Corriere della Sera, 10 ottobre 2026
Intervista ad Alan Friedman
«Lo vede questo?». Alan Friedman pinza con due dita la maglietta blu, altezza taschino. C’è uno scudo sormontato dalla corona e sorretto da un leone e da un unicorno.
Cos’è?
«Lo stemma del MI6, il Secret intelligence service britannico. Daniel Craig la portava uguale in Skyfall», ride col suo simpatico vocione.
Ah però.
L’outfit da James Bond è perfetto per lanciare il suo primo romanzo, lo spy thriller La mano di Orfeo (Baldini e Castoldi), che viene presentato lunedì alle 18.30 alla libreria Rizzoli di Milano (Galleria Vittorio Emanuele): un intrigo internazionale tra conti cifrati, dossier top secret e traffici d’armi, dai corridoi di Washington alle banche di Zurigo, dai palazzi romani ai servizi segreti russi.
«È la cosa più divertente che ho fatto nella mia vita, sto già scrivendo il secondo».
Il protagonista Alex Grayson vive sulle colline toscane, ha avuto accesso alle stanze del potere ed è uno dei più autorevoli giornalisti internazionali. Pare il suo ritratto.
«Non sono io. Per quattro decenni ho visto da molto vicino capi di Stato, banchieri, spie, servizi segreti, ma questa è solo fiction. Ho dovuto imparare a uccidere, nel libro ci sono un sacco di cadaveri, però giuro che il vero Alan non ha mai ammazzato nessuno».
Alex è stato nella Cia. E lei è mai stato contattato?
«Non posso rispondere per riservatezza».
A 16 anni si iscrisse alla New York University, a 20 era laureato, che secchione.
«Sì, ero un nerd, un geek, il primo della classe, emotivamente immaturo. Noiosissimo. No baseball, niente calcio, sul bus giocavo partite di scacchi tridimensionali mentali con un mio compagno. Leggevo Shakespeare. La mia famiglia mi teneva sotto pressione, mamma era una profuga dalla Germania. Mi ripeteva: “Guarda Henry Kissinger, è un buon modello”. Sa perché? Al liceo era stata la sua fidanzata. “Poteva essere tuo padre”. I miei nonni giocavano a canasta con i suoi genitori, Louis e Paula».
A 22 praticante alla Casa Bianca con Jimmy Carter. Come andò il primo giorno?
«Ero un po’ nervoso. E sbalordito, quando realizzai che potevo accedere a documenti top secret sul controllo delle armi. Seduto in terza fila nella Situation room, vidi litigare furiosamente il segretario di Stato Cyrus Vance, quello col papillon, con il consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski. Tornato a casa mi sono scolato un whisky».
Era un nerd pure in amore?
«Ho combinato abbastanza casino. Imparai l’italiano così. Quando sono venuto in Italia c’era la Milano da bere, ero amico di Armani e Versace».
Usciva con le modelle?
«Nooo, non è mai stato il mio genere. Solo galleriste, artiste o critiche d’arte».
Per 14 anni è stato al Financial Times. Ci regali un consiglio di economia spicciola.
«Ai piccoli risparmiatori raccomando di lasciare lì i soldi investiti due o tre anni. Bisogna tenere duro con mutui e tassi di interesse per almeno sei mesi, avremo le montagne russe, grazie a Trump. E infine: risparmiare è importante, però talvolta è meglio vivere».
E spendere?
«Sì».
L’incontro memorabile.
«Sono tre. Primo: Putin. Preparavo il libro su Berlusconi. Silvio mi organizzò un’intervista al Cremlino. Mi colpì il nervosismo dello staff davanti a lui. Tremavano. Putin invece era rigido, duro. Quando gli parlai dei tagliolini al tartufo mangiati a casa di Berlusconi però si sciolse di colpo, con una risatina, fu scioccante. Poi c’è Trump».
Racconti.
«Lo avevo già conosciuto a New York a metà anni ’90. Nel 2016, a Houston, mi ospitò per un volo sul Trump Force One, il suo Boeing 757. Stavo per accomodarmi, mi fermò. “Prima vada in bagno e guardi i rubinetti, sono d’oro massiccio”. Come anche la fibbia della cintura di sicurezza, 24 carati con lo stemma di Trump. Tornato al mio posto, per sbaglio mi sedetti sulla sua cravatta rossa. Me la tolsi da sotto e nel girarla notai l’etichetta: made in China».
