Corriere della Sera, 11 ottobre 2026
Il capo dell’energia russa: «Gli Usa vendono fumo. I prezzi non caleranno»
«Donald Trump si è dedicato a ciò che gli riesce meglio: vendere aria e creare notizie false». Alle spalle della sua scrivania c’è un quadro in cornice con dentro una citazione. «L’unico modo per scoprire i limiti del possibile è di oltrepassarli». Konstantin Simonov, 52 anni, è un uomo di sistema. Fondatore e direttore generale della Fondazione per la sicurezza energetica nazionale, ente riconosciuto dal Cremlino e diretta emanazione della Gubkin, l’università che forma i quadri Gazprom. È la voce «energetica» ufficiale della Russia, la figura che interviene sempre su qualunque questione riguardi petrolio o gas. Sul sito della fondazione è scritto in modo enfatico che la sua missione è di «esplorare l’odore dei soldi, del gas e del petrolio nei corridoi del potere». E Simonov ha grossi dubbi sul fatto che l’accordo siglato tra il presidente americano e Vladimir Putin, annunciato in pompa magna dalla Casa Bianca, in modo più sobrio dal Cremlino, possa migliorare l’attuale profumo di carburanti e affini. E anche il loro costo.
«Se leggiamo attentamente i numeri menzionati da Trump, si scopre che non cambierà nulla. Lui dice in modo patetico che la Russia prima fornirà 300 mila tonnellate, poi altre 500 mila tonnellate, e stiamo parlando del periodo ottobre-novembre. Cosa sono 800 mila tonnellate in due mesi? Nulla dal punto di vista del mercato mondiale, nemmeno dal punto di vista delle forniture ordinarie. Tanto per capire, nonostante le sanzioni e le note difficoltà, nel 2025 abbiamo spedito più di 30 milioni di tonnellate di diesel nei mercati esteri, e ancora di più se contiamo il gasolio industriale».
Simonov si definisce come uno studioso di numeri e flussi, ma secondo lui il trucco inizia con le parole. «In America, il termine “diesel” si riferisce più spesso a tutti i distillati medi, e spesso anche il gasolio vi è incluso. A chi si indigna per queste presunte concessioni da parte degli Usa, rivelerò un segreto: noi continuiamo ad esportare tranquillamente ancora gasolio verso i mercati esteri. Curiosamente, Trump usa la parola “tonnellate” perché è del tutto atipica per i suoi connazionali che operano nel settore. I lavoratori del petrolio non usano tonnellate, ma parlano sempre e solo di “barili”. Forse, questa scelta serve a impedire all’americano medio di capire quanto siano modesti questi “fantastici” accordi».
Eppure, in seguito all’annuncio di venerdì sera la Russia ha subito cominciato a revocare le proprie restrizioni sull’esportazione di diesel, in anticipo rispetto ai tempi previsti, come ha dichiarato il vice primo ministro Alexander Novak. Mosca è pronta a iniziare le prime consegne di diesel a ottobre e ad aumentarle nei due mesi seguenti, contando sulla fine dei lavori di riparazione alle principali raffinerie colpite dai droni ucraini. «Ma questo non servirà certo a stabilizzare il mercato energetico mondiale. Ben difficilmente il diesel russo arriverà sul mercato americano. Quanto al “permesso” del Tesoro Usa di esportare nel mondo, grazie, ma non ne avevamo alcun bisogno: i Paesi che non hanno imposto sanzioni possono già comprare. Il nostro stop all’esportazione di gasolio dipendeva da ragioni interne russe, non dalle sanzioni. Era una precauzione chiesta dalla lobby agricola per la stagione del raccolto, che ormai sta finendo. La Russia avrebbe ripreso a esportare gasolio a novembre-dicembre anche senza l’accordo, e Trump si dichiara grato alla Russia per qualcosa che avrebbe fatto in ogni caso». L’impatto di questo «deal» sui prezzi mondiali sarà minimo, dati i volumi ridotti. «All’inizio del 2026, abbiamo fatto enormi consegne di diesel in Brasile e Turchia, e non ci sono state oscillazioni al ribasso sul costo del carburante. Ma per dare al momento un pathos generale, il ministero delle Finanze Usa sospende le sanzioni sulla fornitura di gasolio russo ai mercati mondiali, e quindi ci concede immediatamente di continuare a fare quel che stavamo già facendo. Con quantità che saranno più o meno le stesse, perché l’aumento delle nostre esportazioni sarà davvero insignificante. Ma se Trump volesse davvero vedere una riduzione del costo del diesel negli Stati Uniti, potrebbe affermare di aver raggiunto un accordo con l’Iran, aprendo lo Stretto di Hormuz. Allora i prezzi scenderebbero davvero. Ma non ci riesce…».
L’Europa
Alla fine si torna sempre sull’Europa, tasto dolente sul quale Simonov batte forte. «L’esportazione di carburante in Italia dura da oltre 50 anni e in tutto questo tempo per l’Italia è stato un incubo? Il gas sovietico ha portato il terrore nell’economia italiana, l’ha distrutta? L’Europa intera ha potuto sopravvivere alle crisi energetiche del 1973 e del 1979 grazie anche a noi. Vorrei tanto che nei corridoi del potere petrolio e gas tornassero davvero a odorare soltanto di soldi. Purtroppo, oggi è in atto una mostruosa politicizzazione degli idrocarburi, che non produce alcun bene, né per noi come fornitori, né per gli europei come acquirenti. Mi rendo conto che è un tema che tornerà di attualità quando si discuterà finalmente di cose congiunturali, come la fine di questa guerra tra noi e voi. Il mio messaggio è questo: fate uno sforzo, evitate di cadere nel baratro, e fate tornare il mercato. Conviene a tutti».