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 2026  ottobre 09 Venerdì calendario

Marco Camisani Calzolari parla di IA e tecnologia

È stato tra i primi a occuparsi del digitale in Italia, oggi è uno dei tredici membri del comitato AI della presidenza del Consiglio, scelto anche come esperto dall’agenzia per la Cybersicurezza nazionale, ideatore del concetto di Cyberumanesimo e professore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Marco Camisani Calzolari, confessi, capita anche a lei di perdersi a guardare video inutili sui social (dove, peraltro, è seguito da oltre due milioni di persone)?
«No, no, non mi capita».
Mai?
«No, io ho l’anticorpo: è un trigger mentale che scatta al mio terzo scroll inutile. Il cervello mi avvisa e mi impone di smettere. È un po’ come quando sei a dieta: se mangi troppa pasta ci fai caso. In me si innesca questo piccolo meccanismo che automaticamente mi salva».
Come ha fatto con i suoi figli?
«Loro ormai sono grandini, hanno 14 e 22 anni. Ma resto convinto che se cresci vivendo certe cose in famiglia, semplicemente le sai, le conosci. E nella mia di famiglia, lo scrolling infinito non importa a nessuno, non ci lasciamo portare via da quella cosa, tutto molto più semplice di quello che si pensi».
Ha scelto di condividere i suoi studi attraverso un’opera di divulgazione. Con dei libri ma anche sui social e in tv, per anni come inviato di «Striscia la notizia».
«Per me è importante comunicare quello che ho approfondito. Passo l’80% del mio tempo a studiare, poi elaboro e infine divulgo. Ho iniziato tanti anni fa, in radio. È stato Claudio Cecchetto ad aver intuito che dietro questa mia passione per il digitale, fin dai suoi albori, c’era un potenziale. Prima ero un tecnico e lavoravo per lui, poi mi sono ritrovato a parlare in radio».
Da allora è iniziata una carriera fitta di incarichi...
«Ho fatto parecchie cose. Ma tra le ultime rivendico l’aver parlato per primo di cyberumanesimo, filosofia citata poi, tra gli altri, anche dal Papa e da Giorgia Meloni. E l’aver aperto il tema dell’AI che prende il sopravvento creando problemi per l’uomo. Ne ho scritto anche in un mio libro, Decisioni artificiali, uscito un anno e mezzo fa».
La preoccupa, quindi, l’intelligenza artificiale?
«Sì, sono preoccupato. L’AI è una bomba che viene messa per strada per poi vedere cosa succede. I rischi sono reali perché, quando si tratta di intelligenza artificiale, il guaio è che manca la cintura di sicurezza: per forza si va a sbattere».
Non siamo preparati a utilizzare questo strumento potentissimo che, però, è già tra noi?
«Sì, per una questione tecnica ma anche culturale. Se io prendo un’automobile e non la so guidare ma ci vado comunque in autostrada, le possibilità che faccia un incidente sono molto alte. Negli Stati Uniti, dove mi sono trasferito, non a caso seguo molte aziende nell’introduzione dell’AI».
La componente umana non resta imprescindibile nel dover dare le giuste istruzioni all’AI?
«La faccenda è più profonda, ed è legata anche al concetto di responsabilità. Un manuale di un corso di training per l’utilizzo dei computer dell’Ibm del ’79 diceva, nella sua prima pagina, che un computer non deve essere mai considerato responsabile di qualcosa perché non dovrebbe mai prendere una decisione. Insomma, già nel 1979 avevano capito che anche se la macchina potrebbe compiere delle scelte, non bisognerebbe mai lasciargliele fare proprio perché, alla fine, non può assumersene la responsabilità».
Eppure stiamo parlando di una tecnologia umanizzata. Ormai è prassi per molti utenti chiedere anche consigli, pareri, addirittura diagnosi psicologiche alle più comuni chatbot, vissute come fossero un amico sempre a disposizione...
