Corriere della Sera, 8 ottobre 2026
Il Cremlino, le polmoniti e i silenzi. Dal laboratorio negli Urali a quello siberiano (dopo 47 anni)
La nota era scritta a mano. Venerdì 30 marzo 1979, fine turno. «Filtro intasato, l’ho smontato, chiesta la sostituzione». Il tecnico della cittadella militare numero 19 di Sverdlovsk, che dal 1991 è diventata Ekaterinburg, lo lascia sulla scrivania del capo e se ne va a casa. Nessuno lo legge. Per qualche ora le centrifughe di quella fabbrica travestita da laboratorio civile girano senza protezione, e il vento degli Urali si porta via una nuvola di spore. Antrace, ceppo 836, il fiore all’occhiello di Biopreparat, il programma di armi batteriologiche che l’Urss non avrebbe dovuto avere, visto che aveva firmato la convenzione del 1972 che le vietava. Tre giorni dopo si ammalano gli operai di una fabbrica di ceramica. L’ultimo caso è del 19 maggio. I morti ufficiali sono 66. Ken Alibek, numero due del programma poi fuggito in America, ne contò almeno 105. Altri parlano di 600. Nessuno lo saprà mai.
Il laboratorio
Quarantasette anni dopo, la storia non si ripete, almeno questa è la speranza. Ma chi ha un po’ di memoria tende a guardare con la giusta distanza le versioni ufficiali. A quattro giorni dalla morte di Daria Shipilova, scienziata in un laboratorio siberiano vicino a Irkutsk, le autorità russe non hanno ancora detto di che cosa sia morta. Polmonite, si limitano a far sapere. E il laboratorio non c’entra, aggiungono, prima ancora che qualcuno lo chieda. Anche allora, a Sverdlovsk, la prima versione indicava una causa qualunque, lontana dal luogo del delitto. Le prime voci vennero liquidate come calunnie antisovietiche. Poi, quando Washington cominciò a fare domande, la Tass scoprì un’epidemia naturale, colpa di una partita di carne avariata finita al mercato nero. Venditori arrestati, merce sequestrata, 100 cani randagi abbattuti per buona misura. Intanto il Kgb ripuliva gli archivi e mandava i suoi uomini a firmare certificati di morte che dicevano altro.
La telefonata
Cambiano i nomi, e per fortuna le circostanze, ma il copione rimane uguale. Anche Ekaterinburg continua a essere la capitale dell’industria militare russa, di qualunque genere. Mosca ha rispedito al mittente le richieste di chiarimento dell’Oms e degli Stati Uniti, anche dopo le voci, non confermate, di un secondo caso. Il Comitato per la sicurezza sanitaria dell’Unione europea parla di «informazioni molto limitate» provenienti dalla Russia. A Donald Trump, che offriva assistenza, il Cremlino ha risposto con una battuta del portavoce Dmitry Peskov che vale più di un comunicato: semmai siamo noi che possiamo aiutare voi, a combattere le epidemie in casa vostra. A Washington non hanno riso. Il dipartimento di Stato ha inviato una nota riservata, per ricordare che tacere sulla morte di Shipilova viola gli obblighi sanitari internazionali. E Trump ha annunciato una telefonata a Vladimir Putin su questa vicenda. «Non crediamo che il focolaio di peste sia legato a un’arma batteriologica ma lo scopriremo presto», ha detto.
Ma rispetto ad allora, c’è qualche novità. Nel 1980 le testimonianze da Sverdlovsk arrivarono in Occidente un anno dopo, su Possev, una rivista di emigrati russi stampata in Germania Ovest. Gli analisti americani dovevano accontentarsi di dedurre dai sintomi che si trattava di antrace polmonare, e che la carne avariata non c’entrava nulla. Nell’aprile di quell’anno si dissero convinti che i morti fossero almeno 200. Mosca restò sulla sua versione.
Oggi la pressione sulla Russia arriva in tempo reale, e il Regolamento sanitario internazionale impone di avvisare l’Oms di ogni possibile rischio. Sulla carta. Perché se il Paese interessato non apre la porta, dentro a quel laboratorio non ci entra nessuno. Ci vollero 13 anni perché Boris Eltsin, che nel 1979 era il capo del partito a Sverdlovsk e dunque sapeva, ammettesse che quelle morti erano legate al laboratorio di ricerche militari. Smantellò Biopreparat, o meglio disse di averlo fatto. Nel 1998, un generale che ci aveva lavorato spiegava ancora alle Izvestija che era tutta colpa della carne. Molti esperti occidentali sono convinti che quel programma non sia mai stato chiuso davvero. Oggi c’è una scienziata morta in Siberia e una polmonite che nessuno ha potuto verificare. Come sempre in Russia, il resto è silenzio.