corriere.it, 8 ottobre 2026
Quanti sono stati davvero i femminicidi dall’inizio dell’anno?
Una grande notizia: il numero dei femminicidi in Italia è calato vertiginosamente. Stando infatti ai dati del report trimestrale del ministero dell’Interno, forniti dalla polizia giudiziaria sulla base delle informative di reato, nel primo semestre del 2026 le vittime della nuova fattispecie di reato sono state solo 8. Mentre il numero delle donne uccise in ambito familiare-affettivo – l’unico dato comparabile, visto che il nuovo reato non esisteva – nello stesso periodo del 2025 è di 35.
Ma è davvero così? È bastato introdurre una nuova fattispecie di reato e la prospettiva dell’ergastolo per dissuadere i maschi violenti dal colpire a morte compagne, mogli, figlie? Non proprio. Succede che ora si sovrappongono criteri di conteggio diversi, che finiscono per restituirci dimensioni differenti del fenomeno. Che poi, purtroppo, si prestano a narrazioni diverse. Non tutte in buona fede.
Per comprendere questo «disallineamento» prendiamo ad esempio il discorso tenuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando era in visita alla Stanza Rosa dell’ospedale della Misericordia di Grosseto, primo esperimento pilota che ha poi portato all’introduzione del Codice Rosa nei pronto soccorso di tutto il Paese per le donne vittime di violenza. Il presidente ha ricordato: «L’anno passato ci sono stati 97 femminicidi, nel primo semestre di quest’anno già 34». Un numero assai diverso da quell’8 di cui sopra. E 34 sono, leggiamo nello stesso report ministeriale, le donne uccise nel primo semestre del 2026. Come si spiega?
Se anche il presidente della Repubblica cita un numero «diverso» da quello giudiziario, è il segnale che abbiamo un problema. Spiegarlo e capire come uscirne serve a fare un lavoro di chiarezza giornalistico, ma soprattutto di ricostruzione: dietro i numeri ci sono donne, ragazze, adulte, anziane a cui è stata tolta la vita, figli che sono diventati orfani, famiglie ferite per sempre. Sapere come «contarle» contribuisce a rendere giustizia a tutte loro e, soprattutto, serve ad adottare politiche efficaci di prevenzione della violenza. Attenzione: non esistono dati «giusti» e dati «sbagliati», ma criteri diversi di raccolta.
Nel discorso di Mattarella dati diversi da quelli del Viminale
Lo spiega, facendo esempi pratici, la sociologa Barbara Poggio dell’Università di Trento nella sua rubrica settimanale sulle pagine trentine del Corriere: «Finora Istat ha stimato i femminicidi a partire dagli omicidi di donne, considerando la relazione con l’autore, il contesto e le informazioni disponibili. Nel 2024, ultimo anno disponibile, Istat ha considerato femminicidi 106 dei 116 omicidi di donne. Gli archivi femministi, come l’Osservatorio di Non una di meno, includono invece anche morti riconducibili a un continuum di violenza, come i suicidi collegati a stalking, coercizione o violenze pregresse, assenti dalle statistiche ufficiali». Le morti monitorate da Non Una di Meno dal primo gennaio 2026 e aggiornati all’8 settembre sono 69 di cui 56 registrate come femminicidi. Report in linea anche con altri conteggi, come quello curato dal canale 27esimaOra del Corriere della Sera e aggiornato sulla base delle cronache locali.
Come nasce allora il numero 8 del report ministeriale? Chi compila il report riceve dalla polizia giudiziaria il dato che corrisponde al numero di notifiche di reato emesse in base all’articolo 577-bis del codice penale, quello che introduce il reato di femminicidio. Più semplicemente: il dato ci dice quanti sono i procedimenti penali avviati sotto la voce di reato «femminicidio». Ma ogni indagine ha i suoi tempi e segue il proprio iter: il Gip può confermare il reato di femminicidio o mutarlo in omicidio volontario, o viceversa. Anche il dato, dunque, fotografa soltanto quella che, nel periodo esaminato, è la «situazione giudiziaria» di un delitto. Su 34 donne uccise, solo 8 casi sono stati classificati, nel corso del primo semestre 2026, secondo la nuova fattispecie di femminicidio; gli altri 26 sono, per ora, omicidi volontari.
