Corriere della Sera, 11 ottobre 2026
Missile Houthi sull’aeroporto, è strage a Riad
n passeggero aspetta all’imbarco, quando il gate accanto, il 401, salta in aria. «Ho visto la gente ferita davanti ai miei occhi», racconta poi all’Afp. «Tutti correvano». Quello che segue è un sabato pomeriggio che Riad non aveva mai conosciuto, con le sirene spiegate e gli elicotteri in volo verso l’ospedale King Fahad. Sul pavimento del Terminal 3 restano le tracce di sangue, in un video che i funzionari sauditi sentiti dal Wall Street Journal hanno dovuto certificare come autentico. La firma è quella degli Houthi, la milizia yemenita filoiraniana in guerra con il regno.
Il bilancio arriva a pezzi. In serata il New York Times, citando tre funzionari informati, parlerà di almeno dodici morti e più di trecento feriti. Cifra confermata più tardi dalle autorità saudite. Bombardato anche lo scalo di Damman. Sarebbe l’attacco più sanguinoso in un Paese arabo del Golfo da quando, a febbraio, Stati Uniti e Israele hanno cominciato a bombardare l’Iran. L’autorità saudita per l’aviazione civile ci mette ore a rompere il silenzio. Quando lo fa annuncia lo stop dei voli, in attesa di contare i danni e capire se le strutture reggono ancora. Nel frattempo, il panico ha già fatto il suo lavoro. L’aeroporto King Khalid è nel mirino da settimane, e giovedì era già stato colpito. In questi giorni i missili sono arrivati anche ad Abha, nel sud del regno. A rivendicare il disastro è Mohammed al-Bukhaiti, uno dei volti più noti della milizia. Parla di rappresaglia per i raid sauditi sullo Yemen, che secondo gli Houthi sono centinaia: «Hanno ucciso bambini e civili». E risponde con la logica del contrappasso: aeroporti, ospedali, mercati, perfino le sale dove in Yemen si celebrano matrimoni e funerali sono obiettivi civili. «Le stesse regole devono valere ovunque». Tradotto: se cadono le nostre, cadono anche le vostre.
Da Washington, Donald Trump fa sapere di avere «appena appreso» dell’attacco e che gli Stati Uniti «prenderanno una decisione» su un intervento. Non aggiunge altro. Finora aveva negato l’aiuto a Mohammed bin Salman, per non aprire un secondo fronte alla vigilia delle elezioni di metà mandato.
Intanto le cancellerie si muovono. La Farnesina – come Germania, Spagna e Canada – raccomanda agli italiani di «evitare spostamenti non essenziali» verso lo scalo. Diverse ambasciate occidentali, riferisce un diplomatico all’Afp, hanno vietato al proprio personale di passare dall’aeroporto di Riad per almeno una settimana. Una pessima notizia per il principe ereditario che a fine mese aspetta migliaia di manager e investitori per la «Future Investment Initiative», la vetrina del regno. Difficile, in questo momento, vendere il futuro.
Il punto lo coglie Danny Citrinowicz, analista esperto di Medio Oriente: quella contro gli Houthi è «una delle più grandi scommesse strategiche» nella storia saudita. Riad ha molto da guadagnare dalla sconfitta della milizia, ma potenzialmente ha molto più da perdere se questa campagna dovesse fallire. L’Arabia Saudita è un Paese che aspira a posizionarsi come potenza economica globale: le conseguenze si estendono oltre al campo di battaglia. Una vittoria ridimensionerebbe l’arco iraniano nella regione. Ma una sconfitta lascerebbe il regno esposto. Oggi, una via d’uscita facile non si vede.