«Il punto è proprio conservare la consapevolezza di cosa c’è dall’altra parte. Posso concepire che un umano si sfoghi con una macchina, in fondo lo si faceva anche un tempo con il diario. Non è che il libro ti capiva. Allo stesso modo, anche con le chat AI bisogna essere consapevoli che loro non pensano ma anzi lavorano in modo probabilistico, indovinano... è questo quello che troppo spesso si fatica a capire, anche perché viene spiegato poco».
Il rischio è che in un futuro alla «Blade Runner» le macchine possano iniziare a prendere autonomamente delle decisioni?
«Esatto, non lo escludo. Deleghiamo sempre più attività all’AI, perché è comodo. Lo facciamo noi, ma lo fanno le aziende, le banche, influenzando la nostra vita già ora, anche se in modo opaco, senza che si veda. In alcuni pronto soccorso negli Stati Uniti fanno il triage usando le AI; le radiografie vengono analizzate sfruttando le AI e qui mi fermo perché fa capire una cosa importante: se al posto di affiancare il radiologo io comincio a dare istruzioni all’AI perché lavori al suo posto, per forza cedo parte del controllo. Ma si parla sempre di uno strumento probabilistico, quindi gli errori non sono solo possibili, ma ovvi. E qui parliamo di medicina. Ma c’è altro».
Ad esempio?
«C’è un tema etico nel mondo della difesa: droni teleguidati a cui si pensa di poter affidare la scelta se uccidere o no delle persone. Una prassi distruttiva dagli effetti dirompenti su cui dobbiamo riflettere».
Far conoscere questi temi è parte della sua missione?
«Solitamente chi si dedica allo studio non riesce a fare video praticamente quotidiani in cui racconta quello che ha capito, io sì. Lo ritengo giusto, specie se può essere d’aiuto».
In Italia siamo molto arretrati dal punto di vista tecnologico?
«Non necessariamente. Non siamo indietro su tutta la parte in difesa dell’uomo. L’Italia, ad esempio, ha realizzato la prima legge europea sull’intelligenza artificiale: ho avuto l’opportunità di far parte del comitato che ha aiutato a scrivere la legge ed è pensata proprio a tutela delle persone».
Cosa pensa invece dei divieti ai social per i minori?
«Sono contrario ai divieti perché sono sempre un po’ ciechi. Vietare uno smartphone perché può fare male è come vietare i libri perché i bambini se li possono tirare in testa. Lo smartphone è un mezzo, al suo interno ha anche cose molto utili. La conoscenza dei ragazzi arriva prevalentemente da internet, oggi. Bisognerebbe piuttosto vietare alcune pratiche, che è un concetto diverso. Tipo l’infinito scrolling... Vietare punto e basta serve a mettere a posto le coscienze, ma non per creare una cultura digitale».
Bene, certamente. Però a che età ha dato il primo telefono personale ai suoi figlie e con che regole?
«Sono figli di un esperto e fin da piccoli – dopo aver settato il parental control al limite dell’estremo – possono fare quello che vogliono proprio perché hanno perfettamente la conoscenza del mezzo: sanno cosa hanno in mano. Il primo suggerimento che darei alle famiglie è essere consapevoli dei rischi di questi strumenti: un tema fondamentale che però pare non interessi alla tv. Nemmeno al Servizio pubblico. Eppure le famiglie andrebbero aiutate a capire quello che sta succedendo».
L’intelligenza artificiale sta arrivando in molte professioni: quali saranno trasformate radicalmente?
«Tutti i lavori che hanno a che fare con attività da svolgere attraverso compiti che si possono scrivere in una email. Ma i primi ad essere sostituiti, per me, saranno quelli che non usano l’intelligenza artificiale: il collega che lo fa è dieci volte più produttivo. È un po’ come chi non sa usare il computer. L’intelligenza artificiale fa benissimo quello che facevano gli stagisti: entra in una realtà, impara un mestiere e poi cresce esponenzialmente».
Negli ultimi dieci anni è successo qualcosa che non aveva previsto?
«Oggi la nostra vita passa attraverso WhatsApp, un mezzo che all’inizio mi vedeva un po’ contrario perché non sei mai il proprietario finale della comunicazione. Mi sono adeguato. Ma sulle cripto valute ci ho beccato: non sono mai diventate la valuta corrente».