Ma il fatto che un dato sia giudiziario basta di per sé a considerarlo un dato «oggettivo»? «I giudici sono esseri umani, con i loro bias – osserva la professoressa Poggio – vediamo spesso casi di sentenze che contengono stereotipi di genere. Sentenze che poi vengono ribaltate dalla Corte di Cassazione o finiscono per essere motivo di condanna dell’Italia da parte della Corte dei diritti dell’uomo».
Il significato del reato e la formazione dei magistrati
Quest’estate, per esempio, ha fatto discutere il caso di Luigia Fortunato, 33 anni, uccisa a coltellate dall’ex compagno. Il pm di Ancona formalizzò l’accusa di omicidio volontario, aggravato dal legame di parentela/matrimonio, ma non ritenne opportuno contestare il reato specifico di femminicidio perché, in quel momento, non emergevano elementi formali o denunce pregresse che dimostrassero un chiaro contesto di violenza di genere, discriminazione, sopraffazione o controllo continuativo «in quanto donna». Il fatto che non ci fossero denunce, però, non significa che non ci fossero state violenze: sappiamo che una delle caratteristiche della violenza di genere è proprio il suo essere sommersa.
Insomma, il dato del Viminale, oltre a rispondere a rigidi parametri di raccolta, rifletterebbe anche un mondo giudiziario non ancora del tutto allineato con la novità culturale che il reato di femminicidio rappresenta.
Per la senatrice Pd Valeria Valente, che ha presieduto la commissione Femminicidio nella precedente legislatura e che ha votato la legge, questa situazione era prevedibile: «Introducendo la fattispecie di reato abbiamo portato nelle aule di giustizia la lettura culturale dell’omicidio di una donna. Abbiamo messo in conto che applicarla avrebbe richiesto un percorso lento. Molto è cambiato rispetto a 10 anni fa, ma è evidente che c’è ancora molto da lavorare sulla formazione di chi lavora nelle procure e nei tribunali». Anche la magistrata di Cassazione Paola Di Nicola Travaglini arriva alla stessa conclusione e al tema della «strana» conta dei femminicidi, letti troppo al ribasso secondo le istituzioni «in pieno contrasto con la realtà», dedica molti brani del suo libro «Era una brava persona».
Ma i report delle assocazioni «rendono visibile l’invisibile»
Su un piano completamente diverso da quello del Viminale si muovono le banche dati di “Non una di meno” e della Casa delle donne di Bologna, come spiegava la professoressa Poggio. Perché dal piano istituzionale si passa a quello dell’attivismo. Come scrive Donata Columbro nel libro Perché contare i femminicidi è un atto politico, «l’obiettivo dell’attivismo non è sostituirsi alle istituzioni ma offrire uno sguardo che queste non saprebbero dare (…) Spesso il dato ufficiale non può, per sua stessa natura, svelare certi abusi, certe discriminazioni, anche semplicemente perché deve, per forza, nella sua costituzione, rispettare alcuni standard». La raccolta dati da parte delle associazioni, invece, contribuisce a «rendere visibile l’invisibile», ovvero ciò che c’è dietro la violenza: la relazione tra la vittima e l’omicida, l’area geografica, le denunce pregresse.
«Uno dei grandi equivoci è pensare che il femminicidio sia solo un reato e che il termine sia ascrivibile solo alla lingua giuridica – spiega una delle referenti di Non Una di Meno, Federica Rosin -. Il nostro, non a caso, si chiama osservatorio femminicidi lesbicidi trans*icidi: monitoriamo tutte le morti per violenza machista e patriarcale. Consideriamo come femminicidi, per esempio, anche le morti di donne anziane uccise da mariti esasperati perché anziane e disabili. Sappiamo che a volte si tratta di eutanasia con accordo di entrambi, laddove non esiste ancora la possibilità di scegliere per sé, e ci si trova in una condizione di fatica, povertà, mancanza di sostegno da parte dello Stato: una fatica che noi donne conosciamo bene. Ma non si può non chiedersi perché ci sono tanti casi di donne disabili e malate uccise dai mariti e non casi di mariti uccisi: le donne da sempre si occupano del lavoro di cura e, purtroppo, quando loro non possono più farlo, si verificano casi di uomini che, stanchi di occuparsi della partner, decidono anche per lei. Per noi è importante non dimenticare nessuna persona, continuare a raccontare che il fenomeno è diffuso, trasversale, riguarda tutte le classi sociali, le provenienze, le fasce di età».
