repubblica.it, 8 ottobre 2026
Levante, il nuovo disco e gli amori falliti
Un atlante di quarant’anni di amori, quasi tutti rigorosamente falliti. Ma si guarisce. È Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, il sesto album di Levante – cioè Claudia Lagona, siciliana classe 1987, a Torino dal 2001, dopo la morte del padre – in uscita domani, tra sedute di psicanalisi («Mi ha aiutato tanto a rimettere ordine») e il solito mosaico indie-pop. «Stavolta ho riflettuto sulle mie relazioni, per capire perché avessero la data di scadenza». Risultato? «Colpa della scomparsa di papà, a nove anni. L’ho visto come l’uomo della mia vita, ma inconsciamente sono stata convinta che chiunque avrei amato mi avrebbe abbandonata, com’era stato costretto a fare lui». Gli dedica l’ultima, Abissale, punto esclamativo di un lavoro fatto, in realtà, di uscite infelici, incomprensioni, inutili tatticismi. Le nuove generazioni parlano di malesseri, delle parti tossiche della coppia. «A volte lo sono stata. Ora ho imparato ad accogliere l’amore, ad averne cura. Prima mi preoccupavo di distruggerlo».
La svolta è Sei tu, la canzone dell’ultimo Sanremo, quella «senza scuse e senza inganni, quando il sentimento arriva, il corpo non mente. A proposito: nel 2023 proposi al Festival due brani, Vivo e Mi manchi. Non ho avuto il coraggio di credere fino in fondo nel secondo, è stato scelto il primo e me ne pento. Ora sono più netta». In tutto. Dopo un breve matrimonio, nel 2015, vive con il compagno Pietro Palumbo, da cui nel 2022 ha avuto la figlia, Alma Futura. Nel disco si sente la sua vocina. «Le insegno che l’amore non si merita, non richiede prove. Pietro è la persona giusta al momento giusto: il romanticismo dura poco, com’è normale, la nostra è una bella comunione. La morte di papà ha significato trasferirmi a Torino, con mia madre che ha cercato di farsi una nuova vita. Oggi ho metabolizzato il lutto, si volta pagina, ma il libro resta lo stesso».
Casualità: è stato proprio a Torino che si è fatta notare cantando nei locali, mentre lavorava come barista. «La gavetta. Sono stata il tecnico di me stessa nei posti più assurdi, per farmi le ossa». Era nel brodo primordiale di quella scena indie che, con i vari Tommaso Paradiso e Calcutta, stava per cambiare la nostra musica, dieci anni fa. Oggi il bilancio com’è? «Volevamo solo cantare, essere un’alternativa, il ruolo di rivoluzionari non ci apparteneva. Però siamo ancora integri e ho lasciato un’eredità: ero quasi l’unica cantautrice donna di quella generazione, ho riempito un vuoto e aperto un muro; il testimone è passato ad altre – tante altre, per fortuna – e ne sono orgogliosa».
Troppo indie per il mainstream – e viceversa – oggi si gode la sua diversità. «Il segreto, ho capito, è non farsi assorbire del tutto dal mondo della tv, ma neanche demonizzarlo. Il sogno? Lavoro a un nuovo romanzo, ma dopo aver recitato nella serie L’invisibile mi piacerebbe il cinema, anche come regista. Intanto, canto: più che i miei fatti personali, alla fine, questo disco racconta il fallimento dell’amore come fatto sociale. I social ci hanno resi egoisti e disinteressati al prossimo. Se sullo schermo va tutto bene, il problema non si pone. Ma l’amore stesso e il senso di collettività, be’, sono un’altra cosa. Sì, vorrei riscoprirli».