la Repubblica, 8 ottobre 2026
La purga elettorale di Modi scatena le proteste interne
Oltre 133 milioni di nomi sono spariti dalle liste elettorali provvisorie dell’India, su circa 970 milioni di elettori. Praticamente tutti gli aventi diritto di Italia, Francia e Spagna messi insieme. Decine di milioni di persone non possono più votare in quella che si ritiene la più grande democrazia al mondo, e proprio per mano dell’autorità elettorale il cui motto è “nessun elettore va lasciato indietro.” A decretare i tagli è quella stessa Commissione che, durante le elezioni, spedisce gli scrutatori nelle giungle popolate dai leoni del Gujarat, sui picchi himalayani o tra le province più remote a installare un seggio elettorale per far votare anche un monaco solitario.
Però qualcosa è cambiato, nell’organo garante del voto. Il suo presidente, Gyanesh Kumar, è stato nominato nel 2025 da un collegio composto dal premier Narendra Modi, dal ministro dell’Interno Amit Shah e dal leader dell’opposizione Rahul Gandhi (che ha votato contro), in base a una legge che aveva estromesso dal collegio il presidente della Corte Suprema. Il sospetto che dietro alla revisione delle liste ci sia una “mano” politica è forte.
La manovra, in corso da molti mesi, ha spinto l’opposizione a organizzare una serie di marce e proteste, ingigantite in questi giorni dalla partecipazione del nuovo partito degli “scarafaggi”, i giovani della Gen Z che quest’estate sono riusciti a far dimettere il ministro dell’Istruzione per lo scandalo degli esami truccati. Ora reclamano che se ne vada anche Kumar. Ieri, per la terza volta in due giorni, sono stati fermati il leader dell’opposizione Rahul Gandhi e altri parlamentari di minoranza.
La bomba dei 133 milioni di nomi scomparsi dagli elenchi l’hanno fatta deflagrare altri due membri dell’ente garante del voto. O meglio, è stato il quotidiano Indian Express ad aver pubblicato le note interne di Sukhbir Singh Sandhu e Vivek Joshi, i commissari che, pur essendo stati graditi al governo al momento della nomina, in 10 mesi hanno presentato ben 14 obiezioni – tutte ignorate – a decisioni prese a loro insaputa in questo repulisti draconiano.
Per l’opposizione, l’operazione – denominata “special intensive revision” – non è altro che una purga di voti musulmani e di chi critica il governo. “Verificare e purificare” è la parola d’ordine dall’alto che fa eco alle “3 D” del ministro Shah, “detect, delete, deport”: individuare, cancellare ed espellere.
Ufficialmente, la pulizia degli elenchi elettorali dovrebbe servire a rimuovere i nomi di 20 milioni di cittadini deceduti e di 90 milioni di assenti, trasferiti, doppioni... Ma sono molti, in questi mesi, i “morti” che hanno fatto ricorso per dimostrare di essere ancora in vita. E per poter votare.
A Delhi è stato colpito addirittura il 55% degli aventi diritto, 4,7 milioni di nomi eliminati e 3,3 milioni di avvisi, di cui 1,9 milioni per “discrepanze logiche” e 1,4 milioni per “mancato collegamento con le vecchie liste”. Alcuni esempi: la maggior parte delle prostitute della capitale ha perso il diritto di voto; e in un seggio che aveva 729 elettori, ne è rimasto uno solo. Tutto ciò è contrario allo stesso regolamento della Commissione, secondo il quale la cancellazione di più del 2% degli iscritti alle liste è considerata sospetta.
«Vote chori» furto di voti, va gridando da mesi Rahul Gandhi, leader del Congress. Nel Tamil Nadu uno dei più ardenti leader anti-Modi, l’ex capo del governo regionale Stalin, ha perso il seggio per uno scarto di voti inferiore agli elettori già cancellati nel suo collegio. Nel Bengala Occidentale un’altra agguerrita e longeva leader regionale, Mamata Banerjee, è stata detronizzata perché, sostiene, nei suoi distretti migliaia di elettori non hanno potuto votarla. Lì, dei 3,4 milioni che hanno fatto appello, meno di 1.700 sono stati riesaminati prima del voto primaverile vinto dal Bjp. Solo dopo lo spoglio i giudici hanno decretato che il 90% dei ricorsi esaminati fin qui è fondato.
«Sono solo degli infiltrati», questa l’accusa del partito fondamentalista al governo da tre mandati, il Bjp, secondo cui molti dei nomi annullati sono di musulmani immigrati illegalmente dal Bangladesh. Ma “infiltrati” è diventato un insulto che s’allarga anche a tanti dei 200 milioni di musulmani che da sempre vivono in India, alcuni dei quali hanno antenati che risalgono ancora all’era dei moghul.
Il clima in questi giorni si è surriscaldato quando sono entrati in azione i giovani “scarafaggi”, migliaia dei quali sono stati fermati dalle autorità a Delhi, con scene di ragazzi che scappano dal finestrino posteriore di un furgone della polizia mentre fuori gli agenti sono travolti dalla protesta. Piazze piene anche a Mumbai e in altre città. Il Cjp, il partito degli “scarafaggi”, promette che il 10 ottobre riempirà di nuovo Jantar Mantar, la piazza delle proteste a Delhi, per esigere le dimissioni di Kumar.
Intanto, procedono le richieste di revisione. Ma non è semplice. Bisogna chiedere un giorno di permesso non retribuito, dimostrare che genitori o nonni erano iscritti alle liste 20 anni fa. Per riavere il diritto al voto non bastano passaporto e carta d’identità digitale, bisogna portare anche un certificato scolastico.
Nel 1990, il futuro Nobel per la letteratura V.S. Naipaul tornò in India a raccontare “un milione di rivolte”, titolo dell’indagine su un Paese che si risvegliava, con tanti cittadini che scoprivano di avere dei diritti. Scrisse che quei movimenti, anche i più eccessivi, finivano per rafforzare lo Stato come fonte della legge e della ragionevolezza. Oggi la sollevazione è proprio contro la condotta delle stesse istituzioni. Prima si protestava per partecipare alla democrazia, oggi si scende in piazza per non venirne cacciati fuori.