i torti: era l’epoca dei Piccoli Brividi, la produzione per ragazzi viveva il suo momento horror. Ma io ero sicura del personaggio che avevo messo al mondo: Geronimo ha le sue vulnerabilità e non le nasconde, anzi, le affronta e le supera».
È questo che piace ai bambini?
«Sì, lo sentono davvero uno di loro. Sapesse quante lettere arrivano in redazione, all’“Eco del Roditore”. Alcune mi commuovono. Gliene cito una: un bambino chiedeva le coordinate precise per raggiungere l’Isola dei topi, nell’Oceano Rattico Meridionale, dove abita Geronimo. E aggiungeva: “Speriamo che venga anche la mia mamma”».
È vero che il presidente Mattarella è un fan di Stilton?
«Il signor presidente della Repubblica mi ha fatto l’onore di sfogliare uno dei libri di Geronimo, commentando molto positivamente».
Altri fan insospettabili?
«Umberto Eco».
Racconti.
«Nel Duemila, Geronimo ha vinto la prima edizione del Premio Cenacolo – Editoria e Innovazione, perché una sua storia fu digitalizzata diventando il primo e-book italiano. Alla cerimonia era presente anche Eco che scherzò simpaticamente con il ragazzo travestito da topo e commentò rivolgendosi a me: “Lei, Dami, ha capito una grande verità, cioè che gli animali battono sempre gli umani”».
La famosa lezione di John Wayne.
«Mai farsi fotografare o filmare accanto a un animale perché tutti noteranno l’animale».
È vero che lei, tra le varie avventure, ha anche attraversato il deserto del Sahara?
«Centoventi chilometri in quattro giorni e mezzo. Io non sono un’atleta e non mi manca qualche problema di salute. Però, poco per volta e seguendo i miei ritmi, ce l’ho fatta».
Tre Maratone di New York.
«Nel 2002, 2003 e nel 2017, quando avevo già 59 anni. L’ultima, inoltre, l’ho corsa per un preciso gesto di solidarietà nei confronti della cooperativa sociale Il granello, che assiste ragazzi portatori di disabilità. Ricordo che c’erano con me altre persone ben più atletiche le quali hanno rinunciato a fare un ottimo tempo per aspettarmi e per arrivare al traguardo con i miei tempi».
È vero che lei è stata adottata da tribù di nativi americani?
«Sì, da due tribù: il Popolo degli Hopi nel Clan del Ragno e il Popolo dei Cherokee, il Clan del Lupo. Hanno riconosciuto in me una certa saggezza nel raccontare le storie».
A proposito di lupi...
«Seguendo il mio amore per la natura, ho dato vita alla Saga dei Lupi: Così parlò Lupo Blu (2022), Il destino di un lupo (2025) e adesso è appena uscito Fiore di luna, lupa ribelle, tutti pubblicati da Rizzoli».
Nel frattempo la famiglia di Geronimo si è allargata.
«Sì, assieme al gruppo Rainbow fondato da Iginio Straffi abbiamo dato vita a una nuova avventura, loro hanno acquisito la proprietà intellettuale. Tra il creatore della saga delle Winx e dalla mamma del topo giornalista non poteva che nascere una bella sintonia».
Ogni anno nuovi capitoli dall’Isola dei topi, ormai tradotti in 53 lingue nel mondo. Un fenomeno inesauribile.
«Perché io non smetto mai di guardare e ascoltare i bambini. Passo il mio tempo con loro e in generale con i più fragili attraverso associazioni di volontariato. È questa la mia avventura più bella».