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 2026  ottobre 09 Venerdì calendario

Slalom repubblicani per evitare Trump

Donald Trump reagisce al crollo verticale della sua popolarità gridando a caratteri cubitali dalla sua piattaforma di comunicazione «i miei comizi stanno salvando di nuovo i repubblicani». Non è vero ma quasi nessuno lo contesta. Unica eccezione, parlamentari che hanno deciso di non ricandidarsi come il senatore Thom Tillis che gli chiede anche di accettare la probabile sconfitta, senza ricominciare col voto rubato. Parole al vento: Donald già parla di frodi nelle urne.
Ma sono tanti, ormai, i candidati repubblicani, soprattutto quelli impegnati in un testa a testa coi democratici per la conquista di seggi in bilico, che cercano di non mettere il sigillo di Trump sulla loro campagna: un timbro un tempo ambito. Quasi tutti lo fanno senza clamore, cercando di non urtare la suscettibilità del presidente. La Reuters ora ha condotto un’indagine sui 62 candidati conservatori di Camera e Senato impegnati nei collegi più difficili, scoprendo che nei due terzi dei casi sono in atto tentativi di prendere le distanze da Trump.
Dei 41 che «svicolano», molti contestano la guerra in Iran con le sue conseguenze soprattutto sui prezzi di benzina e diesel, mentre altri cavalcano la protesta popolare contro i data center che consumano enormi risorse di acqua e cibo.
Qualche temerario ha addirittura votato la risoluzione che cerca di limitare i poteri di guerra del presidente. I più hanno disertato la «convention repubblicana di mid term» inventata da Trump per cercare di sostenere i suoi e che invece, stando a quanto detto dal candidato senatoriale trumpiano del Texas, Ken Paxton, ha indebolito tutti gli aspiranti senatori e deputati che hanno partecipato: parole pronunciate in una sede riservata ma registrate e pubblicate dal New York Times. Ci sono, poi, 12 candidati che hanno fatto sparire ogni traccia di Trump – nome, foto, dichiarazione di sostegno – dal sito della loro campagna elettorale.
Trump continua imperterrito a girare per comizi, ma va soprattutto in Stati, dall’Alabama a New York, dove si sa già chi vincerà, mentre compare meno in quelli in bilico. E se va in Texas, Stato conservatore dove i repubblicani rischiano, il governatore Greg Abbott, che pure sarebbe un suo fedelissimo, evita di incrociarlo «per impegni precedentemente presi».