Il terzo è Berlusconi.
«Ci ho messo parecchio, nel 2013-14, per convincerlo a farmi scrivere un libro sulla sua vita raccontata da lui ma senza poterne avere il controllo. Quando infine uscì, Berlusconi non era contento. Si aspettava un’opera celebrativa. Voleva che togliessi il capitolo sulla mafia. Poi mi telefonò Confalonieri. “Hai ragione tu, Silvio dovrebbe ringraziarti, non criticarti”».
L’indigestione.
«Agosto 2015. Berlusconi mi invitò a Villa Certosa, in Sardegna. Di pomeriggio mi portò a fare un giro sul golf cart, guidava lui. “Vede, qui è dove ha dormito Putin. E lì c’è la nostra pizzeria, scendiamo”. Il cuoco mi offrì un trancio di pizza. Ripartimmo. Dopo 200 metri. “Lì c’è la gelateria, è buonissima”. Mangiai un cono enorme. Rientrati in casa, in salotto ci aspettava il cuoco Michele: “Le ho preparato i biscotti al cioccolato, so che le piacciono tanto”. Me ne riempì un piattone. Ne addentai uno, era durissimo, per poco non persi un dente. La sera saltai la cena, mi era venuto un gran mal di pancia».
Gianni Agnelli.
«Nel 1987 Mario Spagnol della Longanesi mi convinse a scrivere un libro sull’Avvocato, un’inchiesta all’americana. Appena fu annunciato alla Fiera di Francoforte mi arrivò una querela per diffamazione. Vendette 250 mila copie. Era la prima volta che qualcuno indagava sulla Fiat e criticava Agnelli, che a quel punto incaricò Roger Cohen del Wall Street Journal di scrivere un’autobiografia autorizzata più gentile. Alla fine non la fece pubblicare. Anche Agnelli faceva i suoi capricci».
Chi è venuto dopo Berlusconi e Agnelli, nelle rispettive aziende, è all’altezza?
«Ho molta simpatia per Lapo Elkann, è un amico, gli voglio bene. Non aggiungo altro».
Un’intervista finita male.
«Con Gerard Schröder, allora cancelliere tedesco, a Davos. Non rispondeva alle mie domande sulla Russia. “La smetta”. Risposi: “No, non funziona così”. Si alzò e si tolse il microfono. Mi si parò davanti con il dito puntato. “L’intervista è finita! Kaputt!”».
Un’altra.
«Con Bill Gates, sempre a Davos. Monti aveva appena aperto un’inchiesta sul monopolio di Microsoft. Ma Gates voleva parlare solo della sua fondazione benefica. Dopo la prima domanda, gli chiesi: “E alle accuse di Monti come risponde?”. Si strappò il microfono. “This interview is over!”. L’intervista finisce qui».
Berlusconi le ha mai proposto di lavorare a Mediaset?
«Quello che mi ha offerto lo tengo per me, lo metterò nella mia autobiografia».
Trump ha cambiato di nuovo idea su Giorgia Meloni.
«Non credo che una battuta significhi un cambio di politica. È il solito Trump che un giorno dice nero e uno dice bianco. Un giorno annuncia che bombarderà l’Iran, l’altro che vuole farci un accordo. Non gli darei troppa importanza. Sembra il classico zio rimbambito».
Andò a «Ballando con le Stelle».
«Il mio agente Andrea Di Carlo mi aveva già proposto il Grande Fratello; dissi di no. Per Ballando è stata mia moglie Gabriella a convincermi: “Non fare il cerebrale, vai”».
Perse 18 chili.
«Passai da 100 a 82. Niente carboidrati nè zuccheri, no gelato, vino, formaggi, solo verdure e riso nero. Tennis tre volte a settimana, pratico yoga, ora sono fit».
Il primo sgarro?
«Una cacio e pepe da Dante alle 2 di notte».
A noi italiani, lo sa, la sua voce ricorda quella di Ollio.
«Forse adesso che sono dimagrito più quella di Stanlio. Ma non mi offendo. Quando sei un personaggio pubblico devi sorridere, divertirti e abbracciare il tuo destino. E poi agli italiani perdono tutto».