Dire che il femminicidio «non è solo un reato» significa abbracciare una definizione che riconduce la parola a un fenomeno con radici sociali: l’uccisione di una donna in quanto donna, ovvero per un movente legato al genere, come si legge nel testo delle Nazioni Unite Unodc e UN Women già dal 2014. L’atto estremo di una «cultura della violenza e della discriminazione» che affonda le radici «in idee di inferiorità e sottomissione delle donne». Quindi non un atto isolato, ma un fenomeno strutturale. Quindi contarli bene è importante per ritrovare le tracce che distinguono questi delitti dai semplici omicidi. Va detto che il movente del femminicidio è spiegato benissimo anche nel testo di legge che introduce la fattispecie di reato. Ma abbiamo visto come tempi, modi e interpretazioni della Giustizia seguano poi dinamiche che possono portare a risultati diversi.
L’assurdo a cui assistiamo oggi è che avere una legge chiara e avanzata non sta aiutando la corretta conta di questi delitti.
Ma esiste o no una leggera flessione dei casi nell’ultimo anno? «C’è, ma in base alla nostra osservazione dipende soprattutto dal fatto che gli uomini che provano a uccidere le donne ci riescono meno – spiega Rosin – perché i tentati femminicidi sono tantissimi, finora 90, e restano ‘tentati’ perché sempre più intervengono vicini, amici, passanti. Finalmente sta diventando una questione letta in maniera collettiva, e questo fa sì che si riesca a sottrarsi alla violenza, a dimostrazione che la cultura conta. Parlarne è importante e trovare strategie di prevenzione è più importante delle misure di pura repressione».
Anche la presidente della attuale Commissione parlamentare di inchiesta sui femminicidi è convinta che il «patto di corresponsabilità» sia la chiave: «Famiglia, scuola, società civile e politica devono agire insieme, osservare e intercettare», dice Martina Semenzato. Ma come la mette la Commissione con i dati che vanno in direzioni diverse? «Rappresento le istituzioni e quindi non posso che fare riferimento a dati ufficiali – sottolinea Semenzato, di Noi Moderati —. In ogni caso, sia che guardiamo quelli dell’Istat, che quelli del Viminale, che quelli citati da Mattarella, notiamo un leggero segno meno: non ci consola, ma ci fa capire che tutta la rete, anche quella delle associazioni, dei centri antiviolenza, delle famiglie, della politica, sta lavorando nelle direzioni giuste».
Per la presidente della Commissione non bisogna cadere nell’errore di criticare la legge sul femminicidio per via delle conseguenze sul novero dei dati: «Quella legge è un grande passo in avanti dell’Italia anche rispetto a molti altri Paesi europei, è puntuale e robusta, introduce molte norme sulla formazione obbligatoria dei magistrati e degli operatori e sulla valutazione del rischio».
Ecco, la valutazione del rischio. Sappiamo, dai racconti dei centri antiviolenza, quanto questa sia importante per la prevenzione dei femminicidi. E per fare prevenzione servono i dati. Barbara Poggio sottolinea che «in Italia manca ancora una banca dati pubblica con informazioni disaggregate: quante vittime avevano denunciato o chiesto aiuto, quante convivevano con un braccialetto elettronico violato». Un monitoraggio così sarebbe uno strumento di lavoro fondamentale per la prevenzione. La precedente Commissione Femminicidi aveva realizzato un rapporto dettagliato sulla risposta giudiziaria ai femminicidi avvenuti nel biennio 2017-2018, report che si è rivelato utilissimo per conoscere la violenza. E che, secondo giuristi e studiosi, sarebbe da ripetere periodicamente.
