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 2026  ottobre 10 Sabato calendario

Il pugno di ferro del generale Al-Sisi

In arabo Matsadaash significa «non crederci», che è anche un invito a diffidare dell’informazione ufficiale in Paesi autoritari come quello del generale Abdel Fatah al-Sisi. Ma di questa piattaforma indipendente egiziana specializzata in fact-checking e giornalismo investigativo è rimasto solo il nome, dal momento che l’intera redazione, composta da sei reporter, è stata arrestata nei giorni scorsi dalle forze di sicurezza dell’uomo che guidò il colpo di stato del luglio 2013 ed è stato poi eletto tre volte alla presidenza, dove intende restare almeno fino al 2030. Le accuse più gravi, per il momento, riguardano Mohamed Ashraf, che secondo il regime si sarebbe unito ad un «gruppo terrorista» e avrebbe diffuso «notizie false». Tutti devono rispondere – riferisce la Bbc – di non possedere la licenza e di avere lavorato per conto dei Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista internazionale cui apparteneva Mohammed Morsi, il presidente deposto da al-Sisi. «Non è vero», dice uno dei fondatori di Matsadaash, Abdel Rahman Mansour. «I miei colleghi – aggiunge – pongono domande difficili, scoprono fatti, si occupano di temi che riguardano la vita delle persone». Ashraf sarà trattenuto per quindici giorni durante le indagini. L’organizzazione umanitaria Egyptian Initiative for Personal Rights ha affermato che i giornalisti sono stati sottoposti a torture e costretti a registrare confessioni forzate. Le autorità egiziane hanno smentito, citando i rapporti dei medici che hanno visitato gli imputati. «Quanto è accaduto indica una preoccupante escalation della repressione della libertà di stampa in Egitto», sostiene Amy Brouillette dell’International Press Institute. Gli arresti dei reporter di Matsadaash, scrive The Guardian, arrivano poco più di una settimana dopo che l’amministrazione Trump (sottolineando il «ruolo utile» svolto dal Cairo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti), ha rinunciato alla condizione di collegare il rispetto dei diritti umani a 320 milioni di dollari di aiuti militari destinati all’Egitto. Agire in questo modo era «essenziale» per le relazioni bilaterali, si legge in un documento del dipartimento di Stato. Con l’Egitto vince sempre la realpolitik. Anche in Italia, come dimostra il caso Regeni.