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 2026  ottobre 09 Venerdì calendario

L’ipotesi voto a giugno, Salvini e Tajani frenano

Nel dubbio meglio cantarci su. I più spiritosi citano in Transatlantico la canzone di Tony Renis: «Dimmi quando, quando, quando». È così. Passata la legge elettorale, tutto il Parlamento, a partire dal centrodestra, si interroga solo sulla data del voto. Sul «quando», appunto. La premier Giorgia Meloni da Ascoli Piceno definirà qualche ora più tardi questo dibattito «surreale» perché «manca un anno alla fine della legislatura». Chiaro, no?
Tuttavia «l’opzione giugno» è stata ventilata, insieme a quella di settembre, dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – non proprio un parvenu – in un colloquio con il Foglio («Permetterebbe al nuovo governo di fare la legge di Bilancio con un minimo di serenità»).
Il vicepremier Antonio Tajani, a nome di Forza Italia, dice che «Fazzolari ha le sue idee, ma per noi si deve votare a fine legislatura».
Anche Matteo Salvini la pensa così, rinvigorito da un sondaggio Emg, che per la prima volta dà la Lega al 7,5 %, sopra a Futuro nazionale (6,7). In queste ore Salvini sta chiedendo un «favore» a Meloni: il via libera del Consiglio dei ministri alle intese finali (di Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte) dell’Autonomia differenziata prima del congresso della Lega del 24 e 25 ottobre. Un sì che poi sarà sottoposto, con calma, al Parlamento. Nonostante le smentite di rito, l’aria di campagna elettorale imminente si respira un po’ ovunque. In queste ore Fratelli d’Italia sta chiudendo l’accordo con Sud chiama Nord di Cateno De Luca: la settimana prossima arriveranno due parlamentari da Via della Scrofa per permettere a «Scateno» di raccogliere solo 1.500 firme a collegio al posto delle 6 mila previste dalla nuova legge.
La componente del gruppo Misto sarà formata da Francesco Gallo e da due meloniani: il figliol prodigo Manlio Messina, rientrato nel partito, e pare un nome di peso come Luca Sbardella, dirigente nazionale e commissario di FdI in Sicilia. In parallelo si fa spazio l’idea di creare un listone civico di centristi e sindaci con dentro anche Noi moderati, Udc e amministratori vari. Anche nella Lega e in Forza Italia nessuno esclude un voto agganciato alle Amministrative.
Lo dice Stefano Candiani («Accetto scommesse»), ne ragiona il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin nei capannelli. E la Consulta? «Nessun timore», spiega il ministro Francesco Lollobrigida che da tempo si diverte a smontare e montare le liste elettorali. Da FdI spiegano che «tutte le opzioni sono sul tavolo». E citano il precedente di Mario Monti che si dimise qualche mese prima della fine naturale della legislatura. Le variabili sono tantissime e passano anche dal Quirinale.
C’è poi un altro rovello che arriva fino al piano nobile di Palazzo Chigi, ed è quello della possibilità di un election day: i rischi e i pericoli di agganciare le Politiche alle Amministrative, punteggiate dal voto nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli e Palermo).
C’è chi sostiene che le Comunali potrebbero trainare il Campo largo mobilitando gli elettori contro Meloni.
E chi sostiene il contrario: che la leader di centrodestra possa arginare lo stesso giorno l’avanzata della sinistra nei grandi municipi. A partire da Milano.
Tra le varie subordinate non manca uno sguardo agli avversari: il centrosinistra in piena crisi di nervi (tra leadership e primarie) e il fenomeno Roberto Vannacci che sembra iniziare a sgonfiarsi.
Nel dubbio la premier Meloni continua il suo tour in giro per il Paese: lunedì sarà a Milano all’assemblea di Assolombarda.