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 2026  ottobre 09 Venerdì calendario

Ombre e conti che non tornano sui soldi del Piano Mattei

«Il Piano punta a colmare le cause profonde dell’immigrazione irregolare garantendo alle giovani generazioni il diritto a non dover emigrare, investendo su istruzione, sanità, agricoltura, energia green. L’Italia come ponte strategico fra l’Africa e l’Europa». Queste le dichiarazioni del governo sul Piano Mattei, istituito col decreto legge 161 del 15 novembre 2023, operativo da ottobre 2024, con una dotazione di 5,5 miliardi in 4 anni («tra crediti, operazioni a dono e garanzie») da investire in 18 Paesi. Dopo due anni e mezzo a che punto siamo?  
Il «riciclo» dei fondi
Intanto i 5,5 miliardi non sono risorse nuove. Il Governo Meloni, infatti, va a prendere circa 3 miliardi dal Fondo Italiano per il Clima (art. 7 Dpcm 30 ottobre 2024) istituito dal Governo Draghi per finanziare progetti di contrasto al cambiamento climatico nei Paesi identificati dall’Ocse. Gli altri 2,5 miliardi sono quelli già stanziati per la cooperazione internazionale. Ci sono poi 269 milioni di euro di crediti verso Paesi africani che l’Italia trasformerà in investimenti e progetti di sviluppo e alcuni fondi aggiuntivi. 
I conti non tornano
Nella relazione del 10 ottobre 2024 i progetti segnalati sono 21. Se si approfondisce però si scopre che otto non sono riconducibili al Piano perché antecedenti (come il supporto all’Università di Addis Abeba che risale al 2018), oppure hanno finanziamenti privati o di altra natura (come il recupero terreni semi aridi in Algeria di Bonifiche Ferraresi che ha fondi privati e algerini; la formazione competenze nel settore energetico che ha fondi Enel; i progetti per l’alta Formazione Artistica e Musicale in Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria che hanno fondi Pnrr). Alcuni di questi, infatti, nei mesi successivi scompaiono dal perimetro del Piano.
Il 13 luglio 2026, dopo varie sollecitazioni di Ong e un’esortazione della Corte dei Conti (4 maggio 2026), la Presidenza del Consiglio mette online i dati sulla base della terza Relazione annuale al Parlamento. L’ultimo aggiornamento del sito è di settembre, ma la fotografia non è nitida.
Ci sono almeno tre problemi: 1): nella homepage (alla data del primo ottobre) i progetti dichiarati sono 76, definiti «in corso», però le schede illustrative sono 69, di cui 47 «in corso»; 2) il Governo fa rientrare nella cornice del Piano quasi tutto ciò che il Sistema Italia fa in Africa, dalle garanzie finanziarie alle imprese che esportano, ai bandi del ministero dell’Università e della ricerca per la cooperazione scientifica, dai corsi di formazione professionale del ministero del Lavoro, alle iniziative universitarie del Pnrr, fino alle iniziative totalmente private. I progetti effettivamente riferibili al Piano Mattei sono 48 di cui 1 concluso, 30 in corso, 15 approvati e 2 solo formulati; 3) in assenza di un database finanziario completo è impossibile capire quanti fondi sono pubblici e quanti privati, gli importi realmente erogati, le aziende coinvolte e i risultati raggiunti. Solo in un paio di casi le informazioni sono più dettagliate, ma contraddittorie, perché gli stessi progetti si trovano anche sul sito della Cooperazione italiana. Quello di rafforzamento della qualità dell’istruzione tecnica nel settore turistico a Zanzibar in Tanzania: per la Presidenza del Consiglio è in corso, per la Cooperazione non è stato speso ancora un euro. Mentre per quello di inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità nella comunità di Chaaria in Kenya, a fronte di 250 mila euro di investimento ne sarebbero stati spesi solo 14 mila. L’intervento «pilastro» da 300 milioni annunciato a inizio Piano Mattei, cioè il miglioramento dell’accesso all’acqua potabile per la popolazione di Brazzaville (Repubblica del Congo), ora è invece scomparso dai progetti.
I progetti più grossi solo approvati
Tra quelli più grossi rimasti, ma solo approvati c’è quello in Tunisia: 286,5 milioni di euro per 5 impianti di trattamento delle acque reflue sufficienti a irrigare 11.000 ettari. Così come quello in Marocco per 20 stazioni di approvvigionamento idrico che costeranno 347,3 milioni di euro: l’Italia che ce ne mette 100 milioni, il resto arriva da Francia, Germania e Ue. Idem in Costa d’Avorio: 250 milioni per parchi fotovoltaici, estensione della rete elettrica, digitalizzazione del Paese e sostegno a 17.100 piccoli produttori agricoli. Anche in Mozambico il progetto da 100 milioni per l’elettrificazione della rete rurale con sistemi solari che vale 100 milioni è solo stato approvato. Lo stesso vale per il rafforzamento da 100 milioni del sistema elettrico nazionale in Repubblica del Congo. Invece il progetto per migliorare produzione, produttività e sostenibilità delle colture tradizionali in Senegal, 90 milioni, è ancora in formulazione. 
I progetti in corso
A quasi tre anni di distanza, dei 10 progetti più grossi (per un totale di 1.425,5 milioni di euro), solo tre sono in corso per un valore di 499 milioni. Quanto sia stato effettivamente speso, però non è dato saperlo.
Poi c’è il caso Eni in Kenya, l’iniziativa più controversa, 75 milioni di dollari euro dal Fondo Clima per la produzione di olio di ricino da raffinare in Italia come biodiesel, e inserita nel piano Mattei anche se Eni ammette sul suo sito che risale al 2021 (qui). Il progetto ha alzato diverse polemiche perché il ricino viene coltivato su terreni normalmente agricoli, in un Paese con alto tasso di denutrizione, quando le normative Ue impongono che le colture per agrocarburanti non provochino deforestazione e non sottraggano suolo alle colture alimentari. Eni nega, ma l’Università di Milano conferma: «Siamo andati a intervistare i contadini – dice il professore Valerio Bini – e abbiamo riscontrato, nella quasi totalità dei casi, che il ricino viene coltivato su terre utilizzata per l’agricoltura, mentre questo non dovrebbe accedere secondo le regole internazionali perché i prodotti per i biocarburanti non devono sostituire la produzione alimentare». C’è anche un problema di «svalorizzazione del lavoro», scrivono Maura Benegiamo, Valerio Bini, Riccardo Boncina, Caterina Poma e Giorgio Vitali in un articolo che uscirà a fine ottobre sulla rivista scientifica Africa e Mediterraneo. I contadini ricevono 20 euro all’anno per acro (circa 4.000 metri quadrati). Le società intermediarie dovrebbero fornire gratuitamente semi, aratura dei campi, prodotti chimici, e invece la maggior parte delle famiglie coinvolte deve fare da sé. Alla fine il progetto è in perdita, tant’è che molti agricoltori sono tornati a piantare le colture precedenti. 
La vera novità del Piano è l’introduzione di prestiti agevolati e garanzie. La logica è quella della finanza mista: usare le risorse pubbliche come leva per attirare capitali privati. Così, sostiene il Governo, l’effetto moltiplicatore è «ben superiore alla dotazione bilaterale»; ma in una parte importante degli interventi il beneficiario non riceve più una sovvenzione, piuttosto accede a finanziamenti garantiti. Certo, i Paesi coinvolti ottengono infrastrutture, energia, accesso all’acqua, credito, tecnologia, formazione e aiuti all’agricoltura per il contrasto al cambiamento climatico. Ma è anche una grande opportunità per le aziende italiane per le quali si aprono finanziamenti e commesse. Lo Stato Italiano, invece, si assume i rischi di credito sperando di ottenere influenza geopolitica, accesso a nuovi mercati e opportunità per il sistema industriale nazionale. Tra gli ambiti di intervento del Piano viene citata la «prevenzione e il contrasto dell’immigrazione irregolare e la gestione dei flussi migratori legali». Su questo punto l’Osservatorio Conti pubblici Italiani dell’Università Cattolica sostiene che «se anche venissero impiegati tutti i 5,5 mld messi a disposizione, rappresenterebbero lo 0,5% circa del Pil aggregato dei primi nove Paesi; non certo un importo in grado di rivoluzionare le economie di queste nazioni». 
Il vantaggio della filiera italiana
Oltre a Eni, gli altri nomi noti sono quelli di primo piano dell’economia italiana. Leonardo e Bonifiche Ferraresi nel gennaio 2025 hanno firmato un’intesa inserita nella cornice del Piano Mattei per sviluppare tecnologie digitali e satellitari per un’agricoltura di precisione in un progetto, Smart Agriculture, rivolto a diversi Paesi, anche se a oggi non risulta nelle rendicontazioni. Acea, l’Azienda Comunale Energia e Ambiente di Roma, nel marzo 2026 si è aggiudicata una gara per lo studio di fattibilità tecnico-economica del famoso progetto da 300 milioni (ora però scomparso dall’aggiornamento) che dovrebbe portare acqua potabile a un milione di abitanti della capitale del Congo Brazzaville. Enel è coinvolta nel sistema Mattei soprattutto in Nord Africa, attraverso progetti di transizione energetica, rinnovabili, formazione. Tutte queste aziende erano nella delegazione del Sistema Italia che ha partecipato al Secondo Vertice Italia Africa ad Addis Abeba nel febbraio 2026, insieme a Fincantieri, Terna, Snam, Webuild e Baker Hughes-Nuovo Pignone.
C’è poi Sace, il gruppo assicurativo-finanziario italiano controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha messo a diposizione 4 miliardi di euro per facilitare l’accesso al credito bancario da parte delle imprese che operano nei Paesi del Piano: in caso di insolvenza paga lo Stato. Sace ha fatto sapere che hanno aderito 550 aziende dei settori agroalimentare, energetico, infrastrutture, automotive, chimica e meccanica strumentale, ma non rende noti i nomi delle aziende, importi, progetti e Paesi coinvolti. Come non è dato sapere quali siano le 148 aziende medio piccole destinatarie dei 116 milioni di Simest, la società di Cassa Depositi e Prestiti che sostiene la crescita delle imprese italiane attraverso l’internazionalizzazione della loro attività. 
Le ombre
La prima riguarda la coerenza dell’uso del Fondo Italiano per il Clima istituito con la legge di Bilancio 2022, che deve finanziare progetti di contrasto al cambiamento climatico nei Paesi identificati dal Comitato di Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE (DAC) e alcuni progetti non sembrano del tutto in linea con lo scopo. La seconda è l’ammissibilità: prima del Piano Mattei per accedere al Fondo Clima almeno l’80% dell’intervento doveva essere riconducibile alla mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici. Soglia che il governo ha abbassato al 50% (Dpcm del 30 ottobre 2024) e questo amplia la platea degli interventi finanziabili, ma allontana dallo scopo originario.
Il 4 maggio di quest’anno la Corte dei Conti (deliberazione 45/2026/G) ha sottoposto a controllo la gestione del Fondo Italiano per il Clima e ha evidenziato una scarsa attrattività dei progetti e di capacità tecnica nei Paesi beneficiari, e lunghi tempi procedurali. La Corte ha consigliato al Governo di mettere in campo contributi a fondo perduto per assistenza tecnica e sviluppo delle capacità organizzative locali, di intensificare ulteriormente il dialogo con le autorità di governo locali, di semplificare le procedure interne con tempistiche chiare e di monitorare l’effettivo utilizzo delle risorse disponibili. «(…) è auspicabile – scrive la Corte – rendere più trasparente il funzionamento del Fondo». Ad oggi, il Piano Mattei appare più un riordino politico-comunicativo con l’utilizzo di risorse già esistenti verso obiettivi industriali italiani che un vero programma di investimento sullo sviluppo africano.