lastampa.it, 9 ottobre 2026
Come Iran e Russia hanno sfruttato l’IA per operazioni di controinformazione
A Lima, nel maggio 2026, una mail arriva nelle scuole della regione. Sembra firmata dalla Direzione regionale dell’istruzione e chiede di organizzare eventi sull’Ucraina per la Giornata nazionale della diversità culturale e linguistica, il 21 maggio. Le istruzioni sono precise: tra le figure da citare c’è Stepan Bandera, il nazionalista ucraino del Novecento, eroe dell’indipendenza per alcuni ucraini ma associato in Russia e in Polonia a fascismo, collaborazionismo e atrocità. Alcune scuole rispondono. Sono felici di obbedire alla chiamata e mandano perfino le foto. L’indirizzo, però, è falso. E tutta la storia lo era.
Il resto è una reazione a catena. Le notizie sugli eventi compaiono sulla stampa peruviana e polacca, accompagnate dall’accusa che Kyiv stia “esportando” ideologie ultranazionaliste. Un eurodeputato polacco propone di dichiarare persona non grata chi manifesti “sentimenti antipolacchi”. Si rivolge in particolare al tema, controverso in Polonia, dell’accoglienza o meno dell’immnigrazone dall’ucraina aggredita. Il falso aveva colpito una ferita storica tra due popoli, Polonia e Ucraina, e l’aveva riaperta. A rivendicarlo, nei propri rapporti interni, erano operatori che scrivevano in russo e si collegavano con VPN, perché dalla Russia l’accesso ai modelli di ChatGPT non è consentito.
È uno degli episodi di “Dark Clark”, l’operazione di influenza russa che OpneAI ha interrotto e raccontato adesso in un rapporto. Il nome viene da “Mia Clark”, un’identità fake utilizzata dal “Social Research Center” (SRC), una sedicente piattaforma di ricerca sull’America Latina. Gli agenti usavano OpenAI soprattutto per redigere rapporti periodici destinati a un superiore senza nome. I fronti erano tre: denigrare l’Ucraina e ostacolare il reclutamento nel suo esercito. Interferire nella politica di Bolivia e Argentina. Gestire un finto centro studi.
OpenAI ha dato a questa serie di operazioni il punteggio più alto in termini di impatto tra quelle intercettate dall’azienda dal 2024. Oltre a esacerbare le tensioni storiche tra l’Ucraina e la Polonia, gli agenti hanno anche fatto sì che studenti in Ecuador giurassero fedeltà al presidente del paese, Daniel Noboa, e al fondatore della società militare privata americana Blackwater, Erik Prince. Hanno cioè prodotto effetti molto tangibili nel mondo reale. Alcune delle azioni intraprese dai partecipanti alla campagna coincidono con quelle della rete “La Compañía”, che diverse inchieste internazionali hanno collegato al servizio di intelligence estero russo (SVR), e viene indicata come erede del Gruppo Wagner e delle organizzazioni dell’oligarca Evgheny Prigozhin. Il famigerato fondatore del Gruppo Wagner, noto al grande pubblico col soprannome (assai limitativo, va detto) di “cuoco di Putin”, e anche fondatore della IRA, la prima storica troll factory di San Pietroburgo.
Gli esempi sono davvero ficcanti e, come si diceva, anche riusciti, nel loro obiettivo. In Ecuador un audio attribuito al console ucraino che insulta gli ecuadoriani, e una cerimonia di giuramento di fedeltà al presidente Daniel Noboa e a Erik Prince, ex capo di Blackwater, estorta a scuole ingannate con un’altra email falsa. In Bolivia a fine maggio, nel pieno delle proteste antigovernative, un falso audio di un dipendente dell’azienda idrica EPSAS annunciava il taglio dell’acqua a La Paz: l’obiettivo dichiarato era aggravare la crisi. In Argentina, nel 2024, una falsa notizia sui collari Cartier dei cani del presidente Milei e graffiti contro di lui pagati a persone del posto. Questi ultimi episodi erano già stati attribuiti pubblicamente a “Politology” o “La Compania”.
Una cosa su cui stanno agendo i servizi russi (e a quanto pare anche iraniani), è impiantare storie su media minori, o creare anche dal nulla testate semi-inesistenti, per far sì che poi le storie false vengano pescate dall’AI, e riciclate come vere. I principi del riciclaggio finanziario applicati alla fabbrica della infowar. Una parte singolare dell’operazione è il centro studi. Secondo quanto denuncia ora OpenAI, operatori russi decidevano stipendi, assunzioni e licenziamenti di un personale latinoamericano che, per quanto risulta, credeva di lavorare per un normale istituto di ricerca. Sul sito sono comparsi ben oltre 60 articoli, quasi tutti originali, su temi come i Brics o l’economia brasiliana con Bolsonaro e con Lula: una copertura pensata per durare. Le crepe, però, si vedono. Non c’è forse neanche più bisogno di pagare collaborazionisti in Occidente, farà tutto l’AI? Anche il lavoro di utile idiota, di Mosca o di Teheran, verrà spazzato via?
L’account X dell’SRC risultava collegato tramite l’app store russo, quello Instagram indicava il Venezuela. Su LinkedIn, dove gli operatori ammettono di aver creato un profilo apertamente falso, la pagina contava 961 follower e dichiarava 200-500 dipendenti, ma ne elencava due.
Poi c’è la parte iraniana della storia. Dall’altra parte del mondo, un’altra storia, con firme invece di email. L’operazione iraniana “Bogus Bylines” usava sette giornalisti inesistenti: Ervin B. Hoskins, Noah Lamington, Sophia Gonzalez, Michael Harrison, Ericka Feusier, Jenny Williams e Alice Johnson. Biografie da reporter occidentali, in genere americani, esperti di Medio Oriente e diritti umani. Ma gli account social di Hoskins, che si presentava come “autore freelance statunitense”, risultavano in Iran.
Gli agenti in Iran chiedevano a ChatGPT di valutare una bozza rispetto ai criteri di pubblicazione di una specifica testata e di suggerire modifiche; poi di scrivere la mail con cui proporla al responsabile editoriale. Il risultato sono stati circa 100 articoli, dal luglio 2025, su una dozzina di testate piccole e medie di affari internazionali, spesso con taglio pacifista o progressista, in forte aumento dopo lo scoppio del conflitto USA-Iran. Una di queste testate contava quasi 2 milioni di follower su Facebook.
Il rapporto vede in queste operazioni un’eco del passato: “Alice Donovan”, copertura dell’intelligence militare russa pubblicata da diversi media occidentali nel 2016-2017, e “PeaceData”, la falsa testata dell’Internet Research Agency (quella di Prigozhin, appunto) del 2020. L’IA, insomma, non ha inventato niente, ha però reso più rapido il lavoro. Il bersaglio, ammonisce il rapporto, sono le nostre stesse redazioni. Alcuni dei titoli della macchina pro Iran e “pacifista” avevano un taglio provocatorio, diretto al pubblico americano interno: titoli tra cui “La politica americana sull’Iran si sta privatizzando? La questione Jared Kushner”, o “La guerra con l’Iran e il collasso della credibilità morale dell’Occidente”.