Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 09 Venerdì calendario

Il governo studia un contributo a carico delle banche. Muro degli istituti

Non è più la «sparata di Salvini», come gli alleati la chiamano a taccuini chiusi da un po’ di settimane. Nelle ultime ore, l’idea di un contributo per la manovra a carico delle banche ha fatto un salto di qualità. Per due ragioni.
La prima è che a parlarne, in modo esplicito, è il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. Non è solo uno dei fedelissimi di Giorgia Meloni. È anche uno dei registi della legge di bilancio. Per questo le sue parole pesano. Dicendo, ieri a Montecitorio, che «il dialogo è aperto» ha indicato il metodo: un confronto con l’Abi, l’associazione degli istituti di credito. Affermando che «come c’è stato l’anno scorso, vediamo di farlo anche quest’anno», ha portato il contributo dentro il cantiere della Finanziaria. Includendo «pure loro» nella platea, ha tirato dentro anche le società energetiche.
La seconda ragione è collegata alla prima. In vista della riunione del Consiglio dei ministri di martedì prossimo per l’approvazione del Documento programmatico di bilancio (Dpb), l’esecutivo deve disegnare in fretta l’impianto generale della manovra. Indicare le misure, ma anche le coperture. Le risorse da chiedere al mondo del credito e dell’energia rientrano in questo secondo comparto.
L’anno scorso, quando presentò le misure rivolte al settore bancario, il governo parlò di «un impatto assolutamente sopportabile». Ma allo stesso tempo ammise che la controparte aveva accettato «a malincuore» la parte più gravosa del pacchetto: l’aumento delle tasse. Alla fine a banche e assicurazioni è toccato mettere sul piatto 10,5 miliardi in tre anni. Tra l’altro Meloni dovette faticare, e non poco, per contenere la Lega che premeva per un «sacrificio» ancora più consistente.
Proprio dalle imposte si riparte. Sul tavolo dell’esecutivo c’è l’ipotesi di alzare ulteriormente il livello della tassazione extra, che l’ultima manovra ha fissato in un aumento dell’Irap di 2 punti percentuali nel triennio 2026-2028. Si pensa ad aggiungere un ulteriore punto, per un anno. Tra le opzioni allo studio c’è anche un aumento dell’Ires.
Annusata l’aria, le banche fanno muro. Il presidente dell’Abi Antonio Patuelli ha ricordato ieri l’intesa in vigore. Con una postilla eloquente: «Con un accordo triennale ci siamo assunti anche un rischio, perché – ha sottolineato – se la crisi si infiamma davvero, noi abbiamo delle addizionali». Non solo. Sempre Patuelli ha evidenziato che «se c’è un deterioramento della situazione economica, quel deterioramento a tempo si scarica» sulle banche.
Fin qui il comparto del credito. L’intervento a carico di quello energetico cerca uno schema. Allo studio misure sulla fiscalità. Il precedente non manca: il decreto bollette dello scorso febbraio, che ha introdotto un aumento dell’Irap del 2% per quest’anno e il prossimo. Nel governo c’è anche chi propone una soluzione più morbida, sulla scia dell’anticipo di imposta sugli utili chiesto a Eni per finanziare il taglio delle accise sul diesel.
Nel frattempo, l’esecutivo deve fare i conti anche con le richieste per la manovra. Dopo le Regioni, che chiedono più risorse per la sanità, anche i Comuni battono cassa. Chiedono un miliardo per «quattro emergenze»: i minori stranieri non accompagnati, l’assistenza scolastica ai disabili, l’energia e 12mila assunzioni per la polizia locale.