Corriere della Sera, 9 ottobre 2026
Dante Ferretti ricorda i registri più importanti della sua carriera
Con Dante Ferretti andiamo dietro le quinte dei grandi set. Ricordi personali, aneddoti, riflessioni sul proprio mestiere. Il celebre scenografo sembra sempre un fumetto che custodisce gelosamente il sé bambino. Ora trascura i modi scanzonati e il non senso che riserva agli amici, e mette ordine tra i ricordi pubblicando (dal 16 in libreria per Rizzoli) «Gli sconosciuti. I miei anni con Pasolini, Fellini e Scorsese». Sono i registi che lo hanno accompagnato, dopo dell’adolescenza a Macerata accanto al padre falegname, dalla formazione ai tre Oscar: The Aviator e Hugo Cabret di Martin Scorsese, e Sweeney Todd-Il diabolico barbiere di Fleet Street di Tim Burton.
Il suo primo Oscar?
«Venivo da cinque nomination andate a vuoto. Non volevo nemmeno andarci a Hollywood, fu Scorsese a insistere. Tra l’altro, per la prima volta avevano sistemato noi scenografi dietro le quinte. Non avevo nemmeno la sedia. Non mi ero preparato nessun discorso, dissi ammazza quanto pesa ’sta statuetta. Per fortuna era lucidissima mia moglie, Francesca Lo Schiavo, vinse anche lei come set decorator».
E i candidati italiani all’Oscar 2026?
«Non mi sembra ci siano grandi film, è stato un anno così, non eravamo nemmeno a Cannes e a Berlino. Il cinema italiano di ora è diverso da quello in cui sono cresciuto. Ho avuto la fortuna di lavorare con i grandi... il titolo del mio libro è un’amabile provocazione».
Pier Paolo Pasolini?
«Stargli vicino mi ha insegnato a guardare il mondo in modo nuovo, mi ha insegnato a non avere paura delle mie paure. Ci siamo dati fino all’ultimo del lei. Un amico mi propose di andare al mare a Fregene. All’ultimo mi accorsi di aver dimenticato il costume. Risalii a casa, squillò il telefono. Era un produttore importante: Pasolini sta girando un film e vuole te, devi venire di corsa in Cappadocia. Non sapevo nemmeno dove fosse. Medea fu il mio primo film. Avevo 25 anni».
Dopo «Medea»?
«Non ci siamo più lasciati, otto film insieme, fino a Salò. Quando fu ucciso, mi chiesero di andare all’Idroscalo di Ostia per fare foto e disegnare la scena del crimine, volevano che facessi una sorta di piantina, come un poliziotto della Scientifica. Voglio ricordarlo sui set. Il regista che più mi ricorda Pasolini è Martin Scorsese».
Perché?
«Certi film li abbiamo letteralmente dipinti. Lui parla veloce come un pupazzo dei Muppet e all’inizio il mio inglese non stava dietro a tutte le sue parole. Gesticola come un italiano. Facevo finta di capire con qualche yes. In L’età dell’innocenza ricostruii la New York di fine 800. Martin toccava tutto, i tessuti, gli oggetti, cercava la consistenza della scenografia, voleva assaporarla. In Gangs of New York venne a trovarci sul set a Cinecittà Tom Cruise, individuò uno spazio vuoto, gli spiegai che volevo farci una chiesa ma era finito il budget. Andò da Harvey Weinstein, il produttore: perché non dai questi soldi a Dante? Guarda che non faccio più film con te. La chiesa si fece, la chiamai Saint Thomas in onore di Tom Cruise».
Un passo indietro. Fellini?
«Anch’io, come Fellini, lasciai la provincia per andare a Roma. Ci legavano l’Adriatico, le feste paesane, gli incontri bizzarri. A Cinecittà lo chiamavano tutti Il Faro. Sul set di Satyricon chiese al mio capo un colore beige per la cena di Trimalcione. Ma continuava a scuotere la testa. Questo no, questo no. Io ero in disparte, vidi un pezzo di cartone per terra: scusate, forse un colore come questo? Ecco quello che voglio, disse Fellini. E poi, ma tu chi sei? Come chi so’, sono tre mesi che sono aiuto scenografo. Cominciò a chiamarmi Dantino. Mi chiedeva: cosa hai sognato stanotte? La maggior parte delle volte non sognavo niente, ma era così insistente che cominciai a spacciargli per sogni i miei ricordi d’infanzia».
Di chi gli parlò?
«Di Donatella la tabaccaia, lei faceva finta di niente mentre la spiavo, era bella, sorridente, con un seno abbondante e morbido, curve piene di vita, come le colline della mia terra. La ritrovai trasfigurata in La città delle donne. Federico sapeva che mentivo, e io sapevo che lui lo sapeva, ma ormai era diventato un gioco. Sua moglie, Giulietta Masina, diceva che era talmente bugiardo che, quando diceva la verità, arrossiva. Per E la nave va mi disse: Dantino tutto bello ma io là sopra non ci salgo. Soffro il mal di mare. Ma il mare è finto, di plastica. Sì, rispose, però sembra il mare vero».