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 2026  ottobre 11 Domenica calendario

Strage di Bologna, gli avvocati dei condannati chiedono di analizzare il Dna di una vittima

Quarantasei anni e cinque condanne definitive dopo, l’esplosione alla stazione di Bologna torna in un’aula di tribunale. Il 15 ottobre, davanti alla Corte di assise d’appello della città ferita dalla peggiore delle stragi italiane del dopoguerra, si discuterà di un Dna non ancora attribuito. E della possibilità che appartenga a una vittima ignota: l’86sima. A occuparsene, giudici volendo, sarà Emiliano Giardina, tra i consulenti della Procura nel caso Yara Gambirasio.
L’istanza è stata presentata dall’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Gilberto Cavallini, condannato per la carneficina del 2 agosto 1980 assieme agli altri ex Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Francesca Mambro, Giusva Fioravanti, Luigi Ciavardini e all’ex Avanguardia Nazionale Paolo Bellini. Per tre volte, prima e durante il processo in Corte d’appello, il collegio difensivo si era visto respingere la richiesta di esami genetici approfonditi perché ritenuti «non pertinenti». Così ora prova a giocarsi la carta dell’incidente di esecuzione. Forse l’ultima.
La nuova udienza
Ma perché è così importante quel Dna? Perché potrebbe essere della donna che trasportava l’esplosivo, la vera responsabile dell’attentato, secondo gli imputati. Tesi sempre respinta dai familiari delle vittime e dalla magistratura.
Per comprendere di cosa stiamo parlando è necessario fare due passi indietro.
Primo passo, 1980: fra le macerie della stazione viene trovato un resto difficile da dimenticare. È una «maschera facciale». Un vero e proprio scalpo di viso femminile, capelli compresi. Viene repertato a ridosso del punto dell’esplosione, dove si trovava anche Maria Fresu, 24 anni, una delle 85 vittime del cui corpo emergono solo pochissimi resti. Ed è a lei che verrà attribuito, esclusa la compatibilità con le vittime (sette) morfologicamente «simili» a Maria, nonostante non tornino i conti sul gruppo sanguigno. Per giustificare l’attribuzione, nella perizia si parlerà di «secrezione paradossa», una tesi che anni dopo sarà giudicata bizzarra.
Secondo passo, 2019: processo di primo grado a Cavallini, alla ricerca di residui di polvere da sparo vengono riesumati i resti (lo scalpo e un dito) dalla piccola bara sepolta nel cimitero di Montespertoli. E, colpo di scena, si scopre che non sono di Maria Fresu. Lo dice il Dna, c’è poco da dubitare. Di chi è, dunque, quel lembo facciale? Nei successivi supplementi di perizia si ipotizza che possa essere di una delle 7 vittime con danni al cranio (scenario escluso nel 1980). Per avere un riscontro bisognerebbe prendere il Dna ai loro familiari. Ed è proprio quello che chiede oggi la difesa di Cavallini.
Qui entra in campo il genetista di «ignoto 1» (caso Gambirasio). Nell’istanza di assunzione della prova scientifica si allega la relazione tecnica in cui Giardina spiega che tipo di informazioni può rivelare quel lembo facciale con le attuali tecniche. Eccole: ancestralità biogeografica (le origini geografiche ed etniche); caratteristiche fenotipiche quali colore degli occhi, dei capelli e della pelle; età cronologica. Se non proprio un identikit, qualcosa di molto simile. L’identikit, per la difesa, della terrorista che trasportava l’esplosivo.
«Siamo pronti a esporre tutte le ragioni giuridiche per difendere i risultati ottenuti con un enorme sforzo nel corso di tre gradi di giudizio. Ogni tentativo di argomento della difesa ci troverà preparati», dicono gli avvocati Andrea Speranzoni, Alessandro Forti, Lisa Baravelli e Alessia Merluzzi, del collegio di parte civile nel processo sul 2 agosto. È evidente che l’interesse a svolgere comparazione dei Dna ed eventuali esami genetici è tutto della difesa, che spera ancora di ribaltare le conclusioni dei giudici sulla matrice nera dell’attentato a favore di piste alternative, come quella palestinese, mai andate oltre gli uffici della Procura. «Ma è prima di tutto interesse della verità», chiosa l’avvocato Bordoni. Che si domanda: «Se esiste una 86sima vittima, perché nessuno l’ha mai reclamata? Chi è questa donna di cui nessuno ha voluto seppellire il corpo?». La possibilità di escludere «oltre ogni ragionevole dubbio» che «ignota 86» sia esistita o, in caso contrario, di provare a darle un volto e un nome, è nelle mani dei giudici della Corte di assise d’appello.