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 2026  ottobre 08 Giovedì calendario

Morgan Entrekin parla della sua carriera

Vedere un grande editore al lavoro durante la fiera del libro di Francoforte dà la misura di che cosa sia la macchina della Buchmesse. Morgan Entrekin – mito dell’editoria indipendente americana, fondatore di Grove Atlantic, casa editrice abbonata ai Booker Prize, tra cui i recenti Samantha Harvey, Paul Lynch e Douglas Stuart – siede su un divano dell’Hessischer Hof, hotel storico elegantemente retrò. È pazzesco vedere Entrekin in azione: ogni slot non supera la mezz’ora. Infilarsi nel rullo degli appuntamenti non è facile. Fortuna vuole che uno salti e Repubblica può avvicinarsi. Entrekin è un editore capace di mettere insieme mercato, qualità e originalità. Per capire di chi stiamo parlando: ha scoperto Bret Easton Ellis ma anche Sex and City. Basterebbe questo.
Ha già concluso qualche affare?
«Ieri sera ho fatto l’offerta per un libro di cui avevo sentito parlare a cena».
Quale?
«Non posso dirglielo, non so ancora se andrà in porto».
Ma davvero alla Buchmesse si fanno ancora trattative?
«Certo, anche se non più nella maniera frenetica di quarant’anni fa. Negli anni Ottanta e primi Novanta si discuteva, si leggevano pagine, si facevano offerte. Un periodo eccitante. Oggi la Buchmesse è fatta prevalentemente di relazioni. Veniamo per aggiornarci e rivedere gli amici, per parlare delle rispettive strategie editoriali».
Nuove tendenze delle ultime stagioni?
«La fiera è diventata sempre più aperta ad altre fette di mondo, dall’Asia all’Africa. Ora c’è interesse per la Palestina e l’Ucraina, naturalmente. Si è superata quell’egemonia angloamericana che dominava in passato. Noi di Grove Atlantic abbiamo avuto un enorme successo con la giapponese Sayaka Murata».
Come ha cominciato questo mestiere?
«I primi passi sono stati da Delacorte nel 1977, che oggi fa parte di Penguin Random House, ma allora era indipendente. Poi nel 1982 sono passato a lavorare da Simon & Schuster».
È lì che ha scoperto Bret Easton Ellis?
«Bret era giovanissimo, aveva diciotto anni. Frequentava un corso di scrittura tenuto da Joe McGinniss, con il quale avevo lavorato. Fu lui a mandarmi le cose che Bret aveva scritto per il suo corso. Erano straordinarie. Lo volli incontrare. Sarebbero poi diventate le prime pagine di Meno di zero. Quando il libro arrivò attraverso l’agente, circa un anno e mezzo più tardi, lo feci circolare nella redazione editoriale, tra gli editor. Alla maggior parte di loro non piacque. Ma il mio capo mi chiese: “È davvero così buono?”. E io dissi: “Penso sia eccezionale. Sono molto più giovane di tutti voi qui dentro e penso che dovreste lasciarmelo comprare”. Diventò un grandissimo successo».
E a quel punto la sua carriera spiccò il volo?
«Lasciai la casa editrice poco prima che il romanzo uscisse per fondare la Morgan Entrekin Books. Poi entrai in società con Atlantic Monthly Press, che in seguito acquistai. Infine, nel 1993 ci fu la fusione con Grove Press e il lancio di Grove Atlantic. Ci ritrovammo con un catalogo straordinario: Samuel Beckett, Tom Stoppard, Harold Pinter, Pablo Neruda e Kenzaburō Ōe, che vinse il Nobel nel 1994. Partendo da lì fu possibile sviluppare un progetto editoriale».
Tra gli aneddoti che girano su lei, uno riguarda una specie di benedizione in punto di morte del grande editore Seymour Lawrence.
«Avevo lavorato con lui su scrittori come Kurt Vonnegut, Jim Harrison, Tim O’Brien e Jayne Anne Phillips. Quando Seymour stava morendo, avevo ormai già fondato Grove Atlantic. In quelle ore Jim Harrison gli chiese: vado da Knopf oppure scelgo Morgan? E lui gli disse: stai con Morgan. Il fatto che Jim Harrison pubblicasse con noi ci aiutò moltissimo. Sia perché i suoi libri vendevano bene, sia perché la sua statura di grande scrittore letterario contemporaneo ci dava credibilità. E infatti subito dopo arrivarono Charles Frazier con Ritorno a Cold Mountain, e Barry Hannah. Cominciammo ad avere una serie di successi, tra cui la biografia di Che Guevara di Jon Lee Anderson».
Fin quando arrivò “Sex and the City”. E anche quel caso la scoperta fu molto nel suo stile. Fiuto e un po’ di azzardo.
«Comprai quel libro a mezzanotte al Bowery Bar di New York. Ero lì seduto a un tavolo con Candace Bushnell e mi venne in mente di chiederle se aveva voglia di trasformare le sue rubriche giornalistiche in un libro. Lei mi rispose: se mi fai un contratto, sì. Fu un successo, poi la serie tv lo fece esplodere. E fu un bestseller anche Four Blondes, che pubblicammo quattro anni dopo. Poi Candace ci lasciò e firmò per Hyperion, gruppo Disney, ma è tornata. Molti scrittori, dopo aver avuto successo con noi, passano alle grandi case editrici che offrono cifre molto superiori».
Questo le dispiace?
«Non sono mai amareggiato. Ciascuno prende decisioni in base alle esigenze della propria famiglia. Noi di Grove Atlantic non siamo strutturati per competere con quelle cifre. Abbiamo pubblicato Richard Flanagan per anni, poi è passato a Knopf e ha vinto il Booker Prize. Alcuni ci ripensano. Anche Charles Frazier è tornato».
Qual è il libro che ha perso e che avrebbe davvero voluto pubblicare?
«La lista è lunga. Sicuramente City of Glass (Città di vetro) di Paul Auster. Ero un giovane editor quando ricevetti il suo manoscritto. Lo lasciai andare, non lottai abbastanza. Poi siamo diventati amici e ho pubblicato gli ultimi suoi tre libri. Capita invece a volte che acquistiamo autori che i grandi editori non vedono. Douglas Stuart, per esempio, fu preso dal nostro vicedirettore Peter Blackstock dopo essere stato rifiutato da trentuno editori. Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen fu un altro bel colpo».
Il successo più improbabile della sua carriera?
«Forse quello che ci ha sorpresi di più è stato Il falco di Helen Macdonald».
L’intelligenza artificiale le fa paura?
«Abbiamo inserito nei nostri contratti una clausola che dice che non possiamo accettare testi generati dall’IA e che l’autore deve dichiararne l’eventuale utilizzo. Può essere utilizzata per la ricerca ma non per scrivere, per creare. Neanche per le copertine. Comunque non credo che l’IA possa scrivere testi come Il simpatizzante».
Né forse come “Guerra e pace”. È vero che è il suo libro preferito?
«Sì, e ho scoperto parlando con mio padre che mia madre stava leggendolo nelle ore del travaglio, prima di partorirmi. È buffa la vita».