Corriere della Sera, 10 ottobre 2026
Cpi: il via libera di Palazzo Chigi all’iniziativa dei Paesi Bassi
Se mai l’Italia ha avuto dei dubbi sulla Corte penale internazionale, se mai a Palazzo Chigi hanno coltivato risentimenti di diversa natura contro i giudici che lavorano nei Paesi Bassi (ed è successo eccome, quando fu arrestato a Torino il generale libico Njeem Osama Almasri capo della polizia giudiziaria di Mitiga, in Libia), ieri non era il caso di rinnovarli.
Come con le altre capitali è stata l’Olanda a muoversi per prima, a bussare sia alla Farnesina sia a Palazzo Chigi coordinando la stesura di un testo che il governo italiano, ovviamente anche nella persona di Giorgia Meloni, ha immediatamente sdoganato. Soprattutto dopo aver notato che anche Berlino era della partita.
Ci sono state occasioni in cui rispetto alle sanzioni contro Israele, all’inflessibilità delle denunce e delle condanne della Corte, il nostro governo si è mosso con una diplomatica attenzione verso il comportamento del governo tedesco. La Cancelleria come benchmark, e in molti casi come argine: vista la storia dell’Olocausto e quello che ancora costa sulla psicologia della società tedesca, non di rado Berlino è stata un passo indietro, nelle denunce e nelle condanne.
Anche per evitare strappi con la Casa Bianca in qualche occasione a Palazzo Chigi si sono fatti scudo della posizione tedesca, come nella mancata adesione a un sistema di sanzioni commerciali contro Israele, targate Unione europea. Un sistema che non è mai decollato proprio per un tandem invisibile fra il governo italiano e quello della Germania. Un tandem che ha contribuito a impedire di coagulare una vera maggioranza di sanzioni contro Tel Aviv, nonostante siano state chieste a gran voce da tanti Stati della Ue.
Ma ieri non era proprio il caso, la lettera di risposta alle sanzioni americane, o forse sarebbe meglio dire alla ritorsione americana, è una lettera tout court europea, senza sfumature, senza spazio per distinguo. I principali Paesi della Ue, gli Stati fondatori, coordinati dall’Olanda che ospita fisicamente la Corte e i suoi giudici, e che dovrà garantire nel futuro più di altri le loro libertà, hanno messo nero su bianco una risposta collettiva dalla quale era impossibile prendere le distanze.
Se la questione è stata formalmente trattata dalla Farnesina, e non da Palazzo Chigi, è anche perché dall’amministrazione americana è stato Marco Rubio, il segretario di Stato, ad esporsi con dichiarazioni di fuoco contro la decisione di assegnare il Nobel a chi ha messo nel mirino e poi condannato condotte, operazioni, casi singoli e collettivi, che il governo israeliano ha dispiegato contro la popolazione di Gaza.
Si dovrà dunque trovare una via europea, anche finanziaria, anche per mere questioni pratiche come le carte di credito e i pagamenti dei giudici della Corte e dei loro familiari. Per garantire quei diritti inalienabili di cui ogni giudice deve poter godere indipendente da chi è il giudicato, hanno risposto insieme i ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito.
Nonostante questo, e nonostante tutto, sia i Paesi fondatori dell’Unione europea, come Francia e Germania, sia Stati come il Giappone e il Canada, hanno cercato di mantenere una posizione di equilibrio e di apertura che a Palazzo Chigi è stata particolarmente apprezzata, e cioè quel rimarcare la volontà di non chiudere il dialogo con gli Stati Uniti su materie come la giustizia internazionale e il perseguimento dei criminali transnazionali.
Alla fine della dichiarazione infatti si richiama proprio lo Statuto di Roma, firmato nel 1998 proprio nella capitale italiana, con un accordo che istituisce quella Corte che oggi lavora all’Aia, e che ha come mandato quello di esercitare l’azione penale su materie complesse e delicate, oltre che molto dolorose, come «il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra». «Rimaniamo uniti nel nostro sostegno alla Corte penale internazionale e determinati a portare avanti un dialogo costruttivo e inclusivo con gli Stati non Parte dello Statuto di Roma», scrivono i ministri degli Esteri. Gli Stati Uniti non firmarono allora, per non cedere nessuna porzione della loro giurisdizione, ma non per questo, nonostante tutto, vengono giudicati inadatti ad un dialogo che comunque continuerà. Per «difendere il sistema internazionale basato sulle regole», sottoscrive anche il governo italiano.