Corriere della Sera, 11 ottobre 2026
Trump ha paura di uno schiaffo alle urne. E ritrova i toni da rissa
La paura di perdere le elezioni di midterm fa scatenare Trump. Stringe il «patto del diesel» con Putin, e in un colpo solo rompe con Zelensky, sconfessa il Congresso, spiazza gli alleati europei.
Il presidente americano è arrivato a chiedere esplicitamente la rimozione del leader ucraino, rinfacciandogli gli attacchi contro le raffinerie russe e glissando sui missili che quotidianamente si abbattono su Kiev e le altre città del Paese. È ancora peggio dell’imboscata con cui Trump e il suo vice JD Vance accolsero Zelensky nello Studio Ovale, il 28 febbraio del 2025.
Neanche un mese fa, il 18 settembre scorso, Trump aveva firmato la legge che penalizza le esportazioni di idrocarburi russi e consente di imporre dazi agli Stati che comprano petrolio o gas da Mosca. Quel passaggio fu accompagnato da uno scetticismo diffuso. Come si sarebbe regolato Trump nel concreto? Adesso lo sappiamo: ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge, incurante dei contraccolpi politici dentro e fuori gli Stati Uniti. Putin ha promesso di immettere diesel sul mercato in tranche crescenti: 300 mila tonnellate subito; 500 mila a novembre, un milione a dicembre e poi ancora tre milioni «entro un breve periodo di tempo». Il consumo mondiale giornaliero di diesel ammonta a circa 3,8 – 4,1 milioni di tonnellate. Gli esperti sostengono che l’intesa Trump-Putin avrà un effetto limitato, se non nullo, sui prezzi. Ma, in realtà, al momento non abbiamo informazioni complete su quanto diesel i russi saranno effettivamente in grado di esportare. Forse di più forse di meno. È, invece, sicuro che l’annuncio della Casa Bianca suona come un via libera per tutti. Adesso chi andrà a chiedere alla Cina o all’India di ridurre l’import petrolifero da Mosca? In Europa avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia.
La scelta di Trump si spiega con due obiettivi. Il primo è di breve periodo. Le elezioni di midterm sono alle porte. I sondaggi prevedono una secca sconfitta per i repubblicani, o meglio, una bruciante bocciatura per il presidente. Gli elettori indicano l’aumento del prezzo di benzina e gasolio tra le principali cause di insoddisfazione. Da febbraio a oggi, la quotazione media del diesel è quasi raddoppiata: da 3,6 dollari al gallone (3,7 litri) a 6,28. Un balzo che fa infuriare, in modo trasversale, tutti gli americani, compresi gli agricoltori e i trasportatori di Stati tradizionalmente conservatori come Iowa, Kansas, Texas e Ohio, dove i pronostici elettorali sono ora in bilico. Trump sta tentando di non perdere il controllo del Congresso. Alla manovra con Putin potrebbe seguire una mossa anche nel Golfo Persico. Il numero uno della Casa Bianca sostiene di aver «sbloccato» lo Stretto di Hormuz, ma il flusso di petrolio e gas è ancora precario. Trump ha smentito le indiscrezioni su un nuovo attacco imminente contro l’Iran. Intanto, però, ha inviato quasi altri 10 mila soldati e diverse navi militari pronte a entrare in azione. Ma, secondo un sondaggio del «Pew Research Center», il 65% degli americani «disapprova» la sua gestione della guerra. Pertanto, il presidente Usa non ha ancora deciso che cosa fare.
Trump guarda anche oltre le urne, a un risultato più strutturale. L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin. Ci possiamo mettere dentro anche le sanzioni e gli insulti contro i giudici della Corte penale internazionale dell’Aia. Il Segretario di Stato, Marco Rubio, accusa la Corte di «minacciare» gli Stati Uniti, nonché, si può aggiungere tranquillamente di aver emesso un mandato di cattura per Putin, oltre che per il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di «cupola» che taglierebbe fuori l’Europa.