Che fine ha fatto la legge 53? Approvata 4 anni fa e mai applicata
In verità, una legge che istituisce una banca dati pubblica esiste: è la n. 53 del 2022. «È stata approvata dai due rami del Parlamento all’unanimità – ricorda Valeria Valente che ne era prima firmataria – dopo un lungo lavoro. Però mancano i decreti attuativi, quindi è tutto fermo da quattro anni». Cosa prevederebbe la legge 53? Dice esattamente come dovrebbero essere raccolti e utilizzati i dati sui femminicidi e prevede l’istituzione di un Centro elaborazione nel quale dovrebbero confluire le informazioni provenienti dal Ministero dell’Interno, da quello della Giustizia, della Salute e dai servizi sociali. Questa banca dati dovrebbe offrire informazioni sulle caratteristiche degli autori dei delitti e delle vittime, sulla relazione tra loro, e dovrebbe trattare anche i casi di tentato omicidio o violenza: i maltrattamenti, lo stalking. Insomma, i cosiddetti reati spia.
La sfida è far comunicare le diverse istituzioni attraverso un’unità ad hoc creata dall’Istat per monitorare il crescendo della violenza prima che si arrivi al delitto, attraverso una struttura integrata che superi l’ostacolo attuale dei dati chiusi dentro i singoli uffici. Studiare il passato per agire meglio sul presente.
Donata Columbro ci spiega che, per velocizzare questo processo e aprire i dati, è attiva una petizione, «DatiBeneComune», che ha già superato le 26 mila firme. Le firmatarie della campagna hanno incontrato i dirigenti del Ministero delle Pari Opportunità e del Viminale: qualcosa si sta muovendo, ma l’applicazione della legge 53 è ancora ferma.
La presidente Semenzato assicura che la Commissione lavora per produrre dati il più possibile «chirurgici»: «Sono in corso diverse inchieste: una sulla vittimizzazione secondaria, prosieguo del lavoro della precedente Commissione, una su violenza e salute. È importante vedere le cartelle cliniche, visto che alcune violenze vengono archiviate come incidenti domestici».
In attesa che la 53 trovi finalmente attuazione, continuiamo però a navigare tra raccolte dati diverse e scollegate.
Una scollatura che assume contorni problematici – anzi, potenzialmente pericolosi – se dei numeri si vuole fare un uso politico, finalizzato a sostenere una determinata narrazione.
La presidente Semenzato, a questo scopo, invita alla cautela nel riportare qualsiasi dato e precisa: «Non c’è alcuna volontà sotterranea da parte del governo di sminuire il fenomeno, anzi, ma i dati ufficiali che fanno riferimento all’inquadramento secondo legge del reato ci invitano a essere cauti. Io stessa, quando leggo di un femminicidio, sono cauta, aspetto le carte, aspetto che finiscano le indagini, prima di esprimermi. Invece spesso c’è un’eccessiva reattività collettiva. Persino nella vicenda dei due sposini annegati a Venezia sul barchino a causa di uno scontro con un taxi, qualcuno aveva scritto che i due litigavano spesso e che quindi forse lui poteva averla uccisa: una falsità».
Negazionisti all’assalto
A sminuire il fenomeno, però, ci pensa purtroppo un certa galassia social di negazionisti particolarmente attiva e aggressiva. Su Facebook, TikTok, X e Telegram, diversi account e influencer di area ultraconservatrice, collettivi per «i diritti degli uomini» o pagine esplicitamente «antifemministe» riportano il numero 8 del Viminale per sostenere che l’allarme sociale attorno ai femminicidi è sovradimensionato dai media. E le differenze tra le diverse rilevazioni vengono usate strumentalmente per dire che i numeri sono gonfiati. Così analisi e report approfonditi vengono liquidati come propaganda. Perché, secondo loro, la violenza di genere semplicemente non esiste come fenomeno. Stesso uso strumentale viene fatto del confronto tra i dati italiani con quelli degli altri Paesi europei, per dimostrare che da noi il dato è gonfiato. Peccato che non esista un criterio europeo unico e che ogni Paese usi rilevazioni diverse.
Aprire, in modo istituzionale, i dati sulla violenza di genere servirebbe anche a questo: per evitare che l’uso selettivo dei fatti diventi un’arma per nascondere